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Interpreti:
Latina, Ahmed Wafik, Ahmed Bédeir, Magda El Khatib, Mostapha
Chaaban, Rubi, Zaki Abdel Wahab, Ahmed Mehrez.
Note:
Presentato in concorso alla 58ma mostra di Venezia. (2001)
Dopo
un trionfale concerto, la cantante e attrice Malak viene
avvicinata da un suo ammiratore, Lamei, che inizia a
corteggiarla con insistenza. Si spaccia per psicologo, ma in
realtà è un giovane ambizioso che vorrebbe arricchirsi senza
fatica, facendosi mantenere. La donna si lascia conquistare,
desiderosa di vivere una passione dopo anni di rapporto formale
con un marito da cui sta per separarsi. Non la dissuadono né la
madre, un'arzilla settantenne che non si cura delle convenzioni,
né il regista Ezz Eldine e lo sceneggiatore Alphi, con cui sta
girando l'ennesimo film musicale di passioni infelici. La figlia
Paula non prende posizione, presa dal suo amore per Nasser,
figlio dell'autista di famiglia e universitario; anche la nonna,
che ironizza sul suo idealismo politico e sociale, ne apprezza
la sincerità e l'intelligenza. Lamei si installa a casa della
diva, che gli fa ottenere una parte nel film, nonostante
l'ostilità di Alphi, e lo fa cantare con sé. Malak interrompe
un concerto per correre dalla madre moribonda, ma Lamei continua
cinicamente a cantare da solo. Nonostante il dolore per la morte
della madre, la donna è ormai preda del giovane, che la
convince a produrre un film da una sua sceneggiatura. Alphi,
geloso e incapace chiudere la sceneggiatura del film in
lavorazione con Ezz Eldine e Malak, fa credere a Lamei che
l'amata è diseredata a favore di Paula. La ragazza si presta al
gioco e registra le frasi con cui il giovane la corteggia,
identiche a quelle utilizzate per la madre. Svelato il suo
disegno, viene messo alla porta, in una pirotecnica resa dei
conti. Paula e Nasser si godono il loro amore sincero, Malak
riprende a cantare malinconicamente, e Alphi porta a termine la
sua storia, cui ha trovato un finale a sorpresa. Tra gli
spettatori c'è Lamei, che non trattiene una lacrima nel vedere
Malak che canta sui titoli di coda.
Se
dovessimo indicare la cifra stilistica di un autore prolifico ed
originale come Youssef Chahine, da molti considerato il padre
del cinema arabo, non esiteremmo a puntare l’indice verso
quella leggerezza che sembra accompagnare ogni sequenza del
regista egiziano, smussando gli spigoli di un montaggio
letteralmente ricamato sulle pieghe di piccoli o grandi eventi
che corrono veloci sul crinale della Storia. Dai racconti di
gente comune in film come Cairo Station (Bab El Hadid) del
lontano 1958 fino alla personalissima rivisitazione delle gesta
di Napoleone Bonaparte o del filosofo arabo Averroè,
protagonisti rispettivamente di Adieu Bonaparte e Il destino,
tutte le strutture filmiche realizzate dalla macchina da presa
di Chahine sembrano possedere una misteriosa consistenza
gassosa, un nucleo liquido che attraversa e lega fra loro generi
e paesaggi cinematografici lontani e distanti in un crocevia di
esperienze visive e sonore. Così, la commedia si fa western, il
dramma diviene satira grottesca, i duelli sono danze
tambureggianti, mentre lo schermo è investito da un’epifania
di note e colori che, proprio in Silence…on tourne!, suscita
insospettabili vertigini cinematografiche.
Già, perché nel suo ultimo film Chahine non ha paura di
mostrare e contaminare le radici popolari della sua arte
scarnificando una trama che è solo il pretesto per incorniciare
e concatenare inquadrature segnate da accumuli di oggetti e
persone sparsi qua e là su un set dove gli elementi naturali
(acqua, aria e terra soprattutto) sembrano combinarsi in
disprezzo di ogni legge fisica. E’ la magia del cinema –
Silence…on tourne!, appunto – che alleggerisce i corpi degli
attori al canto d’amore della voce di Latifa, pop star araba
protagonista del film, saturando lo spazio di ogni inquadratura
in un galleggiamento onirico che eccede continuamente il corpo e
il segno. Questa volta il gas aereo sprigionato del tocco di
Chahine irrompe direttamente sulla scena a forzare ogni logica
narrativa, illuminando una materia che non esita a librarsi in
volo. Forse sospinta da un cinema che ha nell’incessante
metamorfosi delle sue forme il suo unico principio regolatore.
Guglielmo Siniscalchi

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