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Lavorare con lentezza (Italia - 2003)

Regia: Guido Chiesa
Sceneggiatura: Guido Chiesa, Wu Ming
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Luca Gasparini
Musiche: Teho Teardo
Scenografia: Sonia Peng
Genere: Drammatico

Produzione: Domenico Procacci per Fandango, Medusa Film, Les Films De Tournelles, Roissy Film
Distribuzione: Fandango
Durata: 111’

Interpreti: Tommaso Ramenghi, Marco Luisi, Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea, Valerio Binasco, Jacopo Bonvicini, Max Mazzotta, Massimo Coppola

Note: Presentato in concorso alla 61ma mostra internazionale del cinema di Venezia (2004). Gli attori Marco Luisi e Tommaso Ramenghi hanno ottenuto il premio Marcello Mastroianni per il miglior attrore emergente. - Il film e' stato girato a Bologna nei luoghi reali della vicenda, ma il tunnel e la sede della radio sono stati realizzati a Cinecitta' - I Wu Ming sono un collettivo di scrittori di Bologna, autori del best-seller "q, 54" e di "guerra agli umani" (ed. Einaudi) - Il 1 marzo 1977 a Bologna venne ritrovato un tunnel lungo 60 metri che doveva terminare in corrispondenza del caveau di una sede della cassa centrale di risparmio da cui i ladri avrebbero potuto prelevare una somma pari a 50 miliardi dell'epoca

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di Sgualo e Pelo, due ragazzi che vivono nella periferia di Bologna, le cui vicende si intrecciano con la storica emittente Radio Alice, la radio del movimento studentesco del '76-'77.

Dopo il documentario Alice è in paradiso, visto di sfuggita al Festival di Torino del 2002, Guido Chiesa torna agli eventi del '77 bolognese ed a Radio Alice, prima emittente libera d'Italia, la cui storia durò appena 13 mesi, prima della chiusura forzata da parte della polizia. Al suo terzo lavoro di fiction, se tale si può definire il film, dopo  Il caso Martello, Babylon ed Il Partigiano Johnny, Chiesa ha scritto il film insieme al collettivo letterario dei bolognesi Wu Ming, autori, tra l'altro, dei best-seller Q e 54.
E proprio dall'immaginario già raccontato dai Wu Ming, oltre che da quello ormai consolidato sulla contestazione studentesca dell'epoca, che sembrano scaturire le situazioni ed i personaggi del film, che riprendono appunto, con un aggiornamento a due decenni dopo, alcune ambientazioni del romanzo 54, romanzo sulla Guerra Fredda dove Bologna giocava un ruolo determinante. Dai bar cittadini dove si mescolano ex partigiani e giovani scansafatiche, alle prime pagine reazionarie del "Carlino", fino alle figure del ricettatore filosofo e del suo socio marsigliese, omaggio alle atmosfere descritte da Jean-Claude Izzo, autore culto del collettivo letterario.
La vivacità, l'anarchia mao-dadaista di Radio Alice, radio ufficiale del movimento studentesco, sono dunque scelti da Chiesa come simbolo di una generazione che, anche al cinema, fa più spesso parlare di sè per la violenza e il fallimento politico. Ma quell'epoca fu anche, parola del regista, un momento di piccole rivoluzioni culturali e di grande creatività.
Protagonisti del film sono i due ventenni Sgualo e Pelo, uno bolognese doc e l'altro figlio di meridionali. A corto di soldi, lavoro e prospettive accettano, in cambio di dieci milioni, di scavare un tunnel sotterraneo che permetterà di rapinare la Cassa di Risparmio. Nelle lunghe notti con pala e piccone, scoprono le frequenze di Radio Alice, l'unica le cui frequenze sono captate anche sottoterra. Incuriositi, si presentano nella sede dell'emittente, dove conosceranno i fondatori scoprendo che non esiste un capo, che nessuna censura "filtra" gli interventi telefonici degli ascoltatori e che anche loro hanno diritto ad avere un loro programma. Come è prevedibile, sarà per loro l'inizio di una nuova epoca e di nuove conoscenze: canne, ragazze, ideali politici e tutto il resto.
Sgualo e Pelo fanno dunque da fil rouge per raccontare la storia di Radio Alice e di tutti quelli che le ruotavano attorno: storia di una Bologna che era al centro delle contestazioni studentesche, mentre il PCI perdeva in parte il suo ruolo-guida a sinistra e gli anni di piombo erano alle porte. Il tutto fino agli scontri del marzo '77, quando dapprima lo studente Francesco Lorusso fu ucciso da una pallottola dei carabinieri e poi Cossiga, allora ministro degli interni, inviò i carri armati davanti alle università, in Via Zamboni. Fu la fine annunciata di un sogno e forse anche di un'epoca.
In un film che evita di essere troppo politico, vi è comunque un tema sotterraneo che ritorna a più riprese: quello del sogno impossibile di un'unione di obiettivi e di lotta tra studenti e operai. Una sorta di muro insormontabile che divideva due mondi diversi: figli di papà e carabinieri per forza (vedi il cupo Mastrandrea); bolognesi fancazzisti e calabresi incalzati dalla famiglia. In pratica, chi rivoluzionario può esserlo per sfizio, e chi invece semplicemente non può. Diversi e lontani sono anche i due centri nevralgici del film: l'Università e il grigio quartiere di Safagna, concentrato di case-dormitorio degli operai, spesso venuti dal sud, che affollavano nelle fabbriche e nelle coperative della ricca Emilia-Romagna, e delle loro famiglie. Per il ruolo dei due protagonisti sono stati scelti due esordienti (Tommaso Ramenghi e Marco Luisi), così come sconosciuto è la maggior parte del cast, reclutato in gran parte tra la popolazioe degli studenti bolognesi. Fanno eccezione  Valerio Mastrandrea, Claudia Pandolfi nel ruolo della giovane avvocata idealista ed il carabiniere di leva Max Mazzotta, già visto nel ruolo di Pentothal in Paz! di De Maria, che rievocava, tramite le tavole di Pazienza, le stesse atmosfere bolognesi.
Per fortuna, Lavorare con lentezza si tiene alla larga da ogni spirito nostalgico o "settantasettesco", visto anche che Chiesa all'epoca dei fatti aveva 16 anni ed i Wu Ming erano tutti dei bambini. Non del tutto obiettivo, ma suggestivo e non privo di interesse nel ripercorrere una pagina di storia italiana, come c'era da aspettarsi dagli autori, il film è un'opera di grande vitalità. Se le psicologie dei personaggi sono un po' scontate e alcune vicende della trama risultano alla fine irrisolte o un po' semplificate, il film di Chiesa è però indiscutibilmente un film di valore per l'assoluta vivacità e originalità del linguaggio, che mescola finzione pura a scene basate su documenti storici, oltre che ad alcuni inserti comici in stile cinema muto. Per merito forse soprattutto del regista, grande documentarista nel ricercare una fedeltà storica (state attenti alla fine dei titoli di coda) senza eccedere con gli inserti documentari, il film ricrea con intelligenza e inventiva rara nel cinema italiano una parte, o almeno un'interpretazione, dello spirito di quegli anni.
Federico Ferrone
tratto da www.drammaturgia.it