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Interpreti:
Takeshi Kitano, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa,
Guadalcanal Taka, Daigoro Tachibana, Yuko Daike, Ittoku Kishibe,
Saburo Ishikura, Akira Emoto
Note:
Tratto da un racconto di Kan Shimozawa. Premio speciale per la
regia alla 60ma mostra del cinema di Venezia (2003). Takeshi
Kitano nel cast artistico e' accreditato come Beat Takeshi.
Zatoichi
è un vagabondo cieco, che si guadagna da vivere col gioco
d'azzardo e con i massaggi. Ma Zatoichi è anche un maestro
della spada, capace di colpi imprevisti e stoccate di infinita
precisione. Giunto in una città governata da spietati clan,
Zatoichi dovrà confrontarsi con due misteriose geishe che
vendicano la morte dei propri genitori.
È
il cinema come meccanismo ad esplodere fantasmagoricamente in
questo film: il cinema come meccanismo sensoriale che sollecita
la vista e l’udito a compiere evoluzioni irreali e, allo
stesso tempo, straordinariamente legate alla terra
Una scena di duello all’interno di una casa. I personaggi sono
vestiti con gli abiti tradizionali dei film di samurai
giapponesi; le loro spade si muovono veloci. Ad un certo punto
qualcuno tira fuori una pistola. È un modello di inizio secolo,
uno strumento tecnologico che immediatamente sembra stonare con
l’ambientazione del film, che apparentemente rimanda al
medioevo nipponico. Siamo nel XIX° secolo, nel momento in cui
il cinema stesso muove i suoi primi passi, anche se i personaggi
del film sembrano non accorgersene, congelati nel rito di una
narrazione epica, fatta di eroi pronti a morire. Una
contestualizzazione storica che proietta il film da una
dimensione che smbra sospendersi nel tempo ad una realtà
storica cui continuamente allude. Non si tratta però di una
banale ricaduta nel realismo della Storia, ma si tratta di
lasciare delle tracce, dei segni che permettono a Zatoichi di
Takeshi Kitano di fare della finzione, della virtualità che lo
costituisce (e che costituisce da sempre il cinema) un mezzo per
attualizzare le immagini, proiettarle contemporaneamente dentro
e fuori dal tempo. Le tracce si moltiplicano. Ai margini
(apparenti) della narrazione si collocano le danze che sono
disseminate lungo tutto i film. Zatoichi, il ronin cieco,
attraversa lentamente un campo dove dei contadini stanno
zappando la terra. I loro movimenti ritmici entrano
immediatamente in armonia con la musica che accompagna la scena,
sono parte integrante della colonna sonora, con la stessa
intensità, con la stessa importanza. Il suono si fonde
armonicamente pur proveniendo contemporanemente dal fuori campo
e dall’interno della scena. Ancora una volta i due piani, due
dimensioni dello spazio e del tempo si fondono, si intersecano
pur mantenendo la loro autonomia. È lo spazio della finzione
dunque ad emergere con tutta la sua forza, anzitutto con la
caratterizzazione dei personaggi: Zatoichi (lo stesso Kitano)
porta i capelli corti e ossigenati, si muove con una spada
nascosta dentro un fodero di bambù dipinto di rosso. Il colore
brilla nel film come effetto di finzione, fantasmagoria che
proviene direttamente da Dolls e forse da ancora più indietro.
Le ferite sanguinanti esplodono in irreali fiotti di colore
rosso ricreati grazie alla grafica computerizzata: “non è
sangue, è rosso!” avrebbe detto Godard, e tutto in Zatoichi
sembra dargli ragione. È il cinema come meccanismo ad esplodere
fantasmagoricamente in questo film: il cinema come meccanismo
sensoriale che sollecita la vista e l’udito a compiere
evoluzioni irreali e, allo stesso tempo, straordinariamente
legate alla terra. Nello splendido finale tutta la costruzione
filmica (dei corpi, dei colori, della narrazione, della danza e
della musica) si sintetizza nel tip tap del gruppo di ballerini
giapponesi “The Stripers”, a cui si aggiungono tutti i
protagonisti del film (tranne Kitano). Gli sguardi rivolti in
macchina e i volti sorridenti alludono ad una dimensione ludica
(e serissima) del cinema a cui Kitano sta ormai lavorando da
tempo. Ma il film non finisce. Con un ultimo scarto, Kitano
attesta ancora una volta che ciò di cui si sta parlando, ciò
che si sta mostrando è qualcosa che ci riguarda e ci riguarda
ora: uccidendo l’ultimo dei cattivi, Zatoichi, che è cieco,
apre gli occhi stupendo l’altro: “Perché fai finta di
essere cieco?” “Perché i ciechi sentono meglio”. Un
sentire come approccio ad un nuovo modo – attuale – di fare
e vedere cinema che permetta di penetrare più a fondo e più
intensamente, anche perché, come dice l’ultima battuta del
film: “anche con gli occhi aperti non riesco a vedere niente!”.
Daniele Dottorini

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