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Personal velocity - il momento giusto (USA- 2002)

Titolo originale: Personal velocity: three portraits
Regia e sceneggiatura:
Rebecca  Miller
Fotografia: Ellen  Kuras
Musiche: Michael  Rohatyn
Montaggio: Sabine  Hoffmann
Scenografia: Judy  Becker

Genere: Drammatico
Produzione: Blue Magic Pictures - Goldheart Pictures - Ifc Productions - Indigent
Distribuzione: Mikado
Durata: 86'

Interpreti: Kyra  Sedgwick, Arker  Posey, Iruza  Balk, David  Warshofsky, Brian  Tarantina, Mara  Hobel, Leo  Fitzpatrick

Note: Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2002. Premio John Cassavetes agli Independent Spirit Awards. Presentato in concorso al 55mo festival di Locarno (2002)

Film in tre episodi per raccontare tre storie di donne e la fuga di ciascuna di loro dall'uomo che limita la sua libertà.

Al suo secondo lungometraggio come regista Rebecca Miller sceglie lo stile dimesso di un racconto minimalista.
Figlia del drammaturgo Arthur Miller e moglie dell'attore Daniel Day Lewis, la Miller ha una formazione complessa. Comincia come pittrice, ma presto entra nel mondo del cinema come attrice e sceneggiatrice. Scrive fin dall'adolescenza ma diventa veramente scrittrice solo nell'ultimo anno.
Personal Velocity è innanzi tutto una raccolta di racconti (pubblicata in Italia dalla Fandango) che trattano con durezza sette storie di sette donne diverse, distanti tra loro per ceto e formazione, ma accomunate dalla stessa ricerca di un equilibrio che pare impossibile. Storie minime, quotidiane, lontane dal clamore e dall'epica, che traggono da Carver (maestro americano della short story) il senso dell'epifania improvvisa delle cose e la forza di azioni che si fanno significanti.
Lo stile è asciutto, essenziale, fatto di ellissi e suggerimenti. Gli oggetti rivelano un mondo imprevisto, i gesti si fanno carichi di storia. Una scarpa può evidenziare la crisi di un matrimonio, il pianto di un bimbo la necessità di una ribellione.
Dal maestro la Miller sembra trarre lo stile, ma poi, lentamente, lo abbandona come se avesse altre necessità; come se dovesse sporcarsi personalmente con le disperazioni che racconta e, prendendo da altri (per sua stessa ammissione la sua scrittura risente anche di autori come James e O'Connor), entra lei stessa nel dramma partecipando delle vite dei suoi personaggi e soffrendo con loro.
Per il film parte da qui, seleziona tre storie (tre donne) e, come per visualizzarle cinematograficamente, le mette in scena.
Come se fossero sofisticati e precisi trattamenti, i racconti forniscono il senso e il ritmo del film, la pagina scritta diventa un tramite concreto per la propria visualizzazione e gli stili pare si equivalgano. La macchina da presa restituisce la pagina scritta. Si fa mobile, agile, in grado di seguire senza sosta i gesti dei personaggi, pedinandoli senza interferire, lasciandoli agire autonomi. La scelta del digitale così diventa perfettamente funzionale: per simulare la fragranza di un reale che sfugge e per assorbire la luce algida delle strade americane.
La scrittura si fa visione, e attraverso la voce narrante che accompagna i tre episodi, traghettata identica dai racconti, si fa anche parola per descrivere i fatti.
La Miller sembra muoversi con disinvoltura tra i due universi linguistici, come se fosse indifferente il mezzo utilizzato. In questo modo i racconti e il film si arricchiscono a vicenda. La pagina scritta si espande mostrando la potenzialità implicita che presuppone e l'immagine viene testata in un processo preventivo che ne accerta la necessità. Un processo singolare, una scelta rischiosa che tuttavia non inficia l'indipendenza dei due universi. Sia il film sia i racconti vivono per se stessi, sono autonomi all'interno dei rispettivi mondi linguistici. Nessuno dei due presuppone l'altro pur sembrando figli di una stessa matrice.
In questo modo le storie di queste tre donne diventano esemplari. Crude, disperate, cariche di violenza fisica e psicologica, segnate da un vuoto esistenziale che si vorrebbe colmare.
Sono storie che non cominciano e non finiscono, partono da una stasi irreale e si interrompono dove la trasformazione non è ancora in atto. Il mondo circostante, quello degli uomini, della famiglia, del lavoro, diventa puro pretesto, manifestazione quasi accessoria, sintomo nascosto di un malessere soffocante, della necessità di muoversi secondo un altro ritmo sperando di riconoscere i segni che il destino ci manda.
Le vite di Delia (Kyra Sedgwick), Greta (Parker Posey), Paula (Fairuza Balk), sono vite diverse, hanno famiglie diverse, culture diverse, esperienze diverse. L'unica cosa che le accomuna è la ricerca di una 'personal velocity' che non riescono a trovare, e la scoperta di raggiungerla lì dove non si pensava.
Massimo Galimberti