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Interpreti:
Gerard Jugnot, Jean Rochefort,
Sylvie Granotier, Jean-Claude Dreyfus, Julie Jezequel,
Albert Delpy, Gabriel Gobin, Marie Pillet
Michel
Mortez è l'ideatore di un famoso programma radiofonico, 'La
lingua del gatto'. Come una sorta di novello don Chisciotte ha
in Rivetot, suo autista, il fido Sancho Panza e nella sua
vecchia e cadente macchina Ronzinante. Un giorno, nonostante il
successo dello show, Rivetot viene a sapere che il programma
sarà soppresso. Dopo tanto tempo, che ne sarà di Mortez?
Rivetot ha paura di sapere già la risposta.
Sembra
una commedia tenera e quasi spensierata quest’opera di Patrice
Leconte girata nel 1987. Invece si apre gradualmente ad una
serie di letture che evidenziano non solo le influenze
letterarie, dal Don Chisciotte al road movie (On The Road di
Kerouac per esempio). Perché il percorso ha una sua flagranza
esistenziale. Da una parte l’individuo, l’essere umano. Dall’altro
il mondo con la sua Storia, i suoi tempi. Il rapporto tra sé e
mondo "esterno" coincide sempre con una dimensione di
incomprensione. Cosicché l’essere (come solitudine
individuale) è costretto a vagare in cerca di un segno, e
naturalmente contro tutto e tutti. E il suo viaggio corrisponde
anche ad una continua simulazione. Essere anche nel modo in cui
gli altri s’immaginano un eroe, nonostante gli eroi esistano
solo nelle fantasie. Michel Mortez, cognome che fa risuonare il
termine "morte", una fine che è sempre in agguato ed
una lotta che si fa ancora più disperata per la sopravvivenza
di ogni giorno. Leconte non solo è riuscito a descriverci una
figura mitologica, ma lo fa nei termini moderni, facendo
balenare chiari i mulini a vento di oggi. Insomma le battaglie o
forse le guerre perdute contro un’umanità irredimibile che è
governata dalla facilità e dal benessere della volgarità. La
medesima mancanza di sensibilità (etica-estetica) per cui le
famigliole fanno il picnic sul ciglio della strada respirando i
fumi delle auto in corsa.
Michel Mortez è l’icona radiofonica che sta pateticamente
decadendo nella ripetizione compulsiva del programma a quiz che
si svolge ininterrottamente da decine d’anni. Però Michel
Mortez mostra chiaramente il volto concreto della percezione
multimediale contemporanea o dei suoi gusti, i nuovi idoli e
feticci: il passaggio definitivo dalla figura di presentatore
(televisivo radiofonico) a quella di testimonial per le marche
di pubblicità, ma anche polo attrattivo di un immaginario di
successo (Mortez è ancora assediato da fans che gli chiedono l’ottuso
autografo). L’entertainment scivola dalla gara tra concorrenti
alla gag che si costruisce intorno ai vari prodotti oppure alla
performance dell’attore: tic, gestualità, parole, battute che
diventano punto di riferimento per milioni di fedeli seguaci.
Michel Mortez come Mike Bongiorno che si adatta: per continuare
a fare i suoi quiz, presta il volto e la fluente parlantina per
interminabili soap spot che hanno ormai una vera e propria
tradizione (si chiamano informazione pubblicitaria) come i
vecchi Caroselli.
Leconte sembra divertirsi soprattutto nella caratterizzazione di
questo personaggio così patetico affiancandolo in un afflato
solidaristico ad una figura opposta, il bonario Rivetot che
controbilancia la perdita del reale, pur rimanendo affascinato
dall’immaginario folle del suo compagno. Mortez si muove
sempre al limite del grottesco, perché la sua maschera nasconde
la profonda miseria di un’insanabile solitudine: Michel Mortez
patetico quando telefona ad un’amante immaginaria, Michel
Mortez che finge di essere alloggiato nel miglior hotel, Michel
Mortez che ostenta e mantiene il suo orgoglio fino al punto di
rifiutare l’amore sincero di una donna che ha capito tutto di
lui, Michel Mortez che respinge le cure mediche e s’ubriaca
pregiudicando la salute. Davvero un personaggio che ha l’ossessione
della performance e che è disposto a tutto perché l’apparenza
di questa performance sia sempre garantita. In modo penetrante
così avvertiamo in questa storia i segni-disagi di una totale
disfatta umana di fronte anche al più piccolo sogno di potenza.
Rivetot ha invece uno sguardo lucidissimo, talmente lucido che
appare davvero singolare la sua caduta nel mondo immaginario.
Durante i viaggi, l’autista è colto da fobie: che qualcuno
butti la propria bicicletta dal ponte sulla strada dove passano
le auto, minacciando così il cammino; lo vediamo in preda ad un’allucinazione,
quando vede un enorme cane rosso che taglia la strada alla
macchina in corsa; lo vediamo quasi gemere di piacere al tatto
di un’auto nuova di grossa cilindrata. Attraverso tutti questi
dettagli di sceneggiatura, resi attraverso immagini semplici ed
efficaci, il film si conquista una naturale bellezza. In questa
prospettiva psicologica così penetrante tutto appare autentico
dentro un lavoro di immaginazione continua, che ci conduce a
compatire, vale a dire ad un vero sentire comune con i
personaggi.
Andrea Caramanna

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