|
Interpreti:
Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Faju, Sabrina Corabi,
Giuseppe Gandini
Note: Tratto dall'omonimo romanzo di Massimo Lolli (ed. Limina
s.r.l.). Film dichiarato di 'interesse culturale nazionale' dal
Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali. - Presentato alla
61ma mostra internazionale del cinema di Venezia (2004) nella
sezione "Mezzanotte".
A
Marco Pressi, giovane manager, viene proposto un avanzamento di
carriera. Ma per ottenerlo deve riuscire a ripianificare in soli
tre mesi tutta l'organizzazione del personale. Oppresso, di
giorno, da incentivi e pressioni psicologiche nei confronti dei
lavoratori in esubero e dal rapporto con la quasi-fidanzata
Laura che comincia ad andare a rotoli, trova conforto, di notte,
tra le braccia di Angelique, una bella immigrata di colore
conosciuta in discoteca...
Oltre
ad essere una agghiacciante riflessione sulla incompatibilità
fra ragioni umane e di mercato nell'ambito di una multinazionale
il cui invitante motto è "People First", il film di
Eugenio Cappuccio (fra le altre cose, aiuto regista di Fellini
in Ginger e Fred) dà all'eclettico Giorgio Pasotti (che da
occidentale "cattivo" in film giapponesi di arti
marziali è arrivato ad essere lo stralunato emulo di Keaton
nella recente chicca Dopo mezzanotte) l'occasione di esibirsi in
un difficile saggio recitativo. Il personaggio del giovane
manager Marco Pressi, martire del dovere e ferreo osservatore
della massima "niente progetti, solo obiettivi" è
però probabilmente peggiore di quanto Pasotti non si sforzi di
presentarlo.
Sorta di moderna variazione sul tema dei Dieci piccoli indiani
di Agatha Christie, il film - imprigionato in una incalzante
struttura quasi claustrofobica - mostra il protagonista, novello
giudice Quincannon, alle prese col suo attuale obiettivo: se
vuole mantenere il posto, deve licenziare nel giro di tre mesi
venticinque dipendenti su novanta. Il simpatico e benvoluto
Marco, addetto alla formazione professionale del perfetto
impiegato, si trasforma per tutto il reparto in un
"killer". Carriera e vita privata si intrecciano
finché la prima, che lo ossessiona e lo costringe ad agire
contro natura, non condiziona irreparabilmente la seconda: il
successo della prima è infatti inversamente proporzionale
all'equilibrio individuale dato che comporta un logoramento
della propria immagine.
L'uno dopo l'altro i venticinque "condannati" sfilano
davanti al viso rassicurante e "da bravo ragazzo" del
loro "inquisitore": col passare dei giorni,
l'apparentemente sicuro e inossidabile Marco comincia ad
atrofizzarsi umanamente e a ripetere come un automa le stesse
frasi, che era abituato a rivolgere come complimento ai
colleghi, fino a svuotarle del tutto di significato (riesce a
rifilare il tormentone "ti stimo molto" perfino alla
sua ragazza e alla madre).
La sfida autodistruttiva, trasformandolo da "buono" in
"cattivo", lo raffredda e lo indebolisce come persona
ma ne rafforza lo spirito competitivo e l'abilità manageriale.
E' indicativa la scelta di un attore come Pasotti da parte del
regista: Marco, che non viene considerato né una vittima né un
carnefice, sceglie di sacrificare la propria vita privata (cui
non ha mai dato troppo peso a giudicare dalla cinguettante
fidanzata Laura) sull'altare della vittoria professionale. Anche
il finale strizza l'occhio all'archetipico romanzo di Agatha
Christie.
Giulia Tellini
tratto da www.drammaturgia.it

|