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Interpreti:
Katrin Cartlidge, Rene Bitorajac, Branko Djuric,
Georges Siatidis, Filip Sovagovic,
Simon Callow
Note:
Opera prima del regista Danis Tanovic. Vincitore del premio per
la miglior sceneggiatura al festival di Cannes 2001. Golden
Globe e Oscar per miglior film in lingua straniera 2002.
Nel
1993, durante la guerra di Bosnia, due soldati, Ciki e Nino, uno
bosniaco e l'altro serbo, si trovano isolati tra le due linee
nemiche, nella cosiddetta 'terra di nessuno'. Un casco blu
francese cerca di aiutarli, violando l'ordine dei suoi
superiori. I media si impadroniscono del caso trasformandolo in
uno spettacolo mediatico internazionale. La situazione diventa
sempre più tesa e i due soldati devono negoziare il prezzo
della loro vita nella follia della guerra.
L'inizio
del film - prima nebbioso e quasi astratto, poi lampante e
crudissimo: il destino beffardo del bosniaco che non può
muoversi mentre il suo commilitone gioca la partita psicologica
e armata col nemico serbo in una trappola inevitabile, diviso
tra diffidenza e voglia di solidarizzare - tutto giocato
sull'attesa di definizione della situazione, dialogato,
soprattutto nelle primissime battute, con misura e finezza, è
la cosa migliore di un film che punta in alto ma che tiene testa
alle sue ambizioni solo in parte. Non perdendo di vista la
drammaticità della situazione, il regista non disdegna
l'incursione nel terreno di un acre umorismo, standoci tutta,
nella sua tragica verità, la scena del soldato in trincea che
leggendo il giornale esclama: "Che casino in Ruanda!",
battuta amara che, al di là del sorriso, esprime con perfetta
resa l'orrore di una situazione bellica fattosi paurosamente
ordinario, quasi scontato. Non meno interessante il gioco di
punti di vista messo in atto subito dopo, rimbalzando da una
barricata all'altra e dalle ipocrite manovre dei
"puffi" (i caschi blu) allo sfacciato cinismo della
troupe televisiva: il lato aberrante della cosa non sfugge
all'occhio dell'autore così come quello farsesco del demenziale
pasticcio di lingue, fino al paradosso che deve essere il nemico
serbo a tradurre al soldato bosniaco le parole dell'ufficiale
dell'esercito internazionale. E' chiara la denuncia
dell'atteggiamento delle forze delle Nazioni Unite, l'attacco a
un'operazione di facciata che a nulla è servita: l'affannarsi
dell'idealista ufficiale francese, disposto ad aggrapparsi anche
allo sciacallaggio televisivo per ottenere gli aiuti che la
situazione richiede, si impiglia nelle maglie burocratiche delle
alte sfere, più impegnate a garantirsi l'intaccabilità
dell'immagine che a prestare un effettivo apporto. Il bosniaco
ferito che giace su una mina antiuomo non disinnescabile è
l'ovvia metafora di una nazione attorno alla quale ci si affanna
inutilmente senza azzardarsi a soccorrerla davvero, per paura di
rimanere coinvolti in una situazione esplosiva; come il povero
soldato, verrà abbandonata a se stessa, non prima di essersi
assicurati che tutte le televisioni si siano allontanate dal
luogo della tragedia. Il film è interessante, nel suo misto
sapido di angoscia e ironia al vetriolo, ed è lampante come
l'attenzione di Tanovic non sia impegnata a mettere in luce le
ragioni di una parte piuttosto che dell'altra, quanto a
sottolineare l'assurdità di un conflitto in cui tutti sono
destinati a perdere.
Luca Pacilio

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