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Interpreti:
Kyra Sedgwick, Arker Posey, Iruza Balk,
David Warshofsky, Brian Tarantina,
Mara Hobel, Leo Fitzpatrick
Note:
Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2002. Premio
John Cassavetes agli Independent Spirit Awards. Presentato in
concorso al 55mo festival di Locarno (2002)
Film
in tre episodi per raccontare tre storie di donne e la fuga di
ciascuna di loro dall'uomo che limita la sua libertà.
Al
suo secondo lungometraggio come regista Rebecca Miller sceglie
lo stile dimesso di un racconto minimalista.
Figlia del drammaturgo Arthur Miller e moglie dell'attore Daniel
Day Lewis, la Miller ha una formazione complessa. Comincia come
pittrice, ma presto entra nel mondo del cinema come attrice e
sceneggiatrice. Scrive fin dall'adolescenza ma diventa veramente
scrittrice solo nell'ultimo anno.
Personal Velocity è innanzi tutto una raccolta di racconti
(pubblicata in Italia dalla Fandango) che trattano con durezza
sette storie di sette donne diverse, distanti tra loro per ceto
e formazione, ma accomunate dalla stessa ricerca di un
equilibrio che pare impossibile. Storie minime, quotidiane,
lontane dal clamore e dall'epica, che traggono da Carver
(maestro americano della short story) il senso dell'epifania
improvvisa delle cose e la forza di azioni che si fanno
significanti.
Lo stile è asciutto, essenziale, fatto di ellissi e
suggerimenti. Gli oggetti rivelano un mondo imprevisto, i gesti
si fanno carichi di storia. Una scarpa può evidenziare la crisi
di un matrimonio, il pianto di un bimbo la necessità di una
ribellione.
Dal maestro la Miller sembra trarre lo stile, ma poi,
lentamente, lo abbandona come se avesse altre necessità; come
se dovesse sporcarsi personalmente con le disperazioni che
racconta e, prendendo da altri (per sua stessa ammissione la sua
scrittura risente anche di autori come James e O'Connor), entra
lei stessa nel dramma partecipando delle vite dei suoi
personaggi e soffrendo con loro.
Per il film parte da qui, seleziona tre storie (tre donne) e,
come per visualizzarle cinematograficamente, le mette in scena.
Come se fossero sofisticati e precisi trattamenti, i racconti
forniscono il senso e il ritmo del film, la pagina scritta
diventa un tramite concreto per la propria visualizzazione e gli
stili pare si equivalgano. La macchina da presa restituisce la
pagina scritta. Si fa mobile, agile, in grado di seguire senza
sosta i gesti dei personaggi, pedinandoli senza interferire,
lasciandoli agire autonomi. La scelta del digitale così diventa
perfettamente funzionale: per simulare la fragranza di un reale
che sfugge e per assorbire la luce algida delle strade
americane.
La scrittura si fa visione, e attraverso la voce narrante che
accompagna i tre episodi, traghettata identica dai racconti, si
fa anche parola per descrivere i fatti.
La Miller sembra muoversi con disinvoltura tra i due universi
linguistici, come se fosse indifferente il mezzo utilizzato. In
questo modo i racconti e il film si arricchiscono a vicenda. La
pagina scritta si espande mostrando la potenzialità implicita
che presuppone e l'immagine viene testata in un processo
preventivo che ne accerta la necessità. Un processo singolare,
una scelta rischiosa che tuttavia non inficia l'indipendenza dei
due universi. Sia il film sia i racconti vivono per se stessi,
sono autonomi all'interno dei rispettivi mondi linguistici.
Nessuno dei due presuppone l'altro pur sembrando figli di una
stessa matrice.
In questo modo le storie di queste tre donne diventano
esemplari. Crude, disperate, cariche di violenza fisica e
psicologica, segnate da un vuoto esistenziale che si vorrebbe
colmare.
Sono storie che non cominciano e non finiscono, partono da una
stasi irreale e si interrompono dove la trasformazione non è
ancora in atto. Il mondo circostante, quello degli uomini, della
famiglia, del lavoro, diventa puro pretesto, manifestazione
quasi accessoria, sintomo nascosto di un malessere soffocante,
della necessità di muoversi secondo un altro ritmo sperando di
riconoscere i segni che il destino ci manda.
Le vite di Delia (Kyra Sedgwick), Greta (Parker Posey), Paula (Fairuza
Balk), sono vite diverse, hanno famiglie diverse, culture
diverse, esperienze diverse. L'unica cosa che le accomuna è la
ricerca di una 'personal velocity' che non riescono a trovare, e
la scoperta di raggiungerla lì dove non si pensava.
Massimo Galimberti

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