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Un affare di gusto (Francia - 2000)

Titolo originale: Une affaire de gout
Regia e sceneggiatura:
Bernard Rapp
Fotografia: Gerard De Battista
Musiche: Jean-Philippe Goude
Montaggio: Juliette Welfling
Scenografia: Francois Comtet

Genere: Thriller, Poliziesco
Produzione: Cdp, Le Studio Canal+, Entre Europeenne Cinematographique Rhone-Alpes, Centre National De Cinematographie, La Sofica Gimages 2, Procirep, Studio Images 6, France 3 Cinema, Rhone Alpes Cinema
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 90'

Interpreti: Bernard Giraudeau, Jean-Pierre Lorit, Florence Thomassin, Charles Berling, Jean-Pierre Leaud

Note: Tratto dal romanzo "Affaires de gout" di Philippe Balland. Musiche da Vivaldi.

Delamont è un industriale di successo, colto, raffinato, originale, ma affetto da fobie. Conosce per caso in un ristorante Nicolas, un cameriere, e gli propone di diventare il suo assaggiatore dietro un lauto compenso. Nicolas accetta, ma la relazione professionale si trasformerà in un gioco sottile e pericoloso.

Frammenti di una storia già consumata. "Un affare di gusto" è la vicenda di una tragedia al passato, ricostruita dalla figura di un giudice istruttore (che possiede l'immobile e fredda oggettività dello sguardo di Jean-Pierre Léaud) che raccoglie testimonianze, ricostruisce immagini, alimentando il percorso di un 'falso' film processuale. In realtà "Un affare di gusto" è altro. L'opera di Bernard Rapp segue dichiaratamente una linea narrativa prevedibile dove fin dall'inizio si sa chi è il colpevole. Ciò che conta però non è l'evento ma il clima. Un clima oppressivo, inquietante sapientemente costruito anche dalla raffinata scrittura di Gilles Taurand (uno degli sceneggiatori abituali di Téchiné) che riesce a creare ambiguità all'interno di una storia di cui già si conosce la fine.

Il film di Bernard Rapp - già giornalista e presentatore televisivo che ha esordito dietro la macchina da presa nel 1997 con l'interessante thriller "Delitto tra le righe" - costruisce atmosfere noir alimentando la tensione proprio sull'assenza dell'azione, utilizzando giochi di sguardi, scatti improvvisi e servendosi della musica classica quasi come una colonna sonora da film horror. In effetti "Un affare di gusto" è un'opera dove i corpi prevalgono sulle azioni. Anche davanti al giudice istruttore, i brevi frammenti sui volti dei personaggi soffocano, quasi annullano, la loro deposizione verbale. Inoltre Delamont sembra servirsi di Nicolas per creare un suo clone, un suo doppio. L'industriale cerca di duplicare se stesso nel corpo del cameriere. Misura la sua altezza, il suo peso, gli fa indossare determinati vestiti, lo induce a smettere di fumare, mette in crisi la sua relazione con Béatrice e soprattutto lo costringe a dividere un'occasionale avventura con una ragazza. Sembra esserci dentro "Un affare di gusto" l'aspirazione alla creazione di altri 'inseparabili' cronenberghiani, alla potenziale moltiplicazione genetica di un corpo malato di perfezione.
Il rapporto professionale tra Delamont e Nicolas non sfocia in un'attrazione omosessuale. Piuttosto l'industriale sembra voler utilizzare il cameriere trasformandolo in un corpo in cui specchiarsi, guardarsi, potersi (auto)esaltare nella ri/creazione di un io omologo. Nel momento in cui Delamont si guarda nello specchio di una toilette assieme a Nicolas, in realtà sta soltanto guardando se stesso, si sta ponendo come figura horror che per potenziarsi deve forzatamente annullare un altro corpo. Stranamente, però, "Un affare di gusto" è un film sul corpo senza fisicità, senza cibo. Rapp forse guarda pallidamente al Ferreri di "La grande abbuffata" nella creazione della similitudine tra cibo e morte e, allo stesso tempo, cerca di creare quelle atmosfere gelide e opprimenti di quei gialli così 'corporei' di Chabrol. In realtà però in "Un affare di gusto" del cibo manca la consistenza materica (anche nell'inquadratura iniziale il rumore dei coltelli, segno premonitore dell'oggetto dell'omicidio, prevale sulle immagini della carne tagliata) e dei giallo chabroliano manca lo scatto inaspettato, l'improvvisa pulsione violenta. Ferreri e Chabrol, per aspetti diversi, mostrano la carnalità dei loro personaggi, esasperano i loro desideri e le loro frustrazioni. Bernard Rapp invece si chiude dentro un'indubbia eleganza formale, precisa come un teorema geometrico e affidata essenzialmente alla bravura dei due attori protagonisti, Bernard Giraudeau e Jean-Pierre Lorit.
Forse questa dichiarata freddezza di sguardo può rappresentare anche un presupposto di messinscena che, per certi versi, può aspirare anche a quella spietatezza nell'analisi dei rapporti di classe (il contrasto servitore-padrone) che ha avuto in "Il servo" di Losey uno dei suoi esempi più alti. "Un affare di gusto" produce, però, anche una rabbia che alla fine resta sempre nascosta, una rabbia a cui viene impedito di esplodere. Alla fine, nel film di Bernard Rapp, l'idea seduce più del risultato. Probabilmente le cause sono da rintracciarsi in questa complessa 'architettura sul gusto' (non solo quello culinario, ma prevalentemente quello della necessità di sentire il mondo alla stessa maniera) troppo raffinata, in cui alla fine si avverte la cerebralità della sua costruzione.
Simone Emiliani