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Interpreti:
Phoebe Brand, Lynn Cohen, George Gaynes, Andre' Gregory, Madhur
Jaffrey, Jerry Mayer, Julianne Moore, Larry Pine, Wallace Shawn,
Brooke Smith
Note: Tratto dal testo teatrale "zio vanja" di Anton
Pavlovic Cechov.
Il
professor Sieriebryakov, un mediocre accademico, è ospite nella
sua casa di campagna, un tempo proprietà della sua prima
moglie, per scrivere, senza disturbo, un suo saggio sulla
cultura russa. Sono ospiti con lui (serviti dalla vecchia e
saggia Tata e dal famiglio Waffles) la sua seconda moglie Elena
e il dottor Astrov, medico di casa, incaricato dagli attuali
proprietari della tenuta (Vanya, il fratello della defunta, e
Sonya, figlia di costei) di attendere alla salute dell'illustre
professore, il quale si rivela in concludente e lagnoso,
mettendo a dura prova la pazienza della consorte, ancora giovane
e avvenente, ma coccolato dall'ex suocera, Maman, che ancora
stravede per lui. Intorno a Sieriebryakov s'intrecciano segrete
passioni e si consumano drammi nascosti, che neppure sfiorano la
sua presuntuosa sufficienza. Sonya, infatti, è innamorata del
medico, e lo confida ad Elena, superando l'avversione che prova
nei suoi confronti pregandola di accertare se il medico sia
incline a contraccambiare il suo amore. Ma Elena deve deluderla:
il dottor Astov è indifferente nei riguardi della giovane. E'
invece infatuato di Elena lo zio Vanya, che non è affatto da
lei ricambiato, mentre le attenzioni di cui il dottor Astrov non
fa mistero, la turbano e mettono in crisi il suo matrimonio.
L'indifferenza di Elena per zio Vanya esaspera fra tanto questi
al punto da fargli commettere un gesto inconsulto: afferrata una
pistola, ne fa partire un paio di colpi, senza tuttavia colpire
nessuno, mentre le invettive di lui seminano lo sgomento fra i
presenti: la proprietà sta per essere messa in vendita, e, a
motivo di precedenti da lui ignorati, il professor si è
Sieriebryakov non può accampare alcun diritto. Poi tutto si
ricompone e zio e nipote riprendono - rassegnati e spenti - il
tran tran solito, dopo che gli ospiti se ne sono andati.
L’idea
originale dello spettacolo risale al 1989 ma solo due anni dopo
fu possibile debuttare al Victory Theatre, un vecchio cinema non
lontano da Times Square. Questo Zio Vanja acquistò subito le
caratteristiche dell’evento, anche in considerazione dei posti
riservati al pubblico, non più di una trentina. Tra i
privilegiati c’era Louis Malle (e anche Bob Altman che lì
scritturò “Yelena”, ossia l’attrice Julianne Moore, per
America oggi), a cui non dispiacque il progetto di filmare lo
spettacolo. Abbandonato il Victory, la scelta cadde sul New
Amsterdam Theatre. Due settimane di riprese, al ritmo di 15
pagine di testo al giorno, nell’adattamento di David Mamet: le
scene filmate con estrema sobrietà in primo piano -
campo/controcampo – piano americano, colonna sonora ridotta
all’essenziale, macchina all’altezza della signora Chao,
seduta nello spazio dell’orchestra, e gli attori a recitare su
una piattaforma adagiata nella sala (essendo il palco ormai
impraticabile per le assi di legno rose dai topi), con
riferimenti esibiti, nei costumi e negli oggetti, al 1994.
La ricerca teatrale contemporanea ha tentato in ogni modo di
coniugare uno spazio antropologico entro il quale risolvere l’idea
di rappresentazione, sciogliendola dai lacci naturalistici dei
palcoscenici tradizionali e ufficiali. Gli interpreti di Vanja
entrano dalla strada, dai marciapiedi della 42°, e il New
Amsterdam Theatre è una struttura “aperta”, di snodo e di
transito, dove gli spazi non sono rigidamente suddivisi (e
sarebbe certo di indubbio interesse studiare le analogie e le
fratture con Rasoi, il film che Mario Martone ha tratto da una
sua fortunata messinscena).
Anche il testo di Cechov è qualcosa che scivola e fluisce nei
tempi vivi dell’azione, sciogliendosi dalle rigide scansioni
drammaturgiche e tenendosi largo dai ritmi cadenzati della
recitazione. Gli attori agiscono come in relax, entrano ed
escono dal campo visivo simili ai passanti che sostano a
commentare una vetrina, pur nella sottesa frenesia delle cose da
sbrigare. E proprio Vanja, dunque, che si “colloca” sulla
42° Strada e nel suo spazio fluisce, così come in New
Amsterdam Theatre ha potuto fluire, nel tempo, dalle Ziegfield
Follies, al teatro porno fino al set cinematografico. E, a
pensarci bene, fluire è anche lo statuto dei personaggi di
Cechov, come dice Sonja nel monologo finale: “Che fare?
Bisogna vivere. Noi vivremo, zio Vanja. Vivremo una lunga
sequela di giorni, di interminabili sere. E quando verrà la
nostra ora, moriremo con rassegnazione e là, oltre la tomba,
diremo che abbiamo patito, pianto, sofferto amarezza. E Dio
avrà pietà di noi, e noi due, zio caro, vedremo una vita
limpida, bella armoniosa…”.
Il teatro, allora, si conferma comunque custode di uno spazio
antropologico, in cui va a collocarsi l’homo fluens. Il
rapporto tra personaggio e attore non risiede più,
semplicemente nella “interpretazione”: dalla 42° Strada gli
attori con-fluiscono nei personaggi e scivolano via lungo il
racconto, in oscillazione delicata e perpetua. E’ insomma il
luogo che ispira la performance: non si tratta più di dare vita
a un carattere, come è consuetudine dal ‘700 in poi, ma è il
luogo stesso che caratterizza l’azione, la colloca e ambienta
Cechov sulla 42°.
Foreste del Bengala o New York giungla d’asfalto, ciò che
conta è il fluire di voci, sguardi e sentimenti attraverso uno
spazio che è naturale e culturale al tempo stesso: è così
naturale che Cechov fluisca lungo la 42°. E non a caso si
tratta comunque di una prova, e non dello spettacolo. Cechov
sulla 42° non fa altro che dare prova si sé nello spazio di
una cultura che è americana quanto bengalese o quella europea
di Malle. Il “luogo”, così, non caratterizza la performance
nel senso di imporle la propria cogente tradizione, ma al
contrario la fa fluire, come la brezza, là dove le voci e i
sentimenti la soffiano, cercando in tale flusso, assolutamente
non televisivo, le proprie radici a disposizione di tutti.
Il cinema di Malle vigila che il teatro di Gregory non si riduca
all’ennesimo mito, all’ultima moda. E veglia tenendo desta
quella leggerezza capace di Storia senza tuttavia farsene
stravolgere.
Flavio De Bernadinis

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