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Tandem (Francia - 2003)

Titolo originale: Tandem
Regia:
Patrice  Leconte
Sceneggiatura: Patrick  Dewolf, Patrice  Leconte
Fotografia: Denis  Lenoir
Musiche: Francois  Bernheim
Montaggio: Joelle  Hache
Scenografia: Ivan  Maussion

Genere: Commedia
Produzione: Cinea - Films A2 - Hachette Premiere et Compagnie
Distribuzione: Bim
Durata: 90'

Interpreti: Gerard  Jugnot,  Jean  Rochefort, Sylvie  Granotier, Jean-Claude Dreyfus, Julie Jezequel, Albert Delpy, Gabriel Gobin, Marie Pillet

Michel Mortez è l'ideatore di un famoso programma radiofonico, 'La lingua del gatto'. Come una sorta di novello don Chisciotte ha in Rivetot, suo autista, il fido Sancho Panza e nella sua vecchia e cadente macchina Ronzinante. Un giorno, nonostante il successo dello show, Rivetot viene a sapere che il programma sarà soppresso. Dopo tanto tempo, che ne sarà di Mortez? Rivetot ha paura di sapere già la risposta.

Sembra una commedia tenera e quasi spensierata quest’opera di Patrice Leconte girata nel 1987. Invece si apre gradualmente ad una serie di letture che evidenziano non solo le influenze letterarie, dal Don Chisciotte al road movie (On The Road di Kerouac per esempio). Perché il percorso ha una sua flagranza esistenziale. Da una parte l’individuo, l’essere umano. Dall’altro il mondo con la sua Storia, i suoi tempi. Il rapporto tra sé e mondo "esterno" coincide sempre con una dimensione di incomprensione. Cosicché l’essere (come solitudine individuale) è costretto a vagare in cerca di un segno, e naturalmente contro tutto e tutti. E il suo viaggio corrisponde anche ad una continua simulazione. Essere anche nel modo in cui gli altri s’immaginano un eroe, nonostante gli eroi esistano solo nelle fantasie. Michel Mortez, cognome che fa risuonare il termine "morte", una fine che è sempre in agguato ed una lotta che si fa ancora più disperata per la sopravvivenza di ogni giorno. Leconte non solo è riuscito a descriverci una figura mitologica, ma lo fa nei termini moderni, facendo balenare chiari i mulini a vento di oggi. Insomma le battaglie o forse le guerre perdute contro un’umanità irredimibile che è governata dalla facilità e dal benessere della volgarità. La medesima mancanza di sensibilità (etica-estetica) per cui le famigliole fanno il picnic sul ciglio della strada respirando i fumi delle auto in corsa.
Michel Mortez è l’icona radiofonica che sta pateticamente decadendo nella ripetizione compulsiva del programma a quiz che si svolge ininterrottamente da decine d’anni. Però Michel Mortez mostra chiaramente il volto concreto della percezione multimediale contemporanea o dei suoi gusti, i nuovi idoli e feticci: il passaggio definitivo dalla figura di presentatore (televisivo radiofonico) a quella di testimonial per le marche di pubblicità, ma anche polo attrattivo di un immaginario di successo (Mortez è ancora assediato da fans che gli chiedono l’ottuso autografo). L’entertainment scivola dalla gara tra concorrenti alla gag che si costruisce intorno ai vari prodotti oppure alla performance dell’attore: tic, gestualità, parole, battute che diventano punto di riferimento per milioni di fedeli seguaci. Michel Mortez come Mike Bongiorno che si adatta: per continuare a fare i suoi quiz, presta il volto e la fluente parlantina per interminabili soap spot che hanno ormai una vera e propria tradizione (si chiamano informazione pubblicitaria) come i vecchi Caroselli.
Leconte sembra divertirsi soprattutto nella caratterizzazione di questo personaggio così patetico affiancandolo in un afflato solidaristico ad una figura opposta, il bonario Rivetot che controbilancia la perdita del reale, pur rimanendo affascinato dall’immaginario folle del suo compagno. Mortez si muove sempre al limite del grottesco, perché la sua maschera nasconde la profonda miseria di un’insanabile solitudine: Michel Mortez patetico quando telefona ad un’amante immaginaria, Michel Mortez che finge di essere alloggiato nel miglior hotel, Michel Mortez che ostenta e mantiene il suo orgoglio fino al punto di rifiutare l’amore sincero di una donna che ha capito tutto di lui, Michel Mortez che respinge le cure mediche e s’ubriaca pregiudicando la salute. Davvero un personaggio che ha l’ossessione della performance e che è disposto a tutto perché l’apparenza di questa performance sia sempre garantita. In modo penetrante così avvertiamo in questa storia i segni-disagi di una totale disfatta umana di fronte anche al più piccolo sogno di potenza. Rivetot ha invece uno sguardo lucidissimo, talmente lucido che appare davvero singolare la sua caduta nel mondo immaginario. Durante i viaggi, l’autista è colto da fobie: che qualcuno butti la propria bicicletta dal ponte sulla strada dove passano le auto, minacciando così il cammino; lo vediamo in preda ad un’allucinazione, quando vede un enorme cane rosso che taglia la strada alla macchina in corsa; lo vediamo quasi gemere di piacere al tatto di un’auto nuova di grossa cilindrata. Attraverso tutti questi dettagli di sceneggiatura, resi attraverso immagini semplici ed efficaci, il film si conquista una naturale bellezza. In questa prospettiva psicologica così penetrante tutto appare autentico dentro un lavoro di immaginazione continua, che ci conduce a compatire, vale a dire ad un vero sentire comune con i personaggi.
Andrea Caramanna