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Interpreti:
Mishel Manoku (Saimir), Xhevdet Feri (Edmond), Lavinia
Guglielman (Michela), Anna Ferruzzo (Simona)
Saimir,
un sedicenne albanese emigrato in Italia, vive in un sobborgo
del litorale laziale dove suo padre Edmond gestisce un piccolo
traffico di immigrati clandestini. Il ragazzo vorrebbe
integrarsi con i coetanei italiani, ma, respinto da tutti, trova
conforto solo frequentando un gruppo di rom che lo avvia alla
piccola criminalità. Un giorno, Saimir scopre che Edmond è
stato coinvolto nell'avviamento alla prostituzione di una
minorenne e cerca di salvarla, attirando su di sé le ire dei
complici di suo padre. Nonostante l'intervento del genitore,
Saimir viene sottoposto a una punizione esemplare che scatena in
lui una rabbia feroce che porterà ad un drammatico epilogo.
Litorale
romano. Torvajanica con le sue case a ridosso del mare, frutto
di una speculazione edilizia esplosa tra gli anni '60 e '70, che
mutò totalmente il paesaggio di un vecchio borgo marinaro senza
storia, fatto di case povere di pescatori. La cronaca odierna ci
dice che qui la malavita organizzata è in mano a clan di uomini
venuti dall'est europeo, prostituzione e droga prevalentemente,
un luogo che d'inverno sembra terra di nessuno mentre d'estate
si popola di vacanzieri soprattutto romani, un turismo
famigliare e stanziale basato sull'affitto mensile di una casa.
Ostia è la vecchia borgata in parte ora demolita chiamata
romanticamente villaggio di pescatori, vicina a quel porto
turistico vanto del litorale. A pochi passi c'è la stele che
ricorda il luogo dove fu ucciso Pasolini.
Questo è il territorio in cui vivono il quindicenne
Saimir e suo padre Edmond, immigrati albanesi. Padre e figlio
trafficano clandestini che prelevano da qualche spiaggia di
notte per condurli in aziende agricole o ovunque ci sia
richiesta di manodopera da sfruttare. Saimir e Edmond sembrano
una famiglia come tante, un padre e un figlio che si amano la
cui vita è completamente mutata mettendo piede in Italia,
un'unità minata dalla sopravvivenza da clandestini e quindi
dalla difficoltà di mantenere vivi i principi etici. Perché
Saimir e Edmond sono stati qualcos'altro, prima.
Saimir è la storia di un adolescente confuso, desideroso di
mutare vita, voglia che sembra concretarsi dopo l'incontro con
una ragazza dall'esistenza opposta alla sua e il cui
innamoramento conduce inevitabilmente ad una cocente delusione
dal momento in cui il ragazzo propone se stesso con candore,
mostrando il suo quotidiano come fosse la normalità. Alla
delusione del rifiuto segue la reazione, il lasciarsi scivolare
in quello che appare il suo destino. Ai piccoli furti in cui
Saimir si era lasciato coinvolgere da alcuni coetanei rom segue
l'irruzione in una casa borghese, la scena più intensa del
film, dove la concitazione dell'azione si alterna alla visione
di un mondo lontano da godere almeno per un po'; così si trova
il tempo per fare un tuffo in piscina, per guardare le foto dei
privilegiati padroni di casa, per scoprire dentro una stanza un
vecchio ammalato, per provare i tasti di un pianoforte, per
guardarsi intorno stupiti. L'irruzione di un mondo in un altro,
dove i rapinatori sono ragazzini in cerca di una soluzione alla
loro disperazione, più che delle pellicce, degli argenti, degli
ori. Alfine Saimir sceglierà con coraggio la cosa giusta da
fare, l'unica vera azione di cambiamento da attuare per
ritrovare se stesso. Trovatosi di fronte ad una coetanea
inconsapevole di essere venduta come prostituta, Saimir sdegnato
reagisce persino contro il padre e denuncia tutto alla polizia.
Film bellissimo e realizzato con la mano ferma di un'esordiente
al lungometraggio che sembra già regista navigato e tra i
migliori, un film in cui non i luoghi e le forme - che non
significano nulla fini a se stessi - ma la scelta di sguardo fa
ricordare un'eredità pasoliniana pura, vera, assorbita e
metabolizzata, chissà forse anche inconsapevole ma finalmente
degna. Una storia quella di Saimir vista dal di dentro,
osservata con i suoi occhi, con le sue speranze, vista
soprattutto come territorio a parte dove la violenza è
perpetuata tra clandestini, tra connazionali, tra vite vissute
nello stesso ghetto, dove lo sfruttamento subito diviene un'arma
di sopravvivenza da utilizzare con il prossimo più vicino -
ricordiamo che Saimir accusa il padre di sfruttarlo poiché non
è pagato per il lavoro svolto insieme a lui - dove nessuno,
nemmeno Edmond così diverso dagli altri, può essere salvato
dal momento che accetta l'inaccettabile, il punto di non
ritorno. L'uscita di scena di Saimir lascia dubbi, domande,
suscita apprensioni, ma quello che tranquillizza un pubblico
totalmente preso dall'incredibile delicatezza con cui è
realizzata una vicenda tragica a tratti insostenibile, è la
convinzione che Saimir non farà più male a se stesso. Munzi è
riuscito anche a non banalizzare un lieto fine che in realtà è
un punto di partenza, non una liberazione catartica ma un inizio
che nasce da una frattura, quel rifiuto della figura paterna che
non offriva speranze di riscatto. Insomma, chapeau a Munzi e
alla sua troupe, a Mishel Manoku e all'intero cast di attori
professionisti e non.
© 2005 reVision, Emanuela Liverani

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