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Note:
Presentato fuori concorso alla 59ma mostra del cinema di Venezia
(2002.). Film conclusivo della trilogia di film con i titoli in
lingua hopi - una tribu' di pellerossa che ora vive in Arizona -
iniziata vent'anni prima - nel 1982 - da Reggio e Glass con
'Koyaanisqatsi' (vita squilibrata) e con 'Powaqqatsi' - sei anni
dopo - sul lavoro dell'uomo, sull'opulenza occidentale e le
fatiche del terzo mondo.
Il
film, episodio conclusivo della trilogia "Qatsi" (i
precedenti, Koyaanisqatsi e Powaqqatsi) è la cronaca
dell'evento più significativo degli ultimi cinquemila anni: il
passaggio dalla vecchia natura primitiva alla nuova natura
inventata dall'uomo, la tecnologia. E' un documento lirico sui
temi della civiltà della violenza, dei valori dell'uomo
globalizzato e della velocità.
Per
capire il senso di “Naqoyqatsi” bisogna tornare a qualche
anno fa. Era il 1975 quando Godfrey Reggio, un uomo che aveva
trascorso 14 anni nel silenzio e nella preghiera di un ordine
religioso contemplativo, cominciò a pensare ad un film che
avrebbe creato una forma cinematografica completamente nuova. L’idea
di partenza era quella di prendere alcune immagini dalla vita
reale, immagini crude come poi si vedrà nel primo episodio, e
riproporle senza parole, senza un filo logico o lineare, creando
una sorta di concerto visivo. Sette anni dopo uscì “Koyaanisqatsi”,
che in lingua hopi significa “vita in disequilibrio”. Questo
titolo rappresentava il tema del primo episodio della Trilogia
“Qatsi”: la visione di una società urbana totalmente
slegata dall’ambiente naturale, sopraffatta dalla tecnologia e
che si muove in un ritmo frenetico. Le immagini che erano state
montate in “Koyaanisqatsi” scorrevano velocissime
accompagnate dalla partitura musicale ipnotizzante realizzata
appositamente da Philip Glass. Il successo di questo primo film
fu immediato, uscì in moltissimi paesi del mondo e negli anni
’80 raggiunse la notorietà di opere come “Arancia meccanica”
o “Eraserhead”. Tant’è che, per collaborare alla
produzione del secondo episodio della Trilogia “Qatsi”, si
fecero avanti Francis Ford Coppola e George Lucas. Per questo
nuovo film Godfrey Reggio scelse di andare nella zone in via di
sviluppo con l’idea di catturare l’impatto del progresso
tecnologico sulle culture indigene. “Powaqqatsi” si potrebbe
tradurre come “vita in trasformazione”, quella che il
regista ha potuto osservare viaggiando in India, Egitto, Perù,
Kenya, Nigeria e in altri paesi in cui ha raccolto le immagini
della vita quotidiana, della gente al lavoro e dei bambini
durante il gioco mostrando la difficile e complicata relazione
con gli elementi nuovi che si stavano inserendo nella loro vita.
Le immagini montate nel secondo lavoro di Reggio si muovevano
con un ritmo diverso rispetto al precedente, era molto più
lento e fu utilizzata la tecnica dello slow motion per
concentrarsi sui dettagli viscerali della vita indigena.
Anche questo episodio ebbe molto successo, fu proiettato in più
di 60 paesi e in certi casi veniva accompagnato dall’esecuzione
dal vivo del Philip Glass Ensemble. E arriviamo ai giorni
nostri, a quelli che Godfrey Reggio ha definito di violenza
civilizzata e che vengono riproposti nel terzo e ultimo episodio
della Trilogia. “Naqoyqatsi” in lingua hopi significa “a
vicenda uccidere molte vite” e in questo film il regista
descrive il mondo in cui viviamo. E’ ancora una volta la
musica ipnotica di Philip Glass, eseguita dal violoncello di Yo
Yo Ma ad unire i simboli della tecnologia avanzata: la guerra, i
media, la pubblicità, la medicina e la politica vengono
raccontati con l’occhio anti imperialista e consapevole di
ciò che può comportare la globalizzazione. Le immagini
magnetiche che corrono sullo schermo sono quelle colte dalla
realtà e poi alterate visivamente attraverso le tecnologie
digitali, proprio quelle che secondo Reggio (e non solo) stanno
snaturando ogni cosa, l’etica, l’arte, la cultura, lo sport,
fino al volto umano. Per questo terzo film Reggio è andato a
scavare in un territorio visivo inedito, fatto di immagini ad
alta definizione tecnologica e rimodellate attraverso la
manipolazione digitale. Il materiale è stato selezionato da un
vasto repertorio che comprende filmati militari, aziendali,
scientifici, sportivi, notiziari e cartoni animati. Il risultato
è una visione del mondo di oggi, visto attraverso le lenti
deformanti create dalla stessa tecnologia. Per descrivere la
filosofia di “Naqoyqatsi” Reggio sostiene che “la
tecnologia non è più tanto qualcosa che usiamo, quanto
qualcosa che viviamo, che respiriamo come l’ossigeno e che ci
sta trasformando senza che ne siamo consapevoli”. Questo terzo
“viaggio mentale cinematico” che Godfrey Reggio ha costruito
si articola nella narrazione di un mondo dominato dalla
comunicazione e da un linguaggio che si sta trasformando in
codice numerico, si muove nel mondo dello sport diventato
ferocemente competitivo e corrotto, per approdare infine ad un
viaggio accelerato nella velocità della vita, che non lascia
spazio ad alcuna riflessione su se stessi e sul proprio futuro.
Anche “Naqoyqatsi”, come i due film precedenti, propone una
morale necessaria, che tra Dio e l’uomo si orienta verso l’uomo
posto di fronte ad una visione consapevole di quello a cui ci
stiamo avviando.
Barbara Sorrentini

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