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Saimir (Italia - 2004)

Regia: Francesco Munzi
Sceneggiatura: Dino Gentili, Serena Brugnolo, Francesco Munzi
Fotografia: Vladan Radovic
Musiche: Giuliano Taviani
Montaggio: Roberto Missiroli
Scenografia: Valentina Scalia

Genere: Drammatico
Produzione: Cristiano Bortone, Daniele Mazzocca E Gianluca Arcopinto Per Orisa Produzioni, Pablo Produzioni
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 88'

Interpreti: Mishel Manoku (Saimir), Xhevdet Feri (Edmond), Lavinia Guglielman (Michela), Anna Ferruzzo (Simona)

Saimir, un sedicenne albanese emigrato in Italia, vive in un sobborgo del litorale laziale dove suo padre Edmond gestisce un piccolo traffico di immigrati clandestini. Il ragazzo vorrebbe integrarsi con i coetanei italiani, ma, respinto da tutti, trova conforto solo frequentando un gruppo di rom che lo avvia alla piccola criminalità. Un giorno, Saimir scopre che Edmond è stato coinvolto nell'avviamento alla prostituzione di una minorenne e cerca di salvarla, attirando su di sé le ire dei complici di suo padre. Nonostante l'intervento del genitore, Saimir viene sottoposto a una punizione esemplare che scatena in lui una rabbia feroce che porterà ad un drammatico epilogo.

Litorale romano. Torvajanica con le sue case a ridosso del mare, frutto di una speculazione edilizia esplosa tra gli anni '60 e '70, che mutò totalmente il paesaggio di un vecchio borgo marinaro senza storia, fatto di case povere di pescatori. La cronaca odierna ci dice che qui la malavita organizzata è in mano a clan di uomini venuti dall'est europeo, prostituzione e droga prevalentemente, un luogo che d'inverno sembra terra di nessuno mentre d'estate si popola di vacanzieri soprattutto romani, un turismo famigliare e stanziale basato sull'affitto mensile di una casa. Ostia è la vecchia borgata in parte ora demolita chiamata romanticamente villaggio di pescatori, vicina a quel porto turistico vanto del litorale. A pochi passi c'è la stele che ricorda il luogo dove fu ucciso Pasolini.
 Questo è il territorio in cui vivono il quindicenne Saimir e suo padre Edmond, immigrati albanesi. Padre e figlio trafficano clandestini che prelevano da qualche spiaggia di notte per condurli in aziende agricole o ovunque ci sia richiesta di manodopera da sfruttare. Saimir e Edmond sembrano una famiglia come tante, un padre e un figlio che si amano la cui vita è completamente mutata mettendo piede in Italia, un'unità minata dalla sopravvivenza da clandestini e quindi dalla difficoltà di mantenere vivi i principi etici. Perché Saimir e Edmond sono stati qualcos'altro, prima.
Saimir è la storia di un adolescente confuso, desideroso di mutare vita, voglia che sembra concretarsi dopo l'incontro con una ragazza dall'esistenza opposta alla sua e il cui innamoramento conduce inevitabilmente ad una cocente delusione dal momento in cui il ragazzo propone se stesso con candore, mostrando il suo quotidiano come fosse la normalità. Alla delusione del rifiuto segue la reazione, il lasciarsi scivolare in quello che appare il suo destino. Ai piccoli furti in cui Saimir si era lasciato coinvolgere da alcuni coetanei rom segue l'irruzione in una casa borghese, la scena più intensa del film, dove la concitazione dell'azione si alterna alla visione di un mondo lontano da godere almeno per un po'; così si trova il tempo per fare un tuffo in piscina, per guardare le foto dei privilegiati padroni di casa, per scoprire dentro una stanza un vecchio ammalato, per provare i tasti di un pianoforte, per guardarsi intorno stupiti. L'irruzione di un mondo in un altro, dove i rapinatori sono ragazzini in cerca di una soluzione alla loro disperazione, più che delle pellicce, degli argenti, degli ori. Alfine Saimir sceglierà con coraggio la cosa giusta da fare, l'unica vera azione di cambiamento da attuare per ritrovare se stesso. Trovatosi di fronte ad una coetanea inconsapevole di essere venduta come prostituta, Saimir sdegnato reagisce persino contro il padre e denuncia tutto alla polizia.
Film bellissimo e realizzato con la mano ferma di un'esordiente al lungometraggio che sembra già regista navigato e tra i migliori, un film in cui non i luoghi e le forme - che non significano nulla fini a se stessi - ma la scelta di sguardo fa ricordare un'eredità pasoliniana pura, vera, assorbita e metabolizzata, chissà forse anche inconsapevole ma finalmente degna. Una storia quella di Saimir vista dal di dentro, osservata con i suoi occhi, con le sue speranze, vista soprattutto come territorio a parte dove la violenza è perpetuata tra clandestini, tra connazionali, tra vite vissute nello stesso ghetto, dove lo sfruttamento subito diviene un'arma di sopravvivenza da utilizzare con il prossimo più vicino - ricordiamo che Saimir accusa il padre di sfruttarlo poiché non è pagato per il lavoro svolto insieme a lui - dove nessuno, nemmeno Edmond così diverso dagli altri, può essere salvato dal momento che accetta l'inaccettabile, il punto di non ritorno. L'uscita di scena di Saimir lascia dubbi, domande, suscita apprensioni, ma quello che tranquillizza un pubblico totalmente preso dall'incredibile delicatezza con cui è realizzata una vicenda tragica a tratti insostenibile, è la convinzione che Saimir non farà più male a se stesso. Munzi è riuscito anche a non banalizzare un lieto fine che in realtà è un punto di partenza, non una liberazione catartica ma un inizio che nasce da una frattura, quel rifiuto della figura paterna che non offriva speranze di riscatto. Insomma, chapeau a Munzi e alla sua troupe, a Mishel Manoku e all'intero cast di attori professionisti e non.
 © 2005 reVision, Emanuela Liverani