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Vanja sulla 42a strada (USA - 1994)

Titolo originale: Vanya on 42nd street
Regia:
Louis Malle
Sceneggiatura: Andre Gregory, David Mamet
Fotografia: Declan Quinn
Musiche: Joshua Redman
Montaggio: Nancy Baker
Scenografia: Eugene Lee

Genere: Commedia
Produzione: Fred Berner
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 120'

Interpreti: Phoebe Brand, Lynn Cohen, George Gaynes, Andre' Gregory, Madhur Jaffrey, Jerry Mayer, Julianne Moore, Larry Pine, Wallace Shawn, Brooke Smith

Note: Tratto dal testo teatrale "zio vanja" di Anton Pavlovic Cechov.

Il professor Sieriebryakov, un mediocre accademico, è ospite nella sua casa di campagna, un tempo proprietà della sua prima moglie, per scrivere, senza disturbo, un suo saggio sulla cultura russa. Sono ospiti con lui (serviti dalla vecchia e saggia Tata e dal famiglio Waffles) la sua seconda moglie Elena e il dottor Astrov, medico di casa, incaricato dagli attuali proprietari della tenuta (Vanya, il fratello della defunta, e Sonya, figlia di costei) di attendere alla salute dell'illustre professore, il quale si rivela in concludente e lagnoso, mettendo a dura prova la pazienza della consorte, ancora giovane e avvenente, ma coccolato dall'ex suocera, Maman, che ancora stravede per lui. Intorno a Sieriebryakov s'intrecciano segrete passioni e si consumano drammi nascosti, che neppure sfiorano la sua presuntuosa sufficienza. Sonya, infatti, è innamorata del medico, e lo confida ad Elena, superando l'avversione che prova nei suoi confronti pregandola di accertare se il medico sia incline a contraccambiare il suo amore. Ma Elena deve deluderla: il dottor Astov è indifferente nei riguardi della giovane. E' invece infatuato di Elena lo zio Vanya, che non è affatto da lei ricambiato, mentre le attenzioni di cui il dottor Astrov non fa mistero, la turbano e mettono in crisi il suo matrimonio. L'indifferenza di Elena per zio Vanya esaspera fra tanto questi al punto da fargli commettere un gesto inconsulto: afferrata una pistola, ne fa partire un paio di colpi, senza tuttavia colpire nessuno, mentre le invettive di lui seminano lo sgomento fra i presenti: la proprietà sta per essere messa in vendita, e, a motivo di precedenti da lui ignorati, il professor si è Sieriebryakov non può accampare alcun diritto. Poi tutto si ricompone e zio e nipote riprendono - rassegnati e spenti - il tran tran solito, dopo che gli ospiti se ne sono andati.

L’idea originale dello spettacolo risale al 1989 ma solo due anni dopo fu possibile debuttare al Victory Theatre, un vecchio cinema non lontano da Times Square. Questo Zio Vanja acquistò subito le caratteristiche dell’evento, anche in considerazione dei posti riservati al pubblico, non più di una trentina. Tra i privilegiati c’era Louis Malle (e anche Bob Altman che lì scritturò “Yelena”, ossia l’attrice Julianne Moore, per America oggi), a cui non dispiacque il progetto di filmare lo spettacolo. Abbandonato il Victory, la scelta cadde sul New Amsterdam Theatre. Due settimane di riprese, al ritmo di 15 pagine di testo al giorno, nell’adattamento di David Mamet: le scene filmate con estrema sobrietà in primo piano - campo/controcampo – piano americano, colonna sonora ridotta all’essenziale, macchina all’altezza della signora Chao, seduta nello spazio dell’orchestra, e gli attori a recitare su una piattaforma adagiata nella sala (essendo il palco ormai impraticabile per le assi di legno rose dai topi), con riferimenti esibiti, nei costumi e negli oggetti, al 1994.
La ricerca teatrale contemporanea ha tentato in ogni modo di coniugare uno spazio antropologico entro il quale risolvere l’idea di rappresentazione, sciogliendola dai lacci naturalistici dei palcoscenici tradizionali e ufficiali. Gli interpreti di Vanja entrano dalla strada, dai marciapiedi della 42°, e il New Amsterdam Theatre è una struttura “aperta”, di snodo e di transito, dove gli spazi non sono rigidamente suddivisi (e sarebbe certo di indubbio interesse studiare le analogie e le fratture con Rasoi, il film che Mario Martone ha tratto da una sua fortunata messinscena).
Anche il testo di Cechov è qualcosa che scivola e fluisce nei tempi vivi dell’azione, sciogliendosi dalle rigide scansioni drammaturgiche e tenendosi largo dai ritmi cadenzati della recitazione. Gli attori agiscono come in relax, entrano ed escono dal campo visivo simili ai passanti che sostano a commentare una vetrina, pur nella sottesa frenesia delle cose da sbrigare. E proprio Vanja, dunque, che si “colloca” sulla 42° Strada e nel suo spazio fluisce, così come in New Amsterdam Theatre ha potuto fluire, nel tempo, dalle Ziegfield Follies, al teatro porno fino al set cinematografico. E, a pensarci bene, fluire è anche lo statuto dei personaggi di Cechov, come dice Sonja nel monologo finale: “Che fare? Bisogna vivere. Noi vivremo, zio Vanja. Vivremo una lunga sequela di giorni, di interminabili sere. E quando verrà la nostra ora, moriremo con rassegnazione e là, oltre la tomba, diremo che abbiamo patito, pianto, sofferto amarezza. E Dio avrà pietà di noi, e noi due, zio caro, vedremo una vita limpida, bella armoniosa…”.
Il teatro, allora, si conferma comunque custode di uno spazio antropologico, in cui va a collocarsi l’homo fluens. Il rapporto tra personaggio e attore non risiede più, semplicemente nella “interpretazione”: dalla 42° Strada gli attori con-fluiscono nei personaggi e scivolano via lungo il racconto, in oscillazione delicata e perpetua. E’ insomma il luogo che ispira la performance: non si tratta più di dare vita a un carattere, come è consuetudine dal ‘700 in poi, ma è il luogo stesso che caratterizza l’azione, la colloca e ambienta Cechov sulla 42°.
Foreste del Bengala o New York giungla d’asfalto, ciò che conta è il fluire di voci, sguardi e sentimenti attraverso uno spazio che è naturale e culturale al tempo stesso: è così naturale che Cechov fluisca lungo la 42°. E non a caso si tratta comunque di una prova, e non dello spettacolo. Cechov sulla 42° non fa altro che dare prova si sé nello spazio di una cultura che è americana quanto bengalese o quella europea di Malle. Il “luogo”, così, non caratterizza la performance nel senso di imporle la propria cogente tradizione, ma al contrario la fa fluire, come la brezza, là dove le voci e i sentimenti la soffiano, cercando in tale flusso, assolutamente non televisivo, le proprie radici a disposizione di tutti.
Il cinema di Malle vigila che il teatro di Gregory non si riduca all’ennesimo mito, all’ultima moda. E veglia tenendo desta quella leggerezza capace di Storia senza tuttavia farsene stravolgere.
Flavio De Bernadinis