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Interpreti:
Cast: Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussollier,
Roschdy Zem, Valeria Golino
Tra
Lèo Vrinks, capo della squadra anticrimine, e Denis Klein, capo
della squadra investigativa e pronto intervento, si è scatenata
la battaglia per la conquista del comando del '36, Quai des Orfèvres'.
Un tempo grande amici, ormai tra loro è guerra aperta per
sgominare una terribile banda di malviventi ma soprattutto per
il cuore della bella Camille...
In
una delle prime scene del film, Daniel Auteil appare in lacrime,
rinchiuso dentro una cella, in una posizione rannicchiata quasi
fetale. I primi dieci minuti di 36, Quai des orfèvres sono
ossessionati dai luoghi. Innanzitutto l'indirizzo del comando di
Polizia, simbolo del sistema, segno del potere burocratico,
visivamente maestoso anche nell'oscurità penetrante notturna,
il baluardo dove non entra chiunque, sempre sorvegliato eppure
violato, non casualmente, dagli stessi poliziotti, chiara
indicazione per il seguito della storia. E anche luogo
cinematografico, perché Quai des orfèvres (Legittima difesa)
del ‘47, è il film di Henri-Georges Clouzot con Louis Jouvet.
Le scene iniziali figurano numerosi slittamenti tra eventi
simultanei in spazi differenti: la festa in un locale buio e
fumoso per celebrare uno dei poliziotti, la rapina nella già
citata strada parigina, un’altra violenta aggressione ai danni
di un locale notturno, l'assalto pirotecnico al convoglio
blindato contenente centinaia di migliaia di euro.
Questa eccitante multivisione è il sintomo di una regia
febbricitante, incline all'immersione in atmosfere energiche,
dimensioni subliminali o coscienti di percezioni ambigue del
Bene e del Male. Nella tradizione cinematografica francese la
contrazione tra le due identità, la follia angosciante del noir
e la razionalità fredda del poliziesco, prende il nome di polar.
In questo genere, o stile cinematografico, come suggerisce Mauro
Gervasini in Cinema poliziesco francese (edizioni Le Mani), è
presente una specifica "sensibilità", laddove
"la forma e il linguaggio contano fino a un certo punto, ci
si può astrarre dalla parola o dall'immagine e approdare a una
visione del mondo originale". Alcune caratteristiche del
cinema del passato si manifestano rielaborate nel cinema di
oggi: la rappresentazione di emozioni corrisponde a corpi in cui
è visibile una grande esperienza di vita, al di là delle
morali che possono essersi piegate nel tempo. Anzi è proprio
nell'ambivalenza precaria delle azioni che ogni personaggio
porta un segno di distinzione. Al di là dei vari comportamenti
la raffigurazione esalta il primo piano, le rughe, le cicatrici
(interiori del passato sottolineate con vari espedienti: un
breve riferimento durante un dialogo), l'andatura felpata, lo
sguardo attento e profondo, qualche volta perso in un vuoto
rivelante la vivida concentrazione, il sentimento di malinconia,
in alcuni casi il pervicace romanticismo, il melodramma (in
Francia le origini del genere risiedono nel realismo poetico).
Erano i corpi "faticosi" dei personaggi di Melville,
Clouzot, Carné, autori di opere nelle quali mancava spesso
l'azione com’è stata poi elaborata da Hollywood e dai più
recenti cantori come Michael Mann. Proprio a quest'ultimo sembra
rifarsi Marchal non rinunciando a sequenze altamente
spettacolari o almeno di potente impressione per la violenza
esibita. Al contrario di molti autori del polar francese, che
ricorrevano più che altro all'implosione dei sentimenti,
laddove la violenza era soltanto suggerita, implicita nelle
azioni dei protagonisti, visibile attraverso le smorfie sui
volti, il disgusto, la rabbia, la disperazione. E pure il
divismo, nella contrapposizione frontale, tende con più forza a
sdoppiare, a lacerare i sensi delle storie. Come in Mann, la
scissione ha bisogno di volti riconoscibili, di eroi che sono
anche icone dello star system, Depardieu e Auteil come Pacino e
De Niro.
Marchal tenta di armonizzare tutti gli elementi possibili. 36 è
un polar ibrido, atipico, non per il fatto che manchino
caratteristiche del genere tradizionale, ma perché utilizza
nuovi strumenti tipici del cinema contemporaneo sia francese che
di Hollywood per assimilarli al vecchio canone. Se è esplicito
lo scontro frontale tra due protagonisti come in Heat di Mann,
dove Al Pacino e De Niro erano le due facce della stessa
medaglia, in questo caso gli schieramenti opposti sono molto più
eccentrici rispetto alla norma. Nel film di Mann fuorilegge e
poliziotti costituivano due opzioni riconoscibili, in 36 sono i
diversi livelli di lettura dei personaggi ad arricchire la
narrazione che si nutre di tutte le complessità psicologiche
possibili, sfrutta le crudeltà, le efferatezze riconducendole
più a normalità quotidiane che a tipologie da eroismo
magniloquente. Marchal comunica anche una particolare visione
del mondo reale, tiepidamente militante, quando inneggia il
dissenso verso il sistema che si sottrae allo sguardo
superficiale, ottuso, dei media. La colpevolezza di Léo Vrinks,
così come il cinismo di Denis Klein secondo la prospettiva
esterna dei mezzi di comunicazione, ma anche delle parate
ipocrite in cui si apre la crepa della protesta, appaiono
insondabili, dando la sensazione che solo dall'interno si
conoscano tutti i meccanismi dei rapporti tra forze dell'ordine
e criminalità, essendo un mondo "unico" in cui le
distinzioni sono sottilissime e l’occhio onnisciente della mdp
riesce a rivelarci alcuni "brandelli di verità", una
vecchia presunzione del cinema ideologico.
A parte le raffinatezze linguistiche narrative e i vari apologhi
"impegnati", banali e fuori contesto, Marchal riesce a
regalarci sguardi vividi, compulsioni feroci dei migliori B
movies. Se è vero che la disperazione è spesso rivelata,
rappresentata con sottolineature, la fotografia tutta virata su
eccessi del nero profondo e del bianco abbacinante va verso una
visionarietà assoluta, un'iperbole iperrealistica. Da qui
discende sicuramente la bellezza di questo genere universale, il
realismo dell'anima, a tratti perturbante, che scivola
nell'odore della strada, negli ambienti espressionisti, come il
finale surreale, tra le giostre esuberanti dei palazzi e
l'asfalto bagnato che si macchia del sangue scuro dell'ennesima
vittima.
© 2005 reVision,
Andrea Caramanna

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