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Interpreti:
Campbell Scott, Jesse Eisenberg,
Isabella Rossellini, Elizabeth Berkley,
Jennifer Beals, Mina Badie,
Ben Shenkman, Chris Stack.
Note:
Premiato alla prima edizione del Tribeca film festival di New
York e presentato alla settimana internazionale della critica di
Venezia 2002 - ha vinto il premio Fipresci e il Luigi de
Laurentiis opera prima ex-aequo con "due amici".
Roger
si considera un maestro nell'arte della seduzione e vuole
insegnare al nipote adolescente, Nick, timido e impacciato, il
suo modo di comportarsi con le donne. Ma durante una nottata
passata insieme a Manhattan sarà il nipote ad insegnare allo
zio a rispettare le donne.
Debutto
del regista e sceneggiatore newyorkese Dylan Kidd, Roger
Dodger è un film sulla parola più come forma che come
senso. Il classico caos di New York, il ritmo incessante della
vita e delle azioni, questa volta si originano dalla
comunicazione verbale e dai volti delle persone colti in primo
piano e primissimo piano spesso fuori fuoco o seminascosti,
volti che si impossessano dell'inquadratura tanto da mettere in
secondo piano gli ambienti, volti catturati da una macchina da
presa in costante movimento.
Roger - autore di pubblicità e quindi avvezzo per lavoro
all'uso delle parole - è colui che ci guida dentro questo
eccesso di frasi, spesso veri e propri sproloqui, enunciate nei
locali, negli uffici, in strada, ovunque ci sia occasione di
articolare un discorso con qualcuno. All'arrivo del nipote
adolescente Nick, desideroso di iniziare la propria vita sessual
mondana, Roger spreca l'occasione per confrontarsi intimamente
con una persona. Intenzionato a fornire un educazione
sentimentale ed erotica al giovane Nick, Roger lo infarcisce di
rigide strategie di conquista e lezioni di psicologia femminile
che non sortiscono grande effetto, deludendo il ragazzo al punto
da spingerlo a tornare da dove è venuto. L'incapacità di
ascoltare gli altri rendono la vita di Roger solitaria e priva
di un vero legame con le proprie esperienze vissute invece
superficialmente - da qui l'incompetenza amorosa che provoca il
fallimento delle regole imposte al nipote -, convincendosi del
contrario come per mestiere si trova a convincere gli altri del
valore e della necessità di un prodotto, sprovveduto di ogni
capacità di analisi della propria vita lasciata correre come i
discorsi che lo rendono apparentemente brillante ma vuoto.
Indagine sulla vacuità della parola pronunciata spesso senza
convinzione, il film lega indissolubilmente la logorrea della
vita contemporanea - dove il parlare è un bisogno disperato per
illudersi di non essere soli se non un mezzo per credere di
esserci tout court - a New York, metropoli per eccellenza,
coacervo di speranze e scintillii illusori, di contraddizioni e
di milioni di vite alla ricerca di uno status sociale che le
qualifichi immediatamente agli occhi dei propri simili, magari
generando invidie e ipocrisie. Discorrere diviene una ginnastica
verbale, saper conversare un gioco di illusioni, una necessità
impellente, quasi un bisogno fisiologico, giungendo perfino ad
annullare le motivazioni che da sempre spingono un essere
sociale a comunicare e quindi sospendendone il valore;
naturalmente incontrare l'altro non è più esperienza di uno
stare insieme, motivo di confronto, ma un mero strumento per
"citarsi addosso", come un grande newyorkese titolò
un suo esilarante libro. Sarà per questo che Kidd preferisce
sottolineare i volti, cercandovi qualcosa che superi o
addirittura contraddica le parole.
Emanuela Liverani

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