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Titolo
originale: Code inconnu - recit incomplet de divers voyages
Regia e sceneggiatura: Michael
Haneke
Fotografia: Jurgen Jurges
Musiche: Gibe Goncalves
Montaggio: Karin Hartusch, Nadine Muse,
Andreas Prochaska
Scenografia: Emmanuel De Chauvigny
Genere:
Drammatico
Produzione: Arte France Cinéma, Bavaria Film, Filmex (ro),
France 2 Cinéma, Le Studio Canal+, Les Films Alain Sarde, MK2
Productions
Distribuzione: BIM
Durata: 118' |

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Interpreti:
Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Sepp Bierbichler, Alexander
Hamidi
Un
giovane ribelle getta con disprezzo una cartaccia in faccia ad
un mendicante all'angolo di un boulevard parigino. Da questo
gesto inizio una storia in cui diversi personaggi molto diversi
tra loro si incrociano dando una svolta alle loro vite.
In
Code Inconnu, "codice sconosciuto", il
"divertimento" consiste in una serie di trappole tese
ai personaggi e allo spettatore, lo scacco perpetuo che si
rappresenta di fronte ai nostri occhi, consapevoli o no della
macchina da presa.
Prima trappola: un giovane di colore assiste al gesto umiliante,
l'adolescente Jean che getta con disprezzo un pezzo di carta su
una donna mendicante. Rincorre il colpevole attirando
l'attenzione dei passanti e poi dei poliziotti, quando la scena
si trasforma quasi in lite e rissa. Ma di fronte ai poliziotti
la situazione si rovescia. I bianchi possono andare via
tranquilli. Anne (Juliette Binoche) recupera Jean, fratello
minore del suo fidanzato, senza doversi giustificare; il giovane
nero è arrestato e perfino la mendicante rumena, vittima
silenziosa e in disparte subisce le conseguenze. È una
clandestina, cosicché viene espulsa dalla Francia (bellissima
per scarna essenzialità la sequenza in cui vediamo
semplicemente l'ingresso dell'aereo e le ordinarie operazioni di
imbarco).
Seconda trappola: Anne sta visitando un appartamento, quando
l'agente immobiliare la spinge in una stanza le cui finestre
sono murate. È forse un assassino che rinchiude la sua vittima?
No, si tratta del set di un film, Anne è un'attrice.
Ma le trappole non sono solo inerenti alle storie. Basti
guardare come Haneke filma la presenza dei personaggi in un bar.
Con il preciso intento che la contemporanea presenza di alcuni
personaggi risulti una sorpresa, condizionata forse dalla
fallacia dei sensi, o dal nostro pregiudizio o condizione
"inferiore" di spettatori. Il senso di separazione,
d'incessante divisione tra le parti è suggerito dalle
inquadrature nere che separano le varie sequenze spesso troncate
bruscamente Haneke continua questo gioco, mostrando come è
possibile costruire una suspense, solo che la tensione è anche
legata ad un evento "morale". Il gioco delle
percezioni e del caso produce delle conseguenze terribili in chi
le subisce. I personaggi non possono mai contare su una
chiarificazione, perché il dialogo tra le parti è impossibile,
inficiato dal peso dei pregiudizi e delle differenze (gli stessi
della percezione di spettatori) che allontanano gli esseri
umani. La riflessione sulle razze sembra allora partire proprio
dalla constatazione di un fattore ineliminabile di diversità.
Magari nel discorso questo rapporto tra razze può condurre a
una falsa interpretazione del conflitto tra ordine sociale e
identità individuale, poiché tale guerra è sempre in corso,
che si tratti di razza o qualsiasi identità. È un compromesso
comunque che non è mai indice di giustizia, semmai proprio
l'esemplare dimostrazione di una ingiustizia che permane, di uno
scenario di lotta tra deboli e forti, tra vincitori e vittime
senza la traccia di un saldo riferimento morale.

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