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Titolo
originale: The agronomist
Regia: Jonathan Demme
Fotografia: Orson Welles, Jonathan Demme,
Kevin Mcnamara, Peter Saraf
Musiche: Wyclef Jean
Montaggio: Lizzie Gelber, Kevin Mcnamara
Genere:
Documetario, Politico
Produzione: Jonathan Demme, Kevin Mcnamara, Peter Saraf, Dany
Wolf Per Clinica Estetico Ltd.
Distribuzione: Bim
Durata: 90' |

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Interpreti:
Jean Dominique
Note:
Evento speciale alla 60ma mostra del cinema di Venezia (2003)
nella sezione "Nuovi Territori".
Riconoscimento
a Jean Dominique, giornalista e attivista dei diritti umani, che
ha gestito per diversi anni, dal 1968, Radio Haiti-Inter, la
più vecchia radio haiatiana, portando una serie di innovazioni
che hanno rivoluzionato il modo di fare radio in tutto il paese
a cominciare dall'uso della lingua locale a discapito della
lingua francese.
Da
un regista che si è fatto le ossa con il film di genere ma
dalla provata esperienza in campo documentaristico come Jonathan
Demme, è arrivato il film più bello di Venezia 2003. "The
Agronomist" non è semplicemente la storia di un agronomo
senza terra, ma quella di uno dei personaggi politici più
importanti della storia di Haiti. Jean Dominique non era un
politico di professione, ma con la sua 'Radio Haiti Inter' ha
rappresentato a lungo la voce del popolo contro i governi
militari che hanno condotto il paese a partire dal 1956
attraverso più di un colpo di stato. Jean Dominique si definiva
"un attivista militante per la Democrazia", ed è
ovvio che in una nazione come Haiti la sua vita - professionale
e personale - non sia stata esattamente facile.
Vittima di attentati intimidatori e costretto per due volte
all'esilio, Jean Dominique è stato il più importante testimone
della reale situazione dell'isola caraibica, un esempio non di
come una voce possa manipolare l'opinione pubblica ma di come un
uomo possa diventare la voce di una moltitudine altrimenti
silenziosa, una moltitudine che non parlava francese ma
conosceva benissimo la lingua creola in cui Jean Dominique
realizzava - caso unico - le sue trasmissioni radiofoniche. La
sua importanza per gli haitiani era tale che al suo ritorno in
patria dopo sei anni di esilio, nel 1986, 60.000 persone
andarono ad accoglierlo all'aeroporto di Port-au-Prince.
Jonathan Demme ha incontrato per la prima volta Jean Dominique e
sua moglie Michèle Montas proprio nel 1986, quando si trovava
ad Haiti per realizzare il documentario "Haiti: Dreams of
Democracy", che raccontava l'entusiasmo con cui il paese si
preparava ad accogliere il primo governo democratico della sua
storia. Colpito dalla passione e dall'intelligenza dell'uomo,
Demme decide nel 1993 di realizzare un documentario su di lui,
partendo da quella che è la sua visione del colpo di stato che
l'ha di nuovo costretto in esilio a New York ma non limitandosi
a quest'argomento. Durante la ventina di conversazioni che i due
fanno davanti alle telecamere nell'anno successivo, infatti,
Jean Dominique racconta la storia di Haiti - e Demme ce la
spiega benissimo - e quella di 'Radio Haiti Inter', racconta la
storia della sua vita ed esprime le sue opinioni sulla
situazione politica mondiale. Quando poi Dominique ha occasione
di ritornare in patria, i due si perdono di vista e il film non
viene mai completato. Ma quando Dominique viene assassinato, il
3 Aprile del 2000, Demme capisce che per rendere omaggio alla
sua figura deve portare a termine il progetto. Raccoglie quindi
materiale girato da altri e lo monta con spezzoni di film su
Haiti, compreso "Et moi je suis belle" (1962) dello
stesso Jean Dominique. Il risultato è uno splendido
documentario sulla vita di un uomo straordinario e sulla storia
recente di un paese tribolato.
A differenza di un Oliver Stone qualunque, Demme sa rimanere
sullo sfondo, così da esaltare le parole dell'intervistato. In
questo caso, la sua fortuna è soprattutto quella di avere a che
fare con un personaggio brillante come Dominique, ma il regista
è stato comunque capace di dare chiarezza al tanto materiale
raccolto, grazie anche all'ottimo lavoro di montaggio effettuato
da Bevin McNamara e Lizi Gelber e sottolineandolo con le
azzeccate musiche di Wycleaf Jean e Jerry 'Wonda' Duplessis.
E' ovvio, guardando questo film, come il progetto non sia
semplicemente un nuovo esempio della moda documentarista che ha
di recente invaso gli Stati Uniti, nata con il vecchio "Hoop
Dreams" ed esplosa definitivamente con il recente lavoro di
Michael Moore. Guardando "The Agronomist" appare
chiaro come Demme si trovi più a suo agio con il documentario
che non con la fiction, che in veste di documentarista si senta
più filmaker che non semplice regista. Attraverso il lavoro
assolutamente indipendente che sta dietro a questo progetto, il
regista riesce a darci la sua visione del personaggio di Jean
Dominique - che è quella di un novello Don Chisciotte che
continua a lottare per arrivare a coronare un sogno impossibile
da raggiungere - e sa spedire due precisi siluri contro il
Governo USA e la sua politca estera. Ma è evidente che la vera
forza di questo documentario sia la persona che ci viene
raccontata, un intellettuale popolare dai saldi principi e
dotato di coraggio e perseveranza non comuni. Un trascinatore
brillante come nessuno 'splendido quarantenne’ italiano potrà
mai essere.
Alberto
Cassani

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