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Note:
Orso d'argento per le migliori musiche alla 'banda osiris' al
54mo festival di Berlino (2004). - David di Donatello 2004 per
la miglior musica alla 'banda osiris'.
Tratto
dal romanzo "Il Cacciatore di Anoressiche" di Carlo
Mariolini, il film è la storia di un incontro quello tra
Vittorio e Sonia. Vittorio è un uomo psicologicamente turbato,
vittima di ossessioni e distorsioni che lo inducono ad amare
donne di patologica magrezza. Attraverso un annuncio conosce
Sonia, dolce, intelligente, sensibile e dedita al volontariato.
Sonia ha un unico neo: pesa troppo, troppo in base ai canoni
malati di Vittorio il cui unico desiderio è trasformare la
ragazza nella sua donna ideale. Rinchiusi nel totale isolamento
i due amanti precipitano in un baratro senza vie di uscita.
Partiamo
da quello che potrebbe essere, ma non ne sono del tutto sicuro
neppure io, l’unico difetto del nuovo film di Matteo Garrone,
e cioè quello di voler arrivare ad un contenuto - ad una
storia, al suo svilupparsi, al suo concludersi - attraverso l’elaborazione
precisa di una forma estetica cinematografica. Questo processo,
assolutamente legittimo e capace di portare alla creazione di
capolavori assoluti, risulta però a mio avviso maggiormente ‘scoperto’
per il film stesso rispetto ad un’opera che arriva ad una
grande messa in scena basandosi su una sceneggiatura forte, o
almeno pienamente funzionale; penso ad esempio a lungometraggi
recenti come Mystic River o Master & Commander. Garrone
sceglie invece di far scaturire l’importanza della storia,
della sua drammaticità, soprattutto da una messa in scena di
rigore e geometricità davvero invidiabili, almeno per quanto
riguarda gli standard del cinema italiano odierno. Se l’operazione
gli era a nostro avviso soltanto parzialmente riuscita con l’affascinante
ma narrativamente debole L’imbalsamatore, questa volta la
maggiore padronanza del mezzo ed una rigidissima composizione
tonale delle inquadrature riescono nell’intento. Fotografo
discreto ma importante di sensazioni, di malesseri, di universi
‘altri’ rispetto ad una presunta normalità, l’autore si
dimostra anche prezioso pittore di colori, di ombre, di luci che
vanno a scavare ulteriormente il volto gelido di Vitaliano
Trevisan e soprattutto il corpo doloroso di Michela Cescon. I
due attori, dal canto loro, prestano con perfetta logica il
proprio malessere - prima fisico, e quindi poi psicologico - ai
rispettivi personaggi, arrivando a dei risultati di
non-recitazione impressionanti. Vittima e carnefice si
dimostrano sullo stesso piano, ancorati ed impossibilitati a
districarsi dalla stessa deviazione, scaturita dalla ricerca di
un rapporto assoluto, perfetto, fuori dalla pesantezza del
contingente. In questo senso Primo amore si dimostra film
estremo nel raccontare una ricerca esasperata, quella che per
molti punti di vista è contenuta nella vita di ogni storia d’amore:
la purezza dell’annullamento dell’altro e della propria
identità nel tentativo di una impossibile comunione.
Trattandosi della narrazione di un disturbo, di una psicosi,
Garrone porta al limite questo discorso, tentando però insieme
di ‘normalizzare’ tale psicosi, inserendola in un contesto
comune come quello del ricco nord-est italiano. Ne viene fuori
un film che si muove sempre con estrema coerenza stilistica e
narrativa su due binari, quello della quotidianità e quello
dell’esemplarità della vicenda narrata: grazie a questo
continuo dualismo, per una volta non difetto ma grande qualità,
Primo amore si rende opera preziosa e toccante, stilizzata e
sincera. Matteo Garrone conferma di essere un autore da tenere
senz’altro d’occhio, capace di regalarci un tipo di cinema
difficile da trovare in Italia: un cinema di sensazioni
impenetrabili, sotterranee, inquietanti. Davvero non è poco.
Adriano Ercolani
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