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La vedova allegra (USA - 1934)

TITOLO ORIGINALE: The merry widow
REGIA: Ernst Lubitsch
SCENEGGIAUTRA: Ernest Vajda, Samson Rafaelson.
FOTOGRAFIA: Oliver T. Marsch
MUSICA: Franz Lehar, Richard Rodger.
DURATA 103'
Genere: Commedia

 

 

Interpreti: Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald, Edward Everett Horton 

Nel regno di Marshovia, il conte Danilo si innamora di Sonia una ricca vedova, dal volto mascherato, che però decide in quel momento di interrompere il lutto e trasferirsi a Parigi. Il re Achmed, conscio che il proprio regno gravita sull’orlo della bancarotta, ordina a Danilo di seguirla e ricondurla in patria con i suoi capitali. A Parigi, il barone Popoff organizza un ballo per presentare Danilo a Sonia, ma costei, che ha scoperto l’intrigo diplomatico ai suoi danni, non crede alla sincerità dei sentimenti del conte e lo respinge.

A causa del suo fallimento Danilo viene arrestato e, al processo, l’unica che potrebbe salvarlo, paradossalmente, è proprio Sonia.
L’operetta di Léhar, già affresco di sadica decadenza per Stroheim (la sua Vedova è del 1925), trova in Lubitsch la sua forma più utopica e fiabesca. Quel che conta, come sempre, è il procedere mascherato del desiderio e l’ironico definitivo incrocio di eros e denaro: quel che vogliono il conte Danilo e la ricca Sonia, dividere infine lo stesso letto, è quel che vogliono gli altri, consapevoli che l’approdo a quel letto (e a quello status) coniugale salverà Marshovia dalla bancarotta. Trionfo dei production values di casa MGM (i décors di Cedric Gibbons, la fotografia di Oliver Marsh) , è “uno dei più splendidi film a colori della storia del cinema: solo Dreyer ha saputo dare al bianco e nero altrettanta intensità cromatica” (Guido Fink). Sulle note del celebre valzer Danilo e Sonia danzano il loro lieto fine, Maurice Chevalier e Jeannette McDonald il loro addio (è il loro ultimo film insieme, lei consegnata a Nelson Eddy lui a più modesti successi, prima del ritorno in Francia).
Pur modificando in parte la linea narrativa del libretto di Victor Léon e Leo Stein, Lubitsch ritorna alla matrice originaria dell’operetta, dissacrata invece nella precedente versione da Erich Von Stroheim, e recupera la scintillante musica di Franz Lehár. Formalmente, un altro dei capolavori del regista tedesco, «uno dei più splendidi film a colori della storia del cinema», secondo Guido Fink e la pellicola è, ovviamente, in bianco e nero. Ottima, a questo proposito, la fotografia di Oliver T. Marsch e le scenografie di Cedric Gibbons, premiate con l’Oscar.
Come nel lavoro teatrale, si racconta la storia dell’amore del bel principe Danilo di un immaginario piccolo regno per una bella donna di teatro, Sonia. La versione di Lubitsch è meno sentimentale e romantica di quella del libretto, più ironica. Memore delle esperienze con Reinhardt, Lubitsch affida parte del gioco scenico alle composizioni in bianco e nero degli ambienti, con raffinati risultati. Fra gli attori, la MacDonald, di solito piuttosto stucchevole, riesce a essere brillante.
La vedova allegra è in un certo senso il canto del cigno di Lubitsch. Fu dopo questo film che l’illustre direttore, abbandonati i ranghi della regia militante, salì alle superne sfere della produzione pura. È vero che egli non ha rinunciato all’esercizio di quell’arte che gli ha dato fama, anzi si è espressamente riserbato, per contratto, il diritto di dirigere egli personalmente un certo numero di film a suo talento. Ma si capisce che, quando tornerà a dirigere, dovrà farlo con un diverso spirito e in una nuova direzione: pena il pericolo di ripetersi e di tornare indietro. Perché la Vedova allegra rappresenta l’estremo limite del «lubitschismo»: l’ultimo grado di saturazione di quella formula che, dal Principe consorte all’Allegro tenente ci ha dato tanti godibili momenti e dilettosissimi film. Qui il suo virtuosismo operettistico e il suo cerebralismo visivo sono giunti a una tale elaborazione e perfezione che continuando un passo più in là si arriverebbe al frigido scherzo e alla decorazione inanimata, e insomma a quella sterilità che è sempre il risultato del troppo mestiere. Per fortuna la Vedova allegra è nata cinque minuti prima di quel momento, e così è uscita ancora fresca della grazia e della vaghezza antica. Una volta di più Lubitsch ci racconta la vecchia fiaba balcanica, vestendola di tutte le malizie e gli scintillanti colori della sua scaltra e indiavolata tavolozza cinematografica. Egli ha cominciato per immergerla in un’atmosfera stilistica 1880-1890, però sfumata e idealizzata con un curioso gusto rococò. Nel pastello di certi toni, nella leggerezza di certi contorni, si direbbe che Lubitsch si sia divertito a cercare nel 1880 il XVIII secolo. Questa fantasia decorativa, alleata alla scienza della trovata ritmica in cui Lubitsch è sempre stato maestro, trova specialmente la sua espressione nei due grandi quadri di danza: il can-can e il valzer. Abbiamo visto sullo schermo molti French Cancans in questi ultimi due anni, ma nessuno coreograficamente paragonabile a questo, nemmeno il cancan di Pabst in Atlantide, che pure gli è drammaticamente superiore. Con una lieve sfocatura dell’obiettivo, Lubitsch è riuscito a fare del suo una specie di pazza girandola di gonne, di un effetto inedito e trascinante. Quanto al valzer, è certamente il più gigantesco del genere che sia stato mai tentato sullo schermo. Manovrando entro immensi saloni in bianco e nero, attraverso labirintiche gallerie di specchi, i suoi squadroni di coppie danzanti, Lubitsch ha creato un quadro che ha tutta la brillante precisione della parata e tutto il voluttuoso abbandono del ballo, un quadro che resterà probabilmente nell’opera del vecchio Lubitsch, come il suo pezzo di bravura più grande. Oltre i quadri ci sono naturalmente anche dei personaggi: Jeannette MacDonald e Maurice Chevalier, coadiuvati da una schiera di comprimari eccellenti e di comparse adorabili. Ma come essi ripetono caratteri e situazioni in cui si sono fatti universalmente una specialità, basterà dire che vestono con eleganza, recitano con brio e cantano con grazia.