Logo

già fatto...già visto
 

   

   

   

   

   

Volevo solo dormirle addosso (Italia - 2004)

Regia: Eugenio Cappuccio
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Marco Spoletini
Scenografia: Stefano Giambanco

Genere: Drammatico
Produzione: Mario Sposi e Claudio Vecchio per Afa Film
Distribuzione: Mikado
Durata: 97'

 

Interpreti: Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Faju, Sabrina Corabi, Giuseppe Gandini

Note: Tratto dall'omonimo romanzo di Massimo Lolli (ed. Limina s.r.l.). Film dichiarato di 'interesse culturale nazionale' dal Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali. - Presentato alla 61ma mostra internazionale del cinema di Venezia (2004) nella sezione "Mezzanotte".

A Marco Pressi, giovane manager, viene proposto un avanzamento di carriera. Ma per ottenerlo deve riuscire a ripianificare in soli tre mesi tutta l'organizzazione del personale. Oppresso, di giorno, da incentivi e pressioni psicologiche nei confronti dei lavoratori in esubero e dal rapporto con la quasi-fidanzata Laura che comincia ad andare a rotoli, trova conforto, di notte, tra le braccia di Angelique, una bella immigrata di colore conosciuta in discoteca...

Oltre ad essere una agghiacciante riflessione sulla incompatibilità fra ragioni umane e di mercato nell'ambito di una multinazionale il cui invitante motto è "People First", il film di Eugenio Cappuccio (fra le altre cose, aiuto regista di Fellini in Ginger e Fred) dà all'eclettico Giorgio Pasotti (che da occidentale "cattivo" in film giapponesi di arti marziali è arrivato ad essere lo stralunato emulo di Keaton nella recente chicca Dopo mezzanotte) l'occasione di esibirsi in un difficile saggio recitativo. Il personaggio del giovane manager Marco Pressi, martire del dovere e ferreo osservatore della massima "niente progetti, solo obiettivi" è però probabilmente peggiore di quanto Pasotti non si sforzi di presentarlo.
Sorta di moderna variazione sul tema dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, il film - imprigionato in una incalzante struttura quasi claustrofobica - mostra il protagonista, novello giudice Quincannon, alle prese col suo attuale obiettivo: se vuole mantenere il posto, deve licenziare nel giro di tre mesi venticinque dipendenti su novanta. Il simpatico e benvoluto Marco, addetto alla formazione professionale del perfetto impiegato, si trasforma per tutto il reparto in un "killer". Carriera e vita privata si intrecciano finché la prima, che lo ossessiona e lo costringe ad agire contro natura, non condiziona irreparabilmente la seconda: il successo della prima è infatti inversamente proporzionale all'equilibrio individuale dato che comporta un logoramento della propria immagine.
L'uno dopo l'altro i venticinque "condannati" sfilano davanti al viso rassicurante e "da bravo ragazzo" del loro "inquisitore": col passare dei giorni, l'apparentemente sicuro e inossidabile Marco comincia ad atrofizzarsi umanamente e a ripetere come un automa le stesse frasi, che era abituato a rivolgere come complimento ai colleghi, fino a svuotarle del tutto di significato (riesce a rifilare il tormentone "ti stimo molto" perfino alla sua ragazza e alla madre).
La sfida autodistruttiva, trasformandolo da "buono" in "cattivo", lo raffredda e lo indebolisce come persona ma ne rafforza lo spirito competitivo e l'abilità manageriale. E' indicativa la scelta di un attore come Pasotti da parte del regista: Marco, che non viene considerato né una vittima né un carnefice, sceglie di sacrificare la propria vita privata (cui non ha mai dato troppo peso a giudicare dalla cinguettante fidanzata Laura) sull'altare della vittoria professionale. Anche il finale strizza l'occhio all'archetipico romanzo di Agatha Christie.
Giulia Tellini
tratto da www.drammaturgia.it