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Regia
e sceneggiatura: Francesca
Comencini
Fotografia:
Luca Bigazzi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Scenografia: Paola Comencini
Produzione:
BIANCA FILM, BIM DISTRIBUZIONE, RAI CINEMAFICTION
Distribuzione: BIM
Durata: 90'
Genere: Drammatico
Interpreti: Camille Dugay Comencini, Nicoletta
Braschi |
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Note:
Presentato
fuori concorso e vincitore della sezione 'panorama' al 54mo
festival di Berlino (2004)
“Il lavoro si difende
conquistando altro lavoro”. Si presentano così i nuovi
manager dell’azienda di Anna, la protagonista di Mi piace
lavorare (mobbing), nuovo film di Francesca Comencini, autrice
di Carlo Giuliani, ragazzo. I paladini della flessibilità
impongono una filosofia semplice e brutale, fondata su una
competizione sfrenata mascherata da un patina di freddo
efficientismo. L’ottimizzazione delle risorse richiede tagli e
i manager individuano i soggetti da colpire. La scelta cade su
Anna, segretaria di terzo livello, divorziata, con
figlia adolescente a carico e padre malato. Non ha rapporti
con il sindacato, la battaglia per l’articolo 18 la lascia
indifferente. E' la vittima perfetta del mobbing strategico, una
violenza psicologica implacabile frutto di una precisa volontà
di esclusione.
In modo lento ma inesorabile l’ufficio diventa ostile.
La donna viene lasciata sola al tavolo della mensa aziendale, la
sua scrivania assegnata a una collega. Le vengono sottratte
competenze e attribuite nuove e umilianti mansioni, in molti le
tolgono il saluto. Dalla contabilità passa alla gestione delle
fotocopie. Poi ha l’incarico di sorvegliare il lavoro degli
operai nei magazzini. Qui è accolta come nemica e allontanata.
I suoi nervi cedono. E' distrutta ma l’aiuto della
figlia Morgana l’aiuta a ritrovare le forze per lottare.
Quando il boss dell’azienda la invita a firmare una lettera di
dimissioni, reagisce.
Coprodotto da Rai Cinema, Bianca Film e Bim, realizzato con
tecnologie leggere e un budget ridotto (appena 300mila euro),
fotografato da Luca Bigazzi, il film è un mix tra documentario
e fiction ambientato a Roma tra i freddi corridoi dell’Acea e
i portici di Piazza Vittorio. Lo interpreta Nicoletta Braschi, l’ex
fata turchina di Pinocchio, chiamata a recitare in un cast di
non professionisti.
Mi piace lavorare è' nato dall’incontro della regista con gli
operatori dello sportello anti mobbing della Cgil Roma Centro.
“Mi sono rivolta a loro dopo aver visto un documentario sul
mobbing sulla tv francese Arte. Volevo approfondire l’argomento,
la molla per realizzare il film è nata dai primi contatti con
persone mobbizzate. Il sindacalista Daniele Ranieri e l’avvocato
del lavoro Assunta Cestaro mi hanno chiesto di intervistarle per
girare un video a uso interno del sindacato. Ho conosciuto
uomini e donne dalla dignità distrutta – prosegue. Molti
avevano somatizzato l’angoscia, anche il loro aspetto era
cambiato. Gli uomini sembravano impazziti, rabbiosi. Le donne
piangevano” racconta Comencini. E aggiunge: “Il sindacato è
stato il mio cast director. Mi ha fatto incontrare decine di
impiegati, operai e sindacalisti disposti a partecipare. Hanno
persino preso giorni di ferie per venire sul set”. Ranieri e
Cestaro hanno collaborato allo script, un canovaccio aperto all’improvvisazione:
“Non c’erano una sceneggiatura dialogata. Sarebbe stato
impossibile chiedere a non professionisti di recitarla.
Piuttosto, ho chiesto a ognuno di portare la propria esperienza.
Alcuni sindacalisti hanno indossato i panni dei manager con
grande cognizione di causa. Nicoletta si è calata in mezzo a
loro con grande umiltà”.
A proposito del mobbing, fenomeno che in Italia colpisce tra gli
ottocentomila e un milione e mezzo di lavoratori, Braschi
spiega: “Il termine deriva da mob, parola usata da Konrad
Lorenz per indicare il comportamento dei passeri che isolano uno
di loro dal gruppo”. “Mi ha interessato la somma di
prevaricazioni, il lento stillicidio che portano Anna alla
disperazione” continua. Il suo personaggio è costruito
attraverso la sintesi tra diverse esperienze di maltrattamenti.
Il mobbing infatti colpisce soprattutto le donne. Qualche dato?
Un’indagine svolta lo scorso anno su duecentocinquanta persone
da un gruppo di ricerca dell’ospedale Sant’Andrea di
Roma ha rivelato che il 52 per cento dei casi di
vessazioni sul posto di lavoro riguarda lavoratrici.
Le cose non vanno meglio all’estero. Secondo uno studio dell’Istituto
per la ricerca sociale di Dortmund il rischio mobbing per le
donne tedesche è superiore del 75 per cento rispetto agli
uomini. Il quadro si fa più cupo per le madri. Dice Comencini:
“Il mobbing ha una preferenza per loro. Ho ascoltato la rabbia
di donne costretta a lasciare i loro figli giornate intere per
andare in uffici dove venivano insultate e prese in giro. Il
paese più flessibile del mondo odia le madri”.
Miriam Tola
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