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Last days (USA - 2005)

Titolo originale: Last days
Regia e sceneggiatura: Gus Van Sant
Fotografia: Harris Savides
Scenografia: Tim Grimes
Costumi: Michelle Matland
Musica: Thurston Moore
Montaggio: Gus Van Sant

Genere: Drammatico, Musicale
Produzione: Gus Van Sant E Dany Wolf Per Hbo Films, Pie Films Inc.
Distribuzione: BIM

Durata: 96’

Interpreti: Michael Pitt, Lukas Haas, Asia Argento, Scott Green

Note: Girato a Garison, New York, il film e' ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain, leader dei 'Nirvana' e grande mito della musica rock. - Presentato in concorso al 58mo festival di Cannes (2005) - Nella versione originale tra le voci al telefono c'e' anche quella di Gus Van Sant

Blake non potrebbe chiedere di più dalla vita. Ha soldi e successo, ma ciò non basta a placare i suoi turbamenti interiori, aggravati anche dal fatto che tutte le persone che lo circondano vogliono qualcosa da lui, che siano soldi o aiuti di vario genere. Blake decide allora di andare a fare un giro da solo in un bosco, poi, sempre da solo, va in un locale dove suona una nuova canzone. Infine, mentre amici, discografici e un investigatore privato lo stanno cercando freneticamente, va nella serra di casa sua dove trova finalmente riposo...

Un solo angolo visuale, uno sguardo di parte, l'unico punto di vista, Last Days. La pluralità dei suoni e dei movimenti in questo capolavoro di Gus Van Sant è la vita di Kurt Cobain che scorre per soli due giorni ancora in una grande casa antica immersa nei boschi. Anche il set è unico, e così il suono che capta dall'ambiente i rumori naturali, musica concreta, ovvero come riprodurre la «verità» con il massimo dell'artificio. Il regista Palma d'oro 2003 (Elephant) ha immaginato nella forma del documentario le ultime ore del cantante dei Nirvana, trovato morto, forse suicida o forse no, nel 1994. Per «fare luce» si deve sognare, e quindi Gus Van Sant non ha sfogliato documenti, sentito testimonianze, ricostruito i fatti. Si è messo solo al posto di Kurt Cobain e ricordato il dolore per River Phoenix, morto di overdose giovanissimo. Era il suo attore di My Private Idaho. Van Sant ha vissuto in una comune e la percezione del gruppo, intersezione di corpi, «bighellonare» in cerca della scintilla che diventa film, canzone o rivoluzione, era già sua. Ellissi narrativa ed ex-stasi, Last Days è la ricostruzione di un'attesa, un «home movie» come lo definisce Libération, costruito tutto su un solo asse visuale dove Michael Pitt avanza, travestito da ragazzo in stato di shock, somma di tutti i cliché della pop-star, rimprovero che gli fa nel film l'assistente del centro di disintossicazione. L'attore americano è uscito star da Dreamers di Bernardo Bertolucci che ne ha distillato sensualità e ambiguità, un adolescente fané, si direbbe, un bambino centenario che nelle scene di inizio vediamo inquadrato da lontano, collocato in una prospettiva scandita da filari di alberi, piccolo e incerto. I famosi capelli biondi da paggio e l'andatura barcollante, Blake (alias Kurt) si getta in un laghetto sovrastato da cascate, visione da spot pubblicitario se non fosse che i rumori reali del bosco sono paurosi, niente cinguettio di uccelli. Segue 1h37 di niente, un girovagare nella villa meravigliosa dai muri scrostati, spazio geometrico in perfetta sintonia con la scuola di Elephant, anche se qui l'arredamento è da castello di Dracula, poltrone, quadri, grandi armadi, ombre. Blake non interloquisce quasi mai con la sua band, vaga da solo nella villa, dove si intravede una sosia di Courtney Love, e per pochi minuti Asia Argento vestita di una maglietta bianca sbrindellata, sotto un tanga, e la faccia inespressiva quando apre una porta e provoca la caduta di Kurt Cobain, seduto per terra. La scena è ripetuta all'indietro nel tempo e in controcampo, lo stesso effetto visto in Elephant, di cui Last Days è il seguito. Il prequel è Gerry, un'altra storia vera rimasta nel mistero, quella di due ragazzi persi nel deserto. Mai saputi neppure i veri motivi della strage di Columbine, mai saputa la vera fine di Kurt Cobain. Tre film sull'attesa prima della tragedia, cose mai viste e ricostruite riempiendo i vuoti d'immagine. Gus Van Sant non presenta una versione dei fatti, non allude né all'ipotesi del suicidio né dell'omicido, non attribuisce responsabilità. Nel film nessuno si droga, non si vede mai il sangue e neppure il momento dello sparo che ha ucciso il musicista. C'è il fucile, giocattolo che Blake si trascina dietro in un deambulare sonnambulo. Blake si infila in una sottoveste da donna, versa cornflakes al cioccolato in un piatto, ci rovescia sopra il latte, cucina il riso, apre un sacchetto, prende un cucchiaio.... Da fuori, dal mondo reale, arriva lo squillo del telefono e quello della porta di casa, è un tale che vende inserzioni sulle pagine gialle e poi una coppia di gemelli della chiesa avventista. Sequenze esilaranti e conservazioni surreali. In questo fluttuare solitario del «bambino solo» spunta il ricordo di Mamma ho perso l'aereo insieme all'Hitler di Sokurov, nebulose di una condizione intima, gli ultimi giorni prima di... I demoni di Kurt Cobain sono normali fantasmi del dolore, di qualsiasi origine, niente di divistico e maledetto, nessun cliché da pop-star per Gus Van Sant. Girato in quattro settimane nel maggio 2004 a Garrison e a Cold Sring, contea di Putnam, stato di New York, Last Days è l'unico film possibile sulla scomparsa del cantante dei Nirvana, in stato musicale alterato. La colonna sonora, infatti, è come tutto il film una simulazione, un falso. Sentiamo La Guerre del compositore Clément Joacquin, XVI secolo, interpretata dal quintetto vocale dei King Singers, Doors of Percetion di Hildegard Westerkamp, Venus in Furs dei Velvet Underground, voce di Lou Reed, e anche l'interpretazione di Death to Birth di Mike Pitt, che oltre ad attore è compositore e cantante. Il «documentario» sulla fine di Kurt Cobain si concede alla fine quello che non può il docudrama classico: il corpo nudo di Blake lievita dal mucchio di abiti afflosciati e si arrampica su una grata di ferro in un'ascesa celeste ispirata, dice Gus Van Sant, a Stairway to Heaven, la scala verso il cielo di Powell e Pressburger.
Mariuccia Ciotta