|
Interpreti:
Oscar Copp, Lou Rech, Tchavolo Schmitt, Mandino Reinhardt,
Abtellatif Chaarani, Fabiène Mai, Ben Zimet, Hélène Mershtein,
Colette Lepage, Alberto Hoffman, Marie Génin
Note:
Supervisore musicale: Amelie De Chassey. Realizzato con il
sostegno della regione Alsazia e della commissione del cinema di
Strasburgo. Presentato alla berlinale 2002 nella sezione
Panorama.
Max
è figlio unico. Dodicenne amante del jazz si appassiona alla
musica gitana ascoltando un virtuoso della chitarra. Dopo aver
acquistato una chitarra inizia le lezioni ed entra così nel
mondo dei musicisti gitani. L'incontro con Swing, una ragazza
gitana della sua stessa età, gli riserverà non poche sorprese,
tra le quali l'amore.
Il
tempo sospeso, lo spazio sospeso. Il tempo tra l’infanzia e l’adolescenza,
il tempo delle vacanze, la sospensione per eccellenza. Lo spazio
degli zingari, il loro essere “a parte” come principio
assoluto. Il filo conduttore dell’ultimo lavoro di Tony Gatlif
è tutto in questo isolamento spazio-temporale, governato dall’innocenza.
La musica, come tante altre volte (Vengo, Gadjo Dilo) è il
centro naturale della storia, il suo piano di appoggio molto
più solido dei luoghi e degli oggetti. Ma è soprattutto sulle
infinite possibilità creative che nascono da un distacco
da spazio e tempo, e sulle inevitabili limitazioni che vi
verranno apposte, che Swing pone l’accento.
Swing è una giovanissima creatura efebica e androgina dalla
pelle nocciola, gli occhi enormi e la sessualità indefinibile,
che porta un coetaneo francese nel suo mondo e gli fa conoscere
le sue regole, la sua storia, la sua libertà e anche l’amore.
Amore evanescente e pudico, l’amicizia tra Max e Swing oscilla
tra ammirazione reciproca, voglia di giocare, e la serenità di
rapporti dove ancora non sono state impresse regole. Attorno ai
due bambini, ancora una volta, il mondo delle culture nomadi che
Gatlif celebra ed esplora lungo le diverse coordinate europee,
ma sempre sottolineandone l’unicità e la coesione (“tzigani,
gitani e manouches sono la stessa cosa”). E sempre
celebrandone lo stile di vita essenzialmente libero ed il suo
esprimersi tramite musica e danza. In questo caso la musica è
il jazz e, appunto, lo swing manouche, di cui il film è una
celebrazione come il precedente Vengo era un’ode alla musica
gitana e flamenca. E come in Gadjo Dilo, lo straniero -il “gadjo”-
non ha mai funzione civilizzatrice, ma viene anzi affascinato,
assorbito e accolto dalla nuova cultura.
Se c’è idealizzazione, Gatlif riesce a non farla pesare,
filmando ancora una volta una pellicola che è così apertamente
un atto d’amore verso il suo soggetto che fa passare la voglia
di porsi troppe domande. E se c’è idealismo (la confluenza
tra sessi, razze e culture sotto l’egida della musica, nella
scena in cui il direttore arabo insegna al coro di francesi
bionde a cantare nella sua lingua madre, o nella “sottomissione”
dei musicisti uomini all’ensemble femminile), è di una
sfumatura genuina e lieve, mai stucchevole e sempre
documentaristica, credibile, ottimista, talvolta perfino
ironica. Con la padronanza che gli deriva da una conoscenza
intima della materia, Gatlif riesce a creare un sapore di
realtà insinuandolo senza fretta nella narrazione, e quando il
trasporto dello spettatore è stato creato, fa in modo che anche
la tragedia e la sofferenza appaiano dolorosamente reali.
Marina Nasi

|