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Interpreti:
James Van Der Beek, Heather Matarazzo,
Emmanuelle Chriqui, Adam Hann-Byrd,
Selma Blair, Paul Giamatti,
Leo Fitzpatrick
Il
film è diviso in due storie distinte che parlano di
frustrazione e di depressione. Vi è una teenager che si lascia
sfruttare sessualmente da qualsiasi ragazzo, incluso il suo
professore di scrittura, sperando di trovare spunti per i suoi
scritti scolastici. Toby Oxman è un disgraziato rappresentante
di scarpe il cui desiderio è quello di diventare famoso come
regista di documentari.
Il
quarantenne Todd Solondz si era proposto tre anni fa con
Happiness come uno dei possibili rifondatori del cinema
americano, in una chiave aggressivamente iperrealista tanto nei
soggetti quanto nella qualità stessa dell'immagine. Il suo
terzo film, Storytelling e cioè "Raccontar storie",
non è però un passo avanti in quella strada, anzi è una
specie di ripiegamento tattico, come una risistemazione del già
fatto, magari in attesa di un nuovo balzo.
Un esercizio di narrazione e di scrittura se si vuole, come dice
il titolo stesso, il che tuttavia per Solondz vuol dire anche un
esercizio di cattiveria e di scorrettezza politica. La natura
eccentrica e "sperimentale" del film si rivela fin
dalla sua anomala struttura: due parti di assai diversa
ampiezza, poche per un film a episodi, troppo diseguali per un
vero dittico, nonostante che i rispettivi titoli si richiamino
l'un l'altro.
La prima è "Fiction": ambientata in una facoltà
universitaria, in un corso di scrittura creativa tenuto da un
vincitore di Pulitzer di pelle nera e seguito da studenti di
scarso talento e di ancor più scarsa personalità. Ma chi si
merita chi? Loro scrivono e leggono in classe delle merdine, ma
lui, la sola cosa che sa fare quando incontra una sua allieva in
un bar, è portarsela a casa, metterla contro un muro e farsela
da dietro, obbligandola a dirgli "fottimi tutta sporco
negro". La ragazza avrà un solo modo per reagire e
vendicarsi, leggere a lezione questa brutta storia. Ma è
fiction, osserva lui, e ha pure ragione.
La seconda storia si intitola invece "Nonfiction".
Protagonista un fallito per vocazione, per di più goffo e
brutto, che cerca di fare il documentarista ma per ora
"vede gente", vende scarpe, e racconta storie a tutti
e anche a se stesso. Ma finalmente uno dei suoi stupidi
progetti, un film sulla sua vecchia scuola, riesce a partire. E
gli darà il successo, solo che invece di un documentario sarà
un horror, e dal vero. Perché nel film è entrata come soggetto
una famiglia americana, una bella famiglia felice tipo American
Beauty, e con protagonisti del genere il grottesco è
assicurato.
Solo che sparare sulla famiglia americana è diventato troppo
facile, metaforicamente e non. Solondz ci mette in più, come si
è detto, una sorta di precisa, sistematica aggressione a ogni
categoria politicamente protetta: dopo i negri, ora rappresenta
come brutti, scemi o cattivi gli ebrei, i portoricani, i gay, i
bambini. Non tutti si capisce, solo quelli lì. E il film si
gode anche, infatti, per la concreta fisicità dei suoi
protagonisti, per la pesantezza e salacità delle battute. Ma
tutto ciò resta molto scritto, non si trasforma più in quello
stile visivo particolarissimo che aveva fatto la novità di
Happiness: sembra un film di Todd Solondz girato da un altro
regista, come se anche lui si fosse diviso in due parti.
Aspettiamo la riunificazione.
Alberto Farassino

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