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Verso il sud (Francia, Canada - 2006)

TITOLO ORIGINALE: Vers le sud
REGIA: Laurent Cantent
DURATA 105'
Genere: Drammatico

 

 

Interpreti: Louise Portal, Charlotte Rampling, Karen Young, Ménothy Cesar

Brenda ha 48 anni, è americana, era sposata ma ha avuto il suo primo orgasmo a 45 anni con un bel ragazzo nero di Haiti conosciuto per caso, perché moriva di fame e lei e il marito lo invitarono a cena. Ellen ha 55 anni, insegna Letteratura francese a Boston, è ancora bella, sofisticata, disillusa, e pure lei appena può va in cerca di piacere a Port-au-Prince. Sue invece è una matura e opulenta canadese, viso aperto, occhi neri scintillanti, che a Haiti ha trovato addirittura l’amore. O almeno così crede, perché ogni rapporto d’amore è anche un rapporto di potere, figuriamoci se uno dei due è ricco e straniero.

Dopo due film sul lavoro ( Risorse umane e A tempo pieno ), Laurent Cantet cambia orizzonte ma non metodo. Tratto da tre racconti dell’haitiano Dany Laferrière, Vers le Sud non è un banale film-denuncia “sul turismo sessuale”, formula netta e in fondo rassicurante, ma un oggetto più contraddittorio. E’ una sonda gettata nelle acque poco limpide di uno dei tanti “scambi” amorosi, commerciali, culturali praticati fra paesi ricchi e poveri. E’ lo spaccato di un luogo e di un tempo preciso (Haiti fine anni ’70), anche se Cantet accenna appena alle ultime convulsioni del feroce regime di “Baby Doc” Duvalier. E’ un film che non giudica ma osserva; non sovrappone il suo sguardo alla storia ma fornisce il punto di vista di ogni personaggio. Che lo esprime in prima persona in un monologo crudo e diretto.
Solo Legba (Ménothy Cesar), il giovane haitiano conteso fra Ellen e Brenda (Charlotte Rampling e Karen Young, perfette), resta almeno in parte un enigma. Come le donne che dicono di amarlo o di usarlo, non sapremo quasi nulla di lui. Vedremo che ha un primo amore, una ragazza locale oggi legata a qualche pezzo grosso, che per nostalgia probabilmente lo mette in guai molto seri. Ma il cuore del film non è Haiti, è l’Occidente stanco e frustrato come i corpi e i volti di queste “turiste sessuali” che non si sentono tali e comunque non sono mostri ma donne evolute, emancipate, moderne. Perché in fondo non portano solo corruzione, come crede l’albergatore puro e duro, ma anche affetto e attenzione in un mondo dominato dal terrore.
Cantet sottolinea amaramente che il mondo si divide fra vittime e inerti spettatori, due categorie differenziate dal fatto che «i turisti non muoiono mai»
(Tullio Kezich “Il Corriere della Sera”  12/09/2005).
Questa battuta equatoriale, pronunciata in sottofinale da un losco ispettore di polizia, rappresenta la formula lapidaria per sancire la distanza fra i «bianchi» locupletati, che vanno al sud nella speranza di una vacanza secondo natura, e i miserabili di colore, che al sud ci vivono e magari sotto il tallone di una dittatura. Come accade nel film tratto dai racconti del libro La chair du maître di Dany Laferrière, ambientato a Haiti negli anni ' 70, quando comandava il sanguinario Duvalier. Sulla spiaggia assolata dell' hotel Petite Anse alcune signore sole fraternizzano con i macrò indigeni fra bagnature e spinelli, balletti e intermezzi in camera.
Ma si può ancora affermare una cosa simile, quando gli attentati del Mar Rosso hanno trasformati in carne da cannone tanti europei in vacanza? O non è invece suonata l' ora di renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca, gravemente minacciati finché non verranno universalmente rispettate le regole del gioco? Oggigiorno (e approfittiamone per aggiornare la morale del film) anche i turisti muoiono.
(Maurizio Porro “Il Corriere della Sera” 06/07/2006)