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Note:
Voci della versione italiana: Alex Polidori (Tom), Anna
Marchesini (Tartaruga), Sergio Fiorentini (Ferdinand), Simona
Izzo (Elefantessa Denise), Ricky Tognazzi (Elefante Roger)
In
un posto isolato ai confini del mondo, lontano da tutto e tutti,
in un casolare sulla cima di una collina vive una famiglia
composta da Ferdinand, marinaio in pensione, Juliette, africana
d'origine e il loro figlio adottivo Tom. I loro vicini, i
Lamotte, stanno partendo alla volta dell'Africa per prendere una
coppia di coccodrilli, benché la signora Lamotte sia stata
coinvolta a malincuore nell'impresa da suo marito. Ferdinand e
Juliette si offrono di badare, durante la loro assenza alla
figlia Lili. I due bambini sono al culmine della gioia. Ma la
sera in cui i Lamotte stanno per partire, la campagna
circostante entra in subbuglio. Le rane di ogni stagno, ogni
pozza, ogni rivolo d'acqua hanno mandato una rappresentante alla
riunione straordinaria che si sta per svolgere nei pressi della
fattoria di Ferdinand. Sono agitate. Con la luna piena arriverà
un diluvio. Pioverà ininterrottamente per quaranta giorni e
quaranta notti. La rana più anziana avverte i due bambini del
pericolo imminente e li esorta a prepararsi ad affrontarlo.
Tutti gli occhi sono puntati su Ferdinand, il solo in grado di
salvare tutti. L'uomo, da vechio lupo di mare, si mette a capo
dei due gruppi, quello animale e quello umano, alle prese con
una nuova, fantastica avventura...
Intervista
a Jacques-Rémy Girerd
Su
quale profezia si basa la sua storia?
Una profezia immaginaria, che s’ispira certamente alla
storia dell’Arca di Noè, di cui ho conservato solo l’immagine
poetica e universale: l’annuncio di un nuovo diluvio, 40
giorni e 40 notti di pioggia battente. A questo si aggiunge una
storia, o meglio più storie di animali straordinari e di uomini
ordinari. Il tema centrale è quello del mito della creazione,
si basa sulle grandi paure ancestrali. A parte questo, “La
profezia delle rane” è una favola sociale tragicomica che
tratta questioni quali la tolleranza, l’ecologia, la
difficoltà del convivere, i tormenti della dittatura… È
anche una bella storia d’amore tra due bambini.
Come si è svolta la stesura della sceneggiatura? Quanto tempo
ci è voluto per realizzare il film?
Prima di
tutto ho scritto una storia puramente letteraria. La
sceneggiatura è stata sviluppata a 3 mani. Ci sono voluti quasi
due anni. La produzione è iniziata nel 1998. Un milione di
disegni, ce ne vuole di tempo! Nel migliore dei casi, il film è
andato avanti di otto, dieci secondi al giorno. Nonostante la
squadra fosse composta da duecento persone. In totale, un’avventura
e un cantiere di sei anni, senza interruzioni.
Come si creano dei personaggi animati?
Frugando nei ricordi, soprattutto quelli dell’infanzia. Ma
sono anche frutto della mia immaginazione di bambino popolata da
avventurieri, filibustieri e pirati.
Lei in che modo dirige un film di animazione?
Cerco di
fidarmi delle mie più profonde intuizioni, di esprimere
sentimenti leggeri. Propendo naturalmente più per un’interpretazione
in volume di una grafica immaginata quasi tutta in piano.
Concretamente, a modo mio cerco di resistere alla
globalizzazione “disneyana”.
Concretamente, come si svolge il lavoro di realizzazione di un
progetto come questo?
Parto dal principio che l’emozione deve sempre avere il
sopravvento sulla tecnica. Il grosso della mia attenzione in
quanto regista, l’ho concentrata sulla registrazione
delle voci, sulla recitazione degli attori e sulla colonna
musicale. La grande difficoltà in un lungometraggio è l’enorme
numero di piani in lavorazione in varie fasi di realizzazione. A
un certo punto della produzione, c’erano contemporaneamente
più di mille piani. Una visione terrificante! Una sola
soluzione è possibile: prendere le distanze per non perdere l’essenza,
il senso della storia e la sua freschezza.
Pensa
di creare un nuovo stile?
Mi è
totalmente indifferente, per me contano solo l’onestà e la
sincerità. Quando mi trovo davanti a me stesso, mentre
scolpisco mentalmente un personaggio, mentre scrivo una sequenza
di dialogo o mentre avviene uno scambio creativo con la squadra
di animatori incaricata dei movimenti, cerco di avvicinarmi il
più possibile alla poesia del reale. Vorrei trasmettere ai miei
personaggi l’afflato che sento confusamente dentro di me,
vorrei dare loro un po' della mia vita, vorrei che si sentissero
due pelli che si sfiorano, che la tenerezza s’insinui senza
che ce ne rendiamo conto, che di quando in quando si leggano i
pensieri più reconditi, che gli animi traspaiano sulla
superficie del film.
Si può allora dire che la realtà è il fattore dominante del
suo modo di lavorare?
Di sicuro uno dei fattori. Ma questo non impedisce a questa
realtà di essere delirante. I bambini vivono emozioni reali
nella vita quotidiana. Per esempio, tutti sperimentano la paura,
paura di perdere i propri genitori, paura di essere divorati,
paura di diventare un mostro… Quando i personaggi di un
cartone animato esprimono le stesse paure, le stesse angosce,
non rassicurano di certo il bambino, però gli permettono di
prendere una certa distanza rispetto a quelle situazioni. Il
bambino è attento e cerca dei punti di confronto con i
turbamenti quotidiani che l’opprimono.
Definire la voce dei personaggi è importante per la loro
creazione?
Sì, perché sono loro che raccordano il film alla realtà.
Aiutano gli animatori a trovare i gesti e le espressioni giuste.
Ma a volte capita anche che pensando a una voce, quindi a un
attore, riesco a meglio definire il personaggio.
Di che genere è la sua collaborazione con il compositore Serge
Besset ?
Abbiamo programmato il lavoro di composizione in tre fasi.
La prima mentre scrivevamo la sceneggiatura: in questa fase
Serge ha immaginato liberamente un certo numero di temi
musicali. La seconda durante la fabbricazione delle immagini,
abbiamo esaminato insieme con attenzione ogni pezzo, ogni tempo,
ogni colore, per trovare il modo migliore di inserirla nella
storia. In un terzo tempo, Serge ha portato a termine le
composizioni a partire dal film montato, prima di passare alla
registrazione definitiva dell’orchestra.
Lei stesso ha insistito perché alcuni strumenti fossero
presenti?
La musica sinfonica mi fa provare sentimenti forti. Per
spezzare la meccanica troppo classica dell’orchestra ho in
effetti chiesto a Serge d’introdurre quattro strumenti
antichi: una ghironda a ruota, dei pipa, un sitar indiano e un
“duduk”, una specie di oboe usato dagli Armeni e dai Turchi.
Serge ha saputo integrare a meraviglia questi strumenti e la
nostra idea di dare alla musica del film un’aria planetaria è
riuscita.

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