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Regia
e sceneggiatura: Vincenzo
Marra
Fotografia: Mario Amura
Montaggio: Luca Benedetti
Scenografia: Giuseppe Pirrotta
Genere:
Drammatico
Produzione: Tilde Corsi e Gianni Romoli per R&C Produzioni
Distribuzione: Mikado
Durata: 90'
Interpreti:
Vincenzo Pacilli, Edoardo Melone, Francesco Giuffrida, Giovanna
Ribera, Vincenza Modica, Francesco Di Leva |

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Note:
Film realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le
Attività culturali. - Premiato come miglior film della sezione
"orizzonti" alla 61ma mostra internazionale del cinema
di Venezia (2004).
Enzo
ha sedici anni e vive nel quartiere napoletano di Secondigliano.
In seguito alla morte del padre, il ragazzo si dà da fare per
aiutare la famiglia e spesso si trova a dover fronteggiare
situazioni che mettono a rischio la sua integrità perché è un
ragazzo "senza paracadute". Non c'è chi può aiutarlo
a sopportare i colpi che la vita continua a dargli e solo la sua
grande determinazione può permettergli di conservare la
dignità sua e della sua famiglia all'interno di un quartiere
che è un mondo a parte, con le sue leggi e i suoi codici.
Il
vero genere horror oggi è sceso dagli schermi e si aggira per
le strade, strisciante e sottile, diventato una seconda pelle.
Solo in casi rari si riesce a riportarlo nel racconto perchè
l'enfasi della tragedia straripa da ogni mezzo di comunicazione.
Vincenzo Marra in Vento di terra (presentato a Venezia
Orizzonti) genera cinema non illusorio e con il suo tono morale
di racconto riporta nella sua giusta dimensione il senso delle
cose e dei problemi. Come aveva fatto in modo clamoroso in
Tornando a casa, dove per la prima volta si vedeva sullo schermo
italiano la rettitudine del lavoratore, il tempo stesso del
lavoro ben fatto, con Vento di terra saremmo tentati di scorgere
nei gesti dei personaggi una analoga tensione e interesse di
racconto. Le terrazze delle case di Secondigliano che in
panoramica planano davanti al nostro sguardo pulsanti di musica
come un sommesso cuore straziato, appartengono a una terra
mediterranea impastata di sabbia, il colore dominante della
complice fotografia di Mario Amura. Personaggi a cui è stata
tolta la parte gioiosa della commedia, appartenente ormai a un
fuori scena dismesso, si muovono gravemente con un unico
problema da risolvere, la sopravvivenza degna di questo nome. Il
lavoro degno, il diritto alla casa, il sostegno alle persone
care. Tutti elementi che fanno parte della carta costituzionale
di paesi non arretrati, ma che per una buona parte della
popolazione restano traguardi irraggiungibili, fonte di scelte
sbagliate (e di innumerevoli telefilm). Nella famiglia di Enzo,
che vive in una casa sotto sfratto, la madre e la sorella fanno
le sartine in casa, il padre lavora nelle ceramiche in una
fabbrica che non ha un grande futuro. Quando una notte un
infarto lo porta via, sembra che non ci siano altre strade che
aggregarsi a una banda per compiere qualche furto organizzato.
Ma non è questa la strada del film: infatti il pentimento non
è una scelta primaria degli sceneggiatori per i loro
protagonisti, qui invece, nel racconto interiorizzato della
vicenda, dove i brutti pensieri, la fatica e i problemi si
esprimono in silenzi e percorsi, scorre anche qualche lacrima.
Ancora una volta Marra mette in scena l'elemento chiave delle
brave persone, prendere decisioni e seguirle ("accussì
è") non lasciarsi trasportare dagli eventi. Il "Che
fare?" tradotto in un locale "Ch'amma fa?" lo
porta a entrare nell'esercito, soluzione quasi obbligata. Qui la
geometria espressa all'inizio del film con precisa scelta di
regia a raccontare anche la linearità della dirittura morale,
ha modo di occupare lo spazio con le volute dell'addestramento.
La solitudine del protagonista che da sedicenne e poi
diciottenne determinato si fa carico di quello che resta della
sua famiglia, compiendo tutte le sue scelte in un'unica
direzione, si manifesta in tutta la sua forza espressiva quando
si arriva al punto chiave del film. Non è tanto la
trasformazione del giovane proletario in divisa che interessa
Marra, quanto la motivazione di tanto dolore diffuso a piene
mani nella nostra epoca: mandato in Kosovo non tornerà più lo
stesso e non certo per quello che ha visto: in una bellissima
scena infatti Enzo incrocia un gruppo di madri e sorelle
kosovare, di fratelli e parenti e tutti hanno lo stesso sguardo
senza speranza proprio come dall'altra parte del mare. Ci sarà
qualche motivazione proprio in quella macchina da guerra, in
quel colossale giro di affari di armi a «tecnologia avanzata»
ramificata nel mondo a rendere la gente tanto priva di illusioni
da considerare la vita e la morte allo stesso livello. O a
essere costretti a vivere senza vita. Vincenzo Marra così come
aveva fatto del suo primo protagonista un fratello dei magrebini,
ora ci mostra come il popolo dei diseredati sia diventato enorme
rispetto a un unico nemico più forte di lui, un potere
invisibile, potremmo dire multinazionale.
Roberto Silvestri

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