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Interpreti:
Michael Pitt, Lukas Haas, Asia Argento, Scott Green
Note:
Girato a Garison, New York, il film e' ispirato agli ultimi
giorni di vita di Kurt Cobain, leader dei 'Nirvana' e grande
mito della musica rock. - Presentato in concorso al 58mo
festival di Cannes (2005) - Nella versione originale tra le voci
al telefono c'e' anche quella di Gus Van Sant
Blake
non potrebbe chiedere di più dalla vita. Ha soldi e successo,
ma ciò non basta a placare i suoi turbamenti interiori,
aggravati anche dal fatto che tutte le persone che lo circondano
vogliono qualcosa da lui, che siano soldi o aiuti di vario
genere. Blake decide allora di andare a fare un giro da solo in
un bosco, poi, sempre da solo, va in un locale dove suona una
nuova canzone. Infine, mentre amici, discografici e un
investigatore privato lo stanno cercando freneticamente, va
nella serra di casa sua dove trova finalmente riposo...
Un
solo angolo visuale, uno sguardo di parte, l'unico punto di
vista, Last Days. La pluralità dei suoni e dei movimenti in
questo capolavoro di Gus Van Sant è la vita di Kurt Cobain che
scorre per soli due giorni ancora in una grande casa antica
immersa nei boschi. Anche il set è unico, e così il suono che
capta dall'ambiente i rumori naturali, musica concreta, ovvero
come riprodurre la «verità» con il massimo dell'artificio. Il
regista Palma d'oro 2003 (Elephant) ha immaginato nella forma
del documentario le ultime ore del cantante dei Nirvana, trovato
morto, forse suicida o forse no, nel 1994. Per «fare luce» si
deve sognare, e quindi Gus Van Sant non ha sfogliato documenti,
sentito testimonianze, ricostruito i fatti. Si è messo solo al
posto di Kurt Cobain e ricordato il dolore per River Phoenix,
morto di overdose giovanissimo. Era il suo attore di My Private
Idaho. Van Sant ha vissuto in una comune e la percezione del
gruppo, intersezione di corpi, «bighellonare» in cerca della
scintilla che diventa film, canzone o rivoluzione, era già sua.
Ellissi narrativa ed ex-stasi, Last Days è la ricostruzione di
un'attesa, un «home movie» come lo definisce Libération,
costruito tutto su un solo asse visuale dove Michael Pitt
avanza, travestito da ragazzo in stato di shock, somma di tutti
i cliché della pop-star, rimprovero che gli fa nel film
l'assistente del centro di disintossicazione. L'attore americano
è uscito star da Dreamers di Bernardo Bertolucci che ne ha
distillato sensualità e ambiguità, un adolescente fané, si
direbbe, un bambino centenario che nelle scene di inizio vediamo
inquadrato da lontano, collocato in una prospettiva scandita da
filari di alberi, piccolo e incerto. I famosi capelli biondi da
paggio e l'andatura barcollante, Blake (alias Kurt) si getta in
un laghetto sovrastato da cascate, visione da spot pubblicitario
se non fosse che i rumori reali del bosco sono paurosi, niente
cinguettio di uccelli. Segue 1h37 di niente, un girovagare nella
villa meravigliosa dai muri scrostati, spazio geometrico in
perfetta sintonia con la scuola di Elephant, anche se qui
l'arredamento è da castello di Dracula, poltrone, quadri,
grandi armadi, ombre. Blake non interloquisce quasi mai con la
sua band, vaga da solo nella villa, dove si intravede una sosia
di Courtney Love, e per pochi minuti Asia Argento vestita di una
maglietta bianca sbrindellata, sotto un tanga, e la faccia
inespressiva quando apre una porta e provoca la caduta di Kurt
Cobain, seduto per terra. La scena è ripetuta all'indietro nel
tempo e in controcampo, lo stesso effetto visto in Elephant, di
cui Last Days è il seguito. Il prequel è Gerry, un'altra
storia vera rimasta nel mistero, quella di due ragazzi persi nel
deserto. Mai saputi neppure i veri motivi della strage di
Columbine, mai saputa la vera fine di Kurt Cobain. Tre film
sull'attesa prima della tragedia, cose mai viste e ricostruite
riempiendo i vuoti d'immagine. Gus Van Sant non presenta una
versione dei fatti, non allude né all'ipotesi del suicidio né
dell'omicido, non attribuisce responsabilità. Nel film nessuno
si droga, non si vede mai il sangue e neppure il momento dello
sparo che ha ucciso il musicista. C'è il fucile, giocattolo che
Blake si trascina dietro in un deambulare sonnambulo. Blake si
infila in una sottoveste da donna, versa cornflakes al
cioccolato in un piatto, ci rovescia sopra il latte, cucina il
riso, apre un sacchetto, prende un cucchiaio.... Da fuori, dal
mondo reale, arriva lo squillo del telefono e quello della porta
di casa, è un tale che vende inserzioni sulle pagine gialle e
poi una coppia di gemelli della chiesa avventista. Sequenze
esilaranti e conservazioni surreali. In questo fluttuare
solitario del «bambino solo» spunta il ricordo di Mamma ho
perso l'aereo insieme all'Hitler di Sokurov, nebulose di una
condizione intima, gli ultimi giorni prima di... I demoni di
Kurt Cobain sono normali fantasmi del dolore, di qualsiasi
origine, niente di divistico e maledetto, nessun cliché da
pop-star per Gus Van Sant. Girato in quattro settimane nel
maggio 2004 a Garrison e a Cold Sring, contea di Putnam, stato
di New York, Last Days è l'unico film possibile sulla scomparsa
del cantante dei Nirvana, in stato musicale alterato. La colonna
sonora, infatti, è come tutto il film una simulazione, un
falso. Sentiamo La Guerre del compositore Clément Joacquin, XVI
secolo, interpretata dal quintetto vocale dei King Singers,
Doors of Percetion di Hildegard Westerkamp, Venus in Furs dei
Velvet Underground, voce di Lou Reed, e anche l'interpretazione
di Death to Birth di Mike Pitt, che oltre ad attore è
compositore e cantante. Il «documentario» sulla fine di Kurt
Cobain si concede alla fine quello che non può il docudrama
classico: il corpo nudo di Blake lievita dal mucchio di abiti
afflosciati e si arrampica su una grata di ferro in un'ascesa
celeste ispirata, dice Gus Van Sant, a Stairway to Heaven, la
scala verso il cielo di Powell e Pressburger.
Mariuccia Ciotta

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