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Interpreti:
Michelle Williams, John Diehl, Shaun Toub, Wendell Pierce,
Richard Edson, Burt Young, Jeris Poindexter, Rhonda Stubbins
White, Bernard White, Yuri Elvin
Note:
Presentato in concorso alla 61ma mostra internazionale del
cinema di Venezia (2004).
Dopo
aver vissuto all'estero per tanti anni a seguito del padre
missionario, Lana torna negli Stati Uniti per studiare. Ma
invece di impegnarsi nei suoi studi decide di aiutare suo zio
Paul, veterano della guerra del Vietnam e unico fratello di sua
madre - morta anni prima - che, dopo la tragedia dell'11
Settembre, vive in uno stato d'isolamento e di costante allerta
temendo un nuovo attacco terroristico...
Il
ritorno del maestro. Il grande autore tedesco, che
all'esplorazione dei paesaggi (fisici ed umani) americani, ha
dedicato gran parte della sua opera, riparte da dove
quell'America l'aveva lasciata, da Los Angeles Downtown. Questa
sconfinata area urbana, racchiusa nel microcosmo schizofrenico
di un fatiscente albergo, era stata già protagonista del
precedente The Million Dollar Hotel (2000): perché tornarci,
allora? Semplice, tra i due film c'è stato di mezzo l'11
settembre. E l'America non è, per molti versi, quella di una
volta. L'ambiente del nuovo film rimane quello di una fetta di
Paese dimenticato da tutti, reietti, falliti, senza tetto: è la
"capitale americana" della fame, la terra degli
homeless. E' lo sguardo di Wenders che è cambiato. Rispetto al
film precedente, che isolava la disperazione del luogo,
stemperandola nella duplice direzione del giallo e della love
story, ne La terra dell'abbondanza torna alla struttura aperta
(e per lui molto più congeniale) del road movie.
Protagonisti di questa storia ai confini della desolazione sono
Lana (Michelle Williams), ventenne vissuta per dieci anni in
Africa e Medio Oriente, ritornata nel suo Paese per impegnarsi
in una missione cattolica per aiutare i senza tetto; l'altro è
suo zio Paul (John Diehl), veterano del Vietnam, che durante
quella guerra era stato ferito e avvelenato dalla diossina dei
defolianti. Siamo dunque di fronte ad una tipologia di
personaggi tipica del cinema wendersiano: è la
"coppia" sradicata al centro di film come Alice nelle
città (1973) e Paris, Texas (1984). Anche Lana e Paul (ciascuno
a modo suo) cercano indirettamente di liberarsi del proprio
passato cercando invano nuovi orizzonti esistenziali. Tra i due
è soprattutto il solitario e paranoico Paul a scontare il peso
di ferite che sanguinano dolorose, riportate a galla dall'11
settembre; decide allora di intraprende una personalissima
guerra contro il Terrore, ossessionato com'è da inverosimili
complotti di cellule terroristiche islamiche, per lui nascoste
in ogni angolo di strada. Si muove a bordo di un fatiscente
furgone dotato di ogni sorta di macchinario per comunicare e
spiare (con tanto di videocamera digitale sporgente dal
tettuccio) e la suoneria del suo cellulare intona l'inno
americano. La nipote Lana è invece un nuovo "angelo"
wendersiano: prodiga con i più deboli, religiosissima (invoca
spesso l'intervento divino), pare non comprendere neppure
lontanamente sentimenti negativi come il sospetto e la
cattiveria. Presentati in questa maniera, due personaggi così
radicali potrebbero facilmente diventare delle macchiette, ma le
abili maglie registiche di Wenders, riescono a trasportarli
verso una dimensione umana e storica che pian piano fa cedere
loro pezzi consistenti della loro interiorità.
Nel far questo il regista tedesco si serve della struttura già
collaudata dell'inchiesta: l'uccisione di un povero pakistano,
di cui sono testimoni involontari, dà una svolta alla loro
esistenza; decidono infatti di indagare, di cercare la verità,
o quantomeno di trovarne una. E' qui che la coppia comincia ad
aprirsi veramente al mondo, è qui che si concretizza un totale
capovolgimento drammaturgico e visivo. La sequenza del viaggio
nel deserto è costruita secondo lo stilema wendersiano
dell'alternanza tra soggettive dei personaggi, campi lunghi
ripresi dalla camera-car e panoramiche "impersonali"
in movimento. Il deserto, si sa, è metaforicamente il luogo del
nulla, del misterioso, dell'uscita dell'uomo dal labirinto
cittadino verso l'oscurità della Natura. La costruzione formale
di questa sequenza, abbinata al significato simbolico delle
lande desertiche, danno una nuova configurazione alla vicenda
dei personaggi.
Wenders ci introduce in un viaggio che è da una parte un
percorso interiore, ma dall'altra è rivelatore di uno sguardo
che raggela il paesaggio, scivolando sulle cose senza più
riuscire a penetrarne l'essenza. La verità che i due
scopriranno sarà profondamente lontana da quella che Paul
immaginava di dover trovare. Infatti come per il fotografo di
Alice nelle città, il mezzo tecnico di cui si era fino ad
allora servito per catturare la realtà nel suo farsi istantaneo
(la videocamera digitale) rivelerà tutta la sua impotenza di
fronte al mistero del mondo. E' anche, naturalmente, la
riflessione metacinematografica onnipresente in ogni film di
Wenders, particolarmente marcata ne La terra dell'abbondanza,
perché il regista tedesco ha girato il film proprio con una
videocamera digitale molto simile a quella del suo personaggio.
Una tale dichiarazione di smarrimento, che si fa istanza poetica
di tutto il film, diventa una sorta di sentimento comune che
unisce l'autore ai suoi personaggi e questi a noi spettatori: la
verità stessa che cerchiamo con tutta la nostra forza ci sfugge
continuamente. Con questo pathos, lo sguardo finale di Lana e
Paul su Ground Zero, su quel raccapricciante scenario del
cratere sgombro dai cadaveri e ripulito dai detriti, non è che
il nostro sguardo privo di una dimensione certa a cui poter
ancorare le nostre sicurezze. E' questa oggi l'America:
"The truth someday". La terra dell'insicurezza (come
già è stata descritta in film come La 25°ora, Fahrenheit 9/11
e The Terminal). Proprio come canta Leonard Cohen sui titoli di
coda nella sua Land of Plenty. La terra dell'abbondanza.
Marco Luceri
tratto da www.drammaturgia.it

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