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Mi piace lavorare - Mobbing (Italia - 2003)

Regia e sceneggiatura: Francesca Comencini
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Scenografia: Paola Comencini

Produzione: BIANCA FILM, BIM DISTRIBUZIONE, RAI CINEMAFICTION
Distribuzione: BIM
Durata: 90'
Genere: Drammatico
Interpreti:
Camille Dugay Comencini, Nicoletta Braschi

Note: Presentato fuori concorso e vincitore della sezione 'panorama' al 54mo festival di Berlino (2004)

“Il lavoro si difende conquistando altro lavoro”. Si presentano così i nuovi manager dell’azienda di Anna, la protagonista di Mi piace lavorare (mobbing), nuovo film di Francesca Comencini, autrice di Carlo Giuliani, ragazzo. I paladini della flessibilità impongono una filosofia semplice e brutale, fondata su una competizione sfrenata mascherata da un patina di freddo efficientismo. L’ottimizzazione delle risorse richiede tagli e i manager individuano i soggetti da colpire. La scelta cade su Anna, segretaria di terzo livello, divorziata, con figlia adolescente a carico e padre malato. Non ha rapporti con il sindacato, la battaglia per l’articolo 18 la lascia indifferente. E' la vittima perfetta del mobbing strategico, una violenza psicologica implacabile frutto di una precisa volontà di esclusione.
In modo lento ma inesorabile  l’ufficio diventa ostile. La donna viene lasciata sola al tavolo della mensa aziendale, la sua scrivania assegnata a una collega. Le vengono sottratte competenze e attribuite nuove e umilianti mansioni, in molti le tolgono il saluto. Dalla contabilità passa alla gestione delle fotocopie. Poi ha l’incarico di sorvegliare il lavoro degli operai nei magazzini. Qui è accolta come nemica e allontanata. I suoi nervi cedono. E'  distrutta ma l’aiuto della figlia Morgana l’aiuta a ritrovare le forze per lottare. Quando il boss dell’azienda la invita a firmare una lettera di dimissioni, reagisce.
Coprodotto da Rai Cinema, Bianca Film e Bim, realizzato con tecnologie leggere e un budget ridotto (appena 300mila euro), fotografato da Luca Bigazzi, il film è un mix tra documentario e fiction ambientato a Roma tra i freddi corridoi dell’Acea e i portici di Piazza Vittorio. Lo interpreta Nicoletta Braschi, l’ex fata turchina di Pinocchio, chiamata a recitare in un cast di non professionisti.
Mi piace lavorare è' nato dall’incontro della regista con gli operatori dello sportello anti mobbing della Cgil Roma Centro. “Mi sono rivolta a loro dopo aver visto un documentario sul mobbing sulla tv francese Arte. Volevo approfondire l’argomento, la molla per realizzare il film è nata dai primi contatti con persone mobbizzate. Il sindacalista Daniele Ranieri e l’avvocato del lavoro Assunta Cestaro mi hanno chiesto di intervistarle per girare un video a uso interno del sindacato. Ho conosciuto uomini e donne dalla dignità distrutta – prosegue. Molti avevano somatizzato l’angoscia, anche il loro aspetto era cambiato. Gli uomini sembravano impazziti, rabbiosi. Le donne piangevano” racconta Comencini. E aggiunge: “Il sindacato è stato il mio cast director. Mi ha fatto incontrare decine di impiegati, operai e sindacalisti disposti a partecipare. Hanno persino preso giorni di ferie per venire sul set”. Ranieri e Cestaro hanno collaborato allo script, un canovaccio aperto all’improvvisazione: “Non c’erano una sceneggiatura dialogata. Sarebbe stato impossibile chiedere a non professionisti di recitarla. Piuttosto, ho chiesto a ognuno di portare la propria esperienza. Alcuni sindacalisti hanno indossato i panni dei manager con grande cognizione di causa. Nicoletta si è calata in mezzo a loro con grande umiltà”.
A proposito del mobbing, fenomeno che in Italia colpisce tra gli ottocentomila e un milione e mezzo di lavoratori, Braschi spiega: “Il termine deriva da mob, parola usata da Konrad Lorenz per indicare il comportamento dei passeri che isolano uno di loro dal gruppo”. “Mi ha interessato la somma di prevaricazioni, il lento stillicidio che portano Anna alla disperazione” continua. Il suo personaggio è costruito attraverso la sintesi tra diverse esperienze di maltrattamenti. Il mobbing infatti colpisce soprattutto le donne. Qualche dato? Un’indagine svolta lo scorso anno su duecentocinquanta persone da un gruppo di ricerca dell’ospedale Sant’Andrea di Roma  ha rivelato che il 52 per cento dei casi di vessazioni sul posto di lavoro riguarda lavoratrici.
Le cose non vanno meglio all’estero. Secondo uno studio dell’Istituto per la ricerca sociale di Dortmund il rischio mobbing per le donne tedesche è superiore del 75 per cento rispetto agli uomini. Il quadro si fa più cupo per le madri. Dice Comencini: “Il mobbing ha una preferenza per loro. Ho ascoltato la rabbia di donne costretta a lasciare i loro figli giornate intere per andare in uffici dove venivano insultate e prese in giro. Il paese più flessibile del mondo odia le madri”.

Miriam Tola