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Swing (Francia, Giappone - 2002)

Titolo originale: Swing
Regia e sceneggiatura:
Tony Gatlif
Fotografia: Claude Garnier
Musiche: Mandino Reinhardt, Tchavolo Schmitt, Abdellatif Chaarani, Tony Gatlif
Montaggio: Monique Dartonne
Scenografia: Denis Mercier

Genere: Musicale
Produzione: Canal +/Centre National de la Cinématographie/Nakkatsu Corporation/Prince Films
Distribuzione: Mikado
Durata: 90'

Interpreti: Oscar Copp, Lou Rech, Tchavolo Schmitt, Mandino Reinhardt, Abtellatif Chaarani, Fabiène Mai, Ben Zimet, Hélène Mershtein, Colette Lepage, Alberto Hoffman, Marie Génin

Note: Supervisore musicale: Amelie De Chassey. Realizzato con il sostegno della regione Alsazia e della commissione del cinema di Strasburgo. Presentato alla berlinale 2002 nella sezione Panorama.

Max è figlio unico. Dodicenne amante del jazz si appassiona alla musica gitana ascoltando un virtuoso della chitarra. Dopo aver acquistato una chitarra inizia le lezioni ed entra così nel mondo dei musicisti gitani. L'incontro con Swing, una ragazza gitana della sua stessa età, gli riserverà non poche sorprese, tra le quali l'amore.

Il tempo sospeso, lo spazio sospeso. Il tempo tra l’infanzia e l’adolescenza, il tempo delle vacanze, la sospensione per eccellenza. Lo spazio degli zingari, il loro essere “a parte” come principio assoluto. Il filo conduttore dell’ultimo lavoro di Tony Gatlif è tutto in questo isolamento spazio-temporale, governato dall’innocenza. La musica, come tante altre volte (Vengo, Gadjo Dilo) è il centro naturale della storia, il suo piano di appoggio molto più solido dei luoghi e degli oggetti. Ma è soprattutto sulle infinite possibilità creative che  nascono da un distacco da spazio e tempo, e sulle inevitabili limitazioni che vi verranno apposte, che Swing pone l’accento.
Swing è una giovanissima creatura efebica e androgina dalla pelle nocciola, gli occhi enormi e la sessualità indefinibile, che porta un coetaneo francese nel suo mondo e gli fa conoscere le sue regole, la sua storia, la sua libertà e anche l’amore. Amore evanescente e pudico, l’amicizia tra Max e Swing oscilla tra ammirazione reciproca, voglia di giocare, e la serenità di rapporti dove ancora non sono state impresse regole. Attorno ai due bambini, ancora una volta, il mondo delle culture nomadi che Gatlif celebra ed esplora lungo le diverse coordinate europee, ma sempre sottolineandone l’unicità e la coesione (“tzigani, gitani e manouches sono la stessa cosa”). E sempre celebrandone lo stile di vita essenzialmente libero ed il suo esprimersi tramite musica e danza. In questo caso la musica è il jazz e, appunto, lo swing manouche, di cui il film è una celebrazione come il precedente Vengo era un’ode alla musica gitana e flamenca. E come in Gadjo Dilo, lo straniero -il “gadjo”- non ha mai funzione civilizzatrice, ma viene anzi affascinato, assorbito e accolto dalla nuova cultura.
Se c’è idealizzazione, Gatlif riesce a non farla pesare, filmando ancora una volta una pellicola che è così apertamente un atto d’amore verso il suo soggetto che fa passare la voglia di porsi troppe domande. E se c’è idealismo (la confluenza tra sessi, razze e culture sotto l’egida della musica, nella scena in cui il direttore arabo insegna al coro di francesi bionde a cantare nella sua lingua madre, o nella “sottomissione” dei musicisti uomini all’ensemble femminile), è di una sfumatura genuina e lieve, mai stucchevole e sempre documentaristica, credibile, ottimista, talvolta perfino ironica. Con la padronanza che gli deriva da una conoscenza intima della materia, Gatlif riesce a creare un sapore di realtà insinuandolo senza fretta nella narrazione, e quando il trasporto dello spettatore è stato creato, fa in modo che anche la tragedia e la sofferenza appaiano dolorosamente reali.
Marina Nasi