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Interpreti:
Audrey Tautou, Chiwetel Ejiofor, Sergi Lopez,
Sophie Okonedo, Bendict Wong, Zlatko Buric,
Jean-Philippe Ecoffey, Abi Gouhad, Sotigui Kouyate
Note:
Presentato in concorso alla 59ma mostra del cinema di Venezia
(2002)
In
un lussuoso albergo di Londra tre impiegati extracomunitari - un
portiere di notte nigeriano, una cameriera turca e una
prostituta cinese - cercano di risolvere un misterioso,
intricato e bizzarro caso di omicidio.
Nel
suo ultimo film Stephen Frears ci proietta nel cuore della West
London multietnica e underground, con una delicatissima storia
di clandestinità, sfruttamento della vita umana sotto tutti i
punti di vista, traffico di organi ma anche profonde emozioni e
purezza di sentimenti. In questo mélange di verismo, noir e
romanticismo, il regista porta in scena una cresciuta ma sempre
ingenua Amélie-Tautou, scaraventata dal suo favoloso mondo ad
un mondo crudamente realistico, dove i sogni popolano solo le
notti, e non tutte… solo le notti in cui si ha tempo di
dormire e solo le notti non permeate dagli incubi.
Audrey Tautou è Senay, ragazza turca immigrata, sempre sul filo
del rasoio: basta un errore minimo per essere rimpatriata. Un
errore come lavorare, dato che il permesso attuale non lo
consente. Un errore come ospitare un immigrato clandestino.
Chiwetel Ejiofor è Okwe, ragazzo nigeriano senza permesso di
soggiorno, e dorme la mattina sul divano di Senay. Di giorno fa
il tassista, di notte lavora alla reception di un albergo, lo
stesso dove Senay collabora come donna delle pulizie. Inutile
dire che entrambi lavorano al nero. Va avanti masticando foglie
di coca, Okwe, per avere la forza di continuare a lavorare senza
soste. E a tempo perso fa anche il medico, fornendo cure ad
altri clandestini come lui, senza assistenza medica in un Paese
che neanche sa della loro esistenza, procurandosi i medicinali
da un rifugiato politico cinese che lavora nell’obitorio di un
ospedale.
All’interno di questa cornice, puntellata dall’incredibile e
disperata capacità di sopravvivenza dei due protagonisti, si
snoda la scoperta del traffico di organi gestito da Sneaky, il
proprietario spagnolo dell’albergo dove entrambi lavorano.
Senza mai diventare patetico, senza mai scadere nel moralismo,
Frears descrive con asciutto pragmatismo le condizioni di
sfruttamento di tutta una popolazione di sottobosco, privata di
ogni diritto, la cui vita, se da una parte perde qualsiasi
valore umano, dall’altra può essere monetizzata (un rene per
10.000 sterline…quanta ricchezza non sappiamo di avere in noi
stessi…). In questa necessità continua di arrangiarsi per
sopravvivere, a causa della quale l’individuo è completamente
sfruttabile (dallo scambio di un proprio organo con un
passaporto falso, al “consenso” ad essere violentata
sessualmente per un posto di lavoro al nero…), le emozioni
sono vissute con intensità maggiorata e la tentazione di
oltrepassare la linea di demarcazione disegnata dai propri
valori interiori può essere vinta solo grazie ad una profonda
purezza d’animo. Dietro ai suoi silenzi, per tutto il film
Okwe combatte una battaglia con se stesso lancinante. L’unica
via d’uscita restando integri è “essere più furbi della
volpe” e non trasformarsi “da agnelli in lupi”.
Piccoli Affari Sporchi è anche un film sull’isolamento
sociale. «Noi siamo - dice Okwe - le persone che non vedrete
mai…», le persone che camminano per strada come fantasmi agli
occhi dei “regolari”. Di loro ci si accorge solo quando la
loro criminalità e la loro clandestinità in qualche modo lede
le esistenze e le proprietà dei “benpensanti”, di coloro
che per diritto vivono alla luce del sole.
Neanche l’amore può riscattare la condizione di “isolati”
e di anonimi, perché la vita disperata e misera obbliga Okwe e
Senay ad essere costantemente vigili in un mondo spietato. La
loro è una storia d’amore non convenzionale, dove la tensione
sessuale resta sempre latente. I due prima resistono, ma
progressivamente scoprono di volersi bene, accomunati dalle
tristi vicende di ricatto, solitudine e “sudiciume” morale
in cui sono immersi. Ma nonostante questa scoperta reciproca, il
loro amore è costretto a restare in ombra, non ha spazio per
uscire del tutto alla luce del sole. «Noi possiamo solo
sopravvivere, non possiamo pensare ad altro…» grida Okwe a
Senay per divellere in embrione le illusioni nascenti in lei di
una storia d’amore a lieto fine.
La delicatezza di Frears è proprio nel raccontare una storia
crudele equilibrando i toni documentaristici del dramma sociale
con il garbo della qualità dei sentimenti dei protagonisti,
fino alla tenerezza e all’esilità di un amore appena
accennato. Il messaggio politico e civile è trasmesso dal
regista con leggerezza, non lascia quelle sensazioni di
sgradevole ingestibilità, spesso controproducenti (non amiamo
il disagio, quindi tendiamo ad eliminare rapidamente dalla testa
e dal cuore quello che ci imbarazza…). Eppure riesce a
mostrare tutti i particolari di storie vere sulle comunità di
immigrati, su persone che continuiamo ad ignorare perché vivono
nell’ombra, su una parte di umanità di cui nessuno vuole
ammettere l’esistenza ma da cui in un modo o nell’altro
tutti traiamo vantaggio. E con questo ci invita a riflettere.
Che poi il film sia anche pieno di colpi di scena e di
rivelazioni… questo è il miele che consente al regista di
indorare la pillola per farcela gradire di più. Senza un solo
passo falso (scelta degli attori, stile di regia, colonna
sonora, locations…), Frears ha realizzato un delizioso
gioiello cinematografico che, a dispetto del titolo, non ha
nulla di piccolo né di sporco.
Cristina Miliacca

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