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Interpreti:
Vincent Cassel, Emmanuelle Devos, Olivier Gourmet, Olivier
Perrier, Olivia Bonamy, Bernard Alane, Celine Samie, David
Saracino
La
bellezza di una espressione cinematografica consiste spesso
nella ricerca ossessiva di uno sguardo singolare nel tentativo
di sorprendere gli oggetti e le persone nella morsa
d'interdipendenza con gli spazi. I luoghi del film di Audiard
indicano già nel titolo una precisa concentrazione: le labbra
come territorio della parola ma anche del silenzio. I rapporti
della protagonista Carla con il mondo esterno trovano nelle
labbra una sorta di filtro sottile ed indispensabile, perchè a
partire dalle labbra, dalla loro superficie e da impercettibili
movimenti si sprigiona la parola, ma quella più veritativa, che
non si dice o non si sente. L'orecchio invece ha una funzione
scomoda, tanto che è utilizzato a piacimento, l'apparecchio
acustico infatti può essere spento quando i rumori e i suoni
diventano invadenti o fastidiosi. Le labbra sono sempre aperte
allo sguardo, la vista allora diventa lo strumento fondamentale
di interpretazione del mondo. Il binocolo poi è un altro mezzo
per vedere meglio, per scoprire ancora più a fondo e svelare.
Sulle Mie Labbra è la rappresentazione di questa audiovisione.
In ufficio all'inizio del film, sono i suoni prepotenti delle
macchine: il telefono, il fax, la fotocopiatrice, il computer.
Poi la discoteca e le scene attutite dai decibel, come se la
musica, i rumori, i suoni ottundessero lo sguardo. O al tempo
stesso amplificassero l'attenzione di chi vuole agire, la
costringessero ad una fatica nuova. Così lo spettatore, nella
prima parte del film, è proiettato dentro la percezione di
Carla, "sentire" quegli sguardi attenti sui
particolari, sulle piccole cose che sono segni importanti. Il
motivo per cui Carla è emarginata o si autoemargina è quella
indole aggressiva che a lei manca per agire (ma è un coraggio
ed una forza che sono interiori e quasi segreti), per
conquistarsi un posto centrale, e non in disparte nel piccolo
spazio dell'ufficio. L'incontro con Paul rivelerà questa
coerenza e pragmatismo tra percezione ed azione. Paul, che è un
detenuto sotto vigilanza, apprende subito il sentimento
prevalente di Carla. Un sentimento di totale solitudine. Lo
vuole colmare presto toccandole il seno, non è solo una avance
sessuale, ma la reazione comprensibile di fronte a tutto ciò
che quella sconosciuta sta facendo per lui. Prima lo assume
nella ditta, non rivelando al suo principale che si tratta di un
detenuto in libertà vigilata, poi gli procura un appartamento,
quando scopre che lui dorme nel ripostiglio dell'ufficio. E poi
quando i debitori costringeranno Paul ad architettare un piano
per procurarsi molto denaro, sarà al suo fianco per partecipare
pienamente al colpo. La seconda parte in effetti è un altro
film, perché i due protagonisti hanno trovato già la loro
fusione facendo coincidere visioni e silenzi. La sceneggiatura
tenta di prolungare le incomprensioni tra i due, ma lo
svolgimento riprende il nocciolo della percezione, ossia la
misura dello sguardo che in fondo registra i movimenti, come la
stessa libertà vigilata, da parte di chi a sua volta
improvvisamente non vede più intorno a sè la propria moglie, e
classifica l'evento come normale routine. Sulle Mie Labbra è un
film su tante apparizioni e sparizioni, la raffigurazione di un
tessuto fragile, frammentato di momenti, e anche volti,
espressioni, di registrazioni e ricordi, di memorie impresse a
volte ingannevoli. Come nel precedente Regarde Les Hommes Tomber,
-titolo che guarda caso fonda il testo proprio sullo sguardo-,
ma affrontando più chiaramente il racconto, trasmettendone i
vari umori, mantenendo centrali le variazioni di sentimenti tra
i due protagonisti. Flusso che costituisce esso stesso la
materia del thriller, ma che si diffonde anche all'esterno della
coppia, attraverso le descrizioni sempre più nere e torbide di
altri personaggi. Come il responsabile della sorveglianza di
Paul, osservato con il contagocce in una microstoria che è
davvero un mistero. I criminali spacciatori sono osservati dal
punto di vista esterno e tuttavia l'inganno nei confronti del
titolare del locale definisce perfettamente i contorni di quel
delirio d'impotenza, laddove l'unica difesa di fronte allo
spazio puro e semplice della violenza corrisponde a ulteriore
violenza. Audiard descrive senza pietà un mondo selvaggio,
abitato da tanti predatori, da quelli più piccoli e forse vili
dell'ufficio a quelli più arroganti e volgari della
criminalità. In questi spazi deve affiorare nei protagonisti,
anche nella maniera più brutale, tutto lo spirito e la forza
d'adattamento necessari alla minima sopravvivenza.
Andrea Caramanna

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