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La profezia delle ranocchie (Francia - 2003)

Titolo originale: La prophetie des grenouilles
Regia:
Jacques-Remy Girerd
Sceneggiatura: Jacques-Remy Girerd, Antoine Lanciaux, Iouri Tcherenkov
Fotografia: Benoit Razy
Montaggio: Herve' Guichard
Musiche: Serge Besset
Scenografia: Jean-Loup Felicioli
Genere: Animazione

Produzione: Folimage, Studio Canal France, France 2 Cinema, Rhone-Alpes Cinema. con La Partecipazione di Canal +, Centro Nazionale di Cinematografia, Regione Rhone-Alpes, Consiglio Generale Della Drome, Michelin E Procirep
Distribuzione: ESSE&BI
Durata: 86’

Note: Voci della versione italiana: Alex Polidori (Tom), Anna Marchesini (Tartaruga), Sergio Fiorentini (Ferdinand), Simona Izzo (Elefantessa Denise), Ricky Tognazzi (Elefante Roger)

In un posto isolato ai confini del mondo, lontano da tutto e tutti, in un casolare sulla cima di una collina vive una famiglia composta da Ferdinand, marinaio in pensione, Juliette, africana d'origine e il loro figlio adottivo Tom. I loro vicini, i Lamotte, stanno partendo alla volta dell'Africa per prendere una coppia di coccodrilli, benché la signora Lamotte sia stata coinvolta a malincuore nell'impresa da suo marito. Ferdinand e Juliette si offrono di badare, durante la loro assenza alla figlia Lili. I due bambini sono al culmine della gioia. Ma la sera in cui i Lamotte stanno per partire, la campagna circostante entra in subbuglio. Le rane di ogni stagno, ogni pozza, ogni rivolo d'acqua hanno mandato una rappresentante alla riunione straordinaria che si sta per svolgere nei pressi della fattoria di Ferdinand. Sono agitate. Con la luna piena arriverà un diluvio. Pioverà ininterrottamente per quaranta giorni e quaranta notti. La rana più anziana avverte i due bambini del pericolo imminente e li esorta a prepararsi ad affrontarlo. Tutti gli occhi sono puntati su Ferdinand, il solo in grado di salvare tutti. L'uomo, da vechio lupo di mare, si mette a capo dei due gruppi, quello animale e quello umano, alle prese con una nuova, fantastica avventura...

Intervista a Jacques-Rémy Girerd
Su quale profezia si basa la sua storia?
Una profezia immaginaria, che s’ispira certamente alla storia dell’Arca di Noè, di cui ho conservato solo l’immagine poetica e universale: l’annuncio di un nuovo diluvio, 40 giorni e 40 notti di pioggia battente. A questo si aggiunge una storia, o meglio più storie di animali straordinari e di uomini ordinari. Il tema centrale è quello del mito della creazione, si basa sulle grandi paure ancestrali. A parte questo, “La profezia delle rane” è una favola sociale tragicomica che tratta questioni quali la tolleranza, l’ecologia, la difficoltà del convivere, i tormenti della dittatura… È anche una bella storia d’amore tra due bambini.

Come si è svolta la stesura della sceneggiatura? Quanto tempo ci è voluto per realizzare il film?

Prima di tutto ho scritto una storia puramente letteraria. La sceneggiatura è stata sviluppata a 3 mani. Ci sono voluti quasi due anni. La produzione è iniziata nel 1998. Un milione di disegni, ce ne vuole di tempo! Nel migliore dei casi, il film è andato avanti di otto, dieci secondi al giorno. Nonostante la squadra fosse composta da duecento persone. In totale, un’avventura e un cantiere di sei anni, senza interruzioni.

Come si creano dei personaggi animati?
Frugando nei ricordi, soprattutto quelli dell’infanzia. Ma sono anche frutto della mia immaginazione di bambino popolata da avventurieri, filibustieri e pirati.

Lei in che modo dirige un film di animazione?

Cerco di fidarmi delle mie più profonde intuizioni, di esprimere sentimenti leggeri. Propendo naturalmente più per un’interpretazione in volume di una grafica immaginata quasi tutta in piano. Concretamente, a modo mio cerco di resistere alla globalizzazione “disneyana”.

Concretamente, come si svolge il lavoro di realizzazione di un progetto come questo?
Parto dal principio che l’emozione deve sempre avere il sopravvento sulla tecnica. Il grosso della mia attenzione in quanto regista, l’ho concentrata  sulla registrazione delle voci, sulla recitazione degli attori e sulla colonna musicale.  La grande difficoltà in un lungometraggio è l’enorme numero di piani in lavorazione in varie fasi di realizzazione. A un certo punto della produzione, c’erano contemporaneamente più di mille piani. Una visione terrificante! Una sola soluzione è possibile: prendere le distanze per non perdere l’essenza, il senso della storia e la sua freschezza.


Pensa di creare un nuovo stile?
Mi è totalmente indifferente, per me contano solo l’onestà e la sincerità. Quando mi trovo davanti a me stesso, mentre scolpisco mentalmente un personaggio, mentre scrivo una sequenza di dialogo o mentre avviene uno scambio creativo con la squadra di animatori incaricata dei movimenti, cerco di avvicinarmi il più possibile alla poesia del reale. Vorrei trasmettere ai miei personaggi l’afflato che sento confusamente dentro di me, vorrei dare loro un po' della mia vita, vorrei che si sentissero due pelli che si sfiorano, che la tenerezza s’insinui senza che ce ne rendiamo conto, che di quando in quando si leggano i pensieri più reconditi, che gli animi traspaiano sulla superficie del film.

Si può allora dire che la realtà è il fattore dominante del suo modo di lavorare?
Di sicuro uno dei fattori. Ma questo non impedisce a questa realtà di essere delirante. I bambini vivono emozioni reali nella vita quotidiana. Per esempio, tutti sperimentano la paura, paura di perdere i propri genitori, paura di essere divorati, paura di diventare un mostro… Quando i personaggi di un cartone animato esprimono le stesse paure, le stesse angosce, non rassicurano di certo il bambino, però gli permettono di prendere una certa distanza rispetto a quelle situazioni. Il bambino è attento e cerca dei punti di confronto con i turbamenti quotidiani che l’opprimono.

Definire la voce dei personaggi è importante per la loro creazione?
Sì, perché sono loro che raccordano il film alla realtà. Aiutano gli animatori a trovare i gesti e le espressioni giuste. Ma a volte capita anche che pensando a una voce, quindi a un attore, riesco a meglio definire il personaggio.

Di che genere è la sua collaborazione con il compositore Serge Besset ?
Abbiamo programmato il lavoro di composizione in tre fasi. La prima mentre scrivevamo la sceneggiatura: in questa fase Serge ha immaginato liberamente un certo numero di temi musicali. La seconda durante la fabbricazione delle immagini, abbiamo esaminato insieme con attenzione ogni pezzo, ogni tempo, ogni colore, per trovare il modo migliore di inserirla nella storia. In un terzo tempo, Serge ha portato a termine le composizioni a partire dal film montato, prima di passare alla registrazione definitiva dell’orchestra.

Lei stesso ha insistito perché alcuni strumenti fossero presenti?
La musica sinfonica mi fa provare sentimenti forti. Per spezzare la meccanica troppo classica dell’orchestra ho in effetti chiesto a Serge d’introdurre quattro strumenti antichi: una ghironda a ruota, dei pipa, un sitar indiano e un “duduk”, una specie di oboe usato dagli Armeni e dai Turchi. Serge ha saputo integrare a meraviglia questi strumenti e la nostra idea di dare alla musica del film un’aria planetaria è riuscita.