Logo

già fatto...già visto
 

   

   

   

   

   

Piccoli affari sporchi (Gran Bretagna- 2002)

Titolo originale: Dirty pretty things
Regia :
Stephen  Frears
Sceneggiatura: Steve  Knight
Fotografia: Chris  Menges
Musiche: Christian  Henson, Nathan  Larson
Montaggio: Mick  Audsley
Scenografia: Hugo  Luczyc-Wyhowski

Genere: Drammatico
Produzione: Celador Productions, Bbc, Jonescompany Productions
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 107'

Interpreti: Audrey  Tautou, Chiwetel  Ejiofor, Sergi  Lopez, Sophie  Okonedo, Bendict  Wong, Zlatko  Buric, Jean-Philippe  Ecoffey, Abi  Gouhad, Sotigui  Kouyate

Note: Presentato in concorso alla 59ma mostra del cinema di Venezia (2002)

In un lussuoso albergo di Londra tre impiegati extracomunitari - un portiere di notte nigeriano, una cameriera turca e una prostituta cinese - cercano di risolvere un misterioso, intricato e bizzarro caso di omicidio.

Nel suo ultimo film Stephen Frears ci proietta nel cuore della West London multietnica e underground, con una delicatissima storia di clandestinità, sfruttamento della vita umana sotto tutti i punti di vista, traffico di organi ma anche profonde emozioni e purezza di sentimenti. In questo mélange di verismo, noir e romanticismo, il regista porta in scena una cresciuta ma sempre ingenua Amélie-Tautou, scaraventata dal suo favoloso mondo ad un mondo crudamente realistico, dove i sogni popolano solo le notti, e non tutte… solo le notti in cui si ha tempo di dormire e solo le notti non permeate dagli incubi.
Audrey Tautou è Senay, ragazza turca immigrata, sempre sul filo del rasoio: basta un errore minimo per essere rimpatriata. Un errore come lavorare, dato che il permesso attuale non lo consente. Un errore come ospitare un immigrato clandestino. Chiwetel Ejiofor è Okwe, ragazzo nigeriano senza permesso di soggiorno, e dorme la mattina sul divano di Senay. Di giorno fa il tassista, di notte lavora alla reception di un albergo, lo stesso dove Senay collabora come donna delle pulizie. Inutile dire che entrambi lavorano al nero. Va avanti masticando foglie di coca, Okwe, per avere la forza di continuare a lavorare senza soste. E a tempo perso fa anche il medico, fornendo cure ad altri clandestini come lui, senza assistenza medica in un Paese che neanche sa della loro esistenza, procurandosi i medicinali da un rifugiato politico cinese che lavora nell’obitorio di un ospedale.
All’interno di questa cornice, puntellata dall’incredibile e disperata capacità di sopravvivenza dei due protagonisti, si snoda la scoperta del traffico di organi gestito da Sneaky, il proprietario spagnolo dell’albergo dove entrambi lavorano. Senza mai diventare patetico, senza mai scadere nel moralismo, Frears descrive con asciutto pragmatismo le condizioni di sfruttamento di tutta una popolazione di sottobosco, privata di ogni diritto, la cui vita, se da una parte perde qualsiasi valore umano, dall’altra può essere monetizzata (un rene per 10.000 sterline…quanta ricchezza non sappiamo di avere in noi stessi…). In questa necessità continua di arrangiarsi per sopravvivere, a causa della quale l’individuo è completamente sfruttabile (dallo scambio di un proprio organo con un passaporto falso, al “consenso” ad essere violentata sessualmente per un posto di lavoro al nero…), le emozioni sono vissute con intensità maggiorata e la tentazione di oltrepassare la linea di demarcazione disegnata dai propri valori interiori può essere vinta solo grazie ad una profonda purezza d’animo. Dietro ai suoi silenzi, per tutto il film Okwe combatte una battaglia con se stesso lancinante. L’unica via d’uscita restando integri è “essere più furbi della volpe” e non trasformarsi “da agnelli in lupi”.
Piccoli Affari Sporchi è anche un film sull’isolamento sociale. «Noi siamo - dice Okwe - le persone che non vedrete mai…», le persone che camminano per strada come fantasmi agli occhi dei “regolari”. Di loro ci si accorge solo quando la loro criminalità e la loro clandestinità in qualche modo lede le esistenze e le proprietà dei “benpensanti”, di coloro che per diritto vivono alla luce del sole.
Neanche l’amore può riscattare la condizione di “isolati” e di anonimi, perché la vita disperata e misera obbliga Okwe e Senay ad essere costantemente vigili in un mondo spietato. La loro è una storia d’amore non convenzionale, dove la tensione sessuale resta sempre latente. I due prima resistono, ma progressivamente scoprono di volersi bene, accomunati dalle tristi vicende di ricatto, solitudine e “sudiciume” morale in cui sono immersi. Ma nonostante questa scoperta reciproca, il loro amore è costretto a restare in ombra, non ha spazio per uscire del tutto alla luce del sole. «Noi possiamo solo sopravvivere, non possiamo pensare ad altro…» grida Okwe a Senay per divellere in embrione le illusioni nascenti in lei di una storia d’amore a lieto fine.
La delicatezza di Frears è proprio nel raccontare una storia crudele equilibrando i toni documentaristici del dramma sociale con il garbo della qualità dei sentimenti dei protagonisti, fino alla tenerezza e all’esilità di un amore appena accennato. Il messaggio politico e civile è trasmesso dal regista con leggerezza, non lascia quelle sensazioni di sgradevole ingestibilità, spesso controproducenti (non amiamo il disagio, quindi tendiamo ad eliminare rapidamente dalla testa e dal cuore quello che ci imbarazza…). Eppure riesce a mostrare tutti i particolari di storie vere sulle comunità di immigrati, su persone che continuiamo ad ignorare perché vivono nell’ombra, su una parte di umanità di cui nessuno vuole ammettere l’esistenza ma da cui in un modo o nell’altro tutti traiamo vantaggio. E con questo ci invita a riflettere. Che poi il film sia anche pieno di colpi di scena e di rivelazioni… questo è il miele che consente al regista di indorare la pillola per farcela gradire di più. Senza un solo passo falso (scelta degli attori, stile di regia, colonna sonora, locations…), Frears ha realizzato un delizioso gioiello cinematografico che, a dispetto del titolo, non ha nulla di piccolo né di sporco.
Cristina Miliacca