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Interpreti:
Louise Portal, Charlotte Rampling,
Karen Young, Ménothy Cesar
Brenda
ha 48 anni, è americana, era sposata ma ha avuto il suo primo
orgasmo a 45 anni con un bel ragazzo nero di Haiti conosciuto
per caso, perché moriva di fame e lei e il marito lo invitarono
a cena. Ellen ha 55 anni, insegna Letteratura francese a Boston,
è ancora bella, sofisticata, disillusa, e pure lei appena può
va in cerca di piacere a Port-au-Prince. Sue invece è una
matura e opulenta canadese, viso aperto, occhi neri
scintillanti, che a Haiti ha trovato addirittura l’amore. O
almeno così crede, perché ogni rapporto d’amore è anche un
rapporto di potere, figuriamoci se uno dei due è ricco e
straniero.
Dopo
due film sul lavoro ( Risorse umane e A tempo pieno ), Laurent
Cantet cambia orizzonte ma non metodo. Tratto da tre racconti
dell’haitiano Dany Laferrière, Vers le Sud non è un banale
film-denuncia “sul turismo sessuale”, formula netta e in
fondo rassicurante, ma un oggetto più contraddittorio. E’ una
sonda gettata nelle acque poco limpide di uno dei tanti
“scambi” amorosi, commerciali, culturali praticati fra paesi
ricchi e poveri. E’ lo spaccato di un luogo e di un tempo
preciso (Haiti fine anni ’70), anche se Cantet accenna appena
alle ultime convulsioni del feroce regime di “Baby Doc”
Duvalier. E’ un film che non giudica ma osserva; non
sovrappone il suo sguardo alla storia ma fornisce il punto di
vista di ogni personaggio. Che lo esprime in prima persona in un
monologo crudo e diretto.
Solo Legba (Ménothy Cesar), il giovane haitiano conteso fra
Ellen e Brenda (Charlotte Rampling e Karen Young, perfette),
resta almeno in parte un enigma. Come le donne che dicono di
amarlo o di usarlo, non sapremo quasi nulla di lui. Vedremo che
ha un primo amore, una ragazza locale oggi legata a qualche
pezzo grosso, che per nostalgia probabilmente lo mette in guai
molto seri. Ma il cuore del film non è Haiti, è l’Occidente
stanco e frustrato come i corpi e i volti di queste “turiste
sessuali” che non si sentono tali e comunque non sono mostri
ma donne evolute, emancipate, moderne. Perché in fondo non
portano solo corruzione, come crede l’albergatore puro e duro,
ma anche affetto e attenzione in un mondo dominato dal terrore.
Cantet sottolinea amaramente che il mondo si divide fra vittime
e inerti spettatori, due categorie differenziate dal fatto che
«i turisti non muoiono mai»
(Tullio Kezich “Il Corriere della Sera” 12/09/2005).
Questa battuta equatoriale, pronunciata in sottofinale da un
losco ispettore di polizia, rappresenta la formula lapidaria per
sancire la distanza fra i «bianchi» locupletati, che vanno al
sud nella speranza di una vacanza secondo natura, e i miserabili
di colore, che al sud ci vivono e magari sotto il tallone di una
dittatura. Come accade nel film tratto dai racconti del libro La
chair du maître di Dany Laferrière, ambientato a Haiti negli
anni ' 70, quando comandava il sanguinario Duvalier. Sulla
spiaggia assolata dell' hotel Petite Anse alcune signore sole
fraternizzano con i macrò indigeni fra bagnature e spinelli,
balletti e intermezzi in camera.
Ma si può ancora affermare una cosa simile, quando gli
attentati del Mar Rosso hanno trasformati in carne da cannone
tanti europei in vacanza? O non è invece suonata l' ora di
renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca, gravemente
minacciati finché non verranno universalmente rispettate le
regole del gioco? Oggigiorno (e approfittiamone per aggiornare
la morale del film) anche i turisti muoiono.
(Maurizio Porro “Il Corriere della Sera” 06/07/2006)

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