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2006. Roma. Un gruppo di artisti e intellettuali italiani, su
tutti Mario Tronco, tastierista degli Avion Travel, decide si
salvare il vecchio cinema teatro Apollo, che, dopo essere stato
declassato a cinema porno, sta per essere trasformato in sala
bingo, e di costituire un'orchestra stabile composta appunto,
anche e soprattutto, da musicisti extracomunitari. Il risultato
è il film L'Orchestra di Piazza Vittorio, documusical sotto
forma di diario che racconta la sofferta, entusiastica e
travagliata genesi dell'omonima orchestra.
Musica
(multietnica) contro le guerre
Accade
tutti i giorni di incrociare per strada dei suonatori ambulanti,
nostrani o stranieri, balcanici o di colore. Alcuni sono della
categoria che in gergo si chiamano «finti», cioè varianti
aggiornate del«Povero suonatore» di Grillparzer: persone che
sanno a malapena cavare qualche nota dallo strumento, adoperato
come ingenua copertura dell' accattonaggio. Altri, invece, sono
bravi o bravissimi, tanto che la gente sosta per ascoltarli, li
applaude e lascia volentieri qualche spicciolo nel loro
cappello. Sicché vien da chiedersi, ogni volta: come mai un
simile talento si esibisce in mezzo alla strada anziché sul
podio di un concerto? Le risposte possono essere varie, legate a
storie di vita e decadenza personale, ma ormai riguardano
soprattutto vicende di emigrazione. Nel cuore di Roma, quartiere
Esquilino, la piazza Vittorio Emanuele (che nella parlata
popolare ha perso il secondo nome) è un vastissimo rettangolo
di palazzoni a portici eretti verso la fine dell' 800. Fino a
qualche tempo fa la piazza era la sede del megamercato dove
l'operaio di De Sica va a cercare la bicicletta che gli hanno
rubato. Negli anni è diventata il luogo d' incontro di gente d'
ogni razza e paese, che vi ha fatto il nido. Dalla
contemplazione dell' incomparabile crogiolo due immigrati
meridionali, il musicista casertano Mario Tronco e il cineasta
pugliese Agostino Ferrente hanno tratto ispirazione per l'
impresa raccontata giorno per giorno nel film-verità “L'
orchestra di Piazza Vittorio”. Siamo di fronte a una specie di
versione moderna e neorealista della favola dei Grimm I
suonatori di Brema, dove l' asino, il cane, il gatto e il gallo
si mettono insieme per emanciparsi dai padroni formando un'
orchestra. Da una parte è nata queste utopia di formare un
complesso musicale riunendo i musicisti di varia origine ed
estrazione, dilettanti e no, gravitanti intorno alla piazza;
dall' altra si è profilata l' urgenza di salvare il fatiscente
cinema «Apollo», importante centro di aggregazione della zona,
dal diventare una sala bingo. Le due iniziative parallele sono
confluitein un terzo progetto, quello di raccontare il tutto in
un film che ha avuto il suo trionfale battesimo in agosto al
festival di Locarno. Per valutare la colonna sonora ci vorrebbe
un musicologo in grado di analizzare l' impasto, gradevole
quanto bizzarro, suggestivo quanto discutibile, di voci e
strumenti derivante dalla collaborazione di una trentina di
musicisti provenienti da tutte le parti del mondo. Al
cinecritico spetta soltanto di constatare che presentandosi come
un musical-verità quella di Ferrente è in realtà una metafora
politica. La puntuale e animata descrizione di un' avventura
multietnica che è una lezione sull' unica strada da
intraprendere per salvare un mondo in via di rapida
trasformazione confusionale: l' integrazione e la valorizzazione
dei talenti e delle culture, la contromisura per ciò che Danilo
Dolci ha chiamato «lo spreco» degli esseri umani. Ben presto
lo capiranno anche i fomentatori della «paura del diverso», i
profeti delle guerre etniche: il mondo di domani sarà in grande
l' orchestra di Piazza Vittorio, o non sarà. Più o meno tutti
i popoli sono rappresentati nel complesso, tranne i cinesi: i
quali, rintanati nei laboratori clandestini della piazza,
pensano solo (come si vede nel film) a sfruttare la mano d'
opera che lavora in nero per fabbricare prodotti scadenti a buon
mercato e griffe false.
Tullio Kezich (Il Corriere della Sera) - 25/09/2006

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