|
Interpreti:
Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti,
Lina Bernardi, Pietro Biondi, Bernardino Terracciano, Marcella
Granito
Note:
Rielaborazione di un fatto di cronaca nera. Presentato alla
Quinzaine des Realisateurs, festival di Cannes 2002. David di
Donatello 2003 per la miglior sceneggiatura e miglior attore non
protagonista (Ernesto Mahieux).
Peppino,
un uomo troppo piccolo, Valerio, un ragazzo troppo grande, e
Deborah, una ragazza con le labbra rifatte, si incontrano per
caso. Sembra un incontro destinato a non avere conseguenze
invece ne scaturirà un amore tormentato. Peppino fa
l'imbalsamatore, Valerio è un cameriere, Deborah passa da un
lavoro all'altro. Hanno sogni e bisogni diversi ma tutti e tre
sono naufraghi che tentano di attaccarsi alle certezze di un
amore che dia tregua al loro male di vivere
Da
Psycho in poi, l’arte dell’imbalsamazione (che era l’hobby
preferito del protagonista del film di Hitchcock) sembra portare
fortuna ai film, visto che L’imbalsamatore di Matteo Garrone,
presentato con vivace successo a Cannes alla Quinzaine des
Realizateurs, non si limita a confermare le qualità d’occhio
e indagine dei precedenti film del regista italiano (come Terra
di mezzo e Estate romana), ma libera sensazioni dense e allusive
intorno ad un intreccio di attraente invenzione. Lontanamente
ispirato ad un fatto di cronaca (a Roma, qualche anno fa, un
giovane uccise un nano sostenendo di essere stato da questo
plagiato), è un film da non perdere per chiunque creda ancora
che in Italia si possano fare film, non solo fiction con attori
e sceneggiature imbalsamati.
Nell’hinterland attiguo alla domiziana, nelle vicinanze di
Caserta, un nano esercita la tecnica della tassidermia (l’imbalsamazione
degli animali) come un cultore appassionato e un po’
maniacale, isolato dal mondo, che perfezioni all’infinito una
dottrina fatta di destrezza manuale e conoscenza erudita. Quando
trova un giovane, seducente, desideroso di apprendere e
praticare la stessa disciplina, lo porta a vivere con sé e lo
introduce nei segreti della sua esistenza e della sua arte fatte
di operosità diurna e libertinaggio notturno.
L’equilibrio entra inesorabilmente in crisi quando a Cremona,
dove si recano per portare a termini servizi per la Camorra –
imbalsamare cadaveri umani farciti di cocaina – il ragazzo
incontra una ventenne che lo cattura con la voluttà del
predatore. Il trio cerca maldestramente un equilibrio fin quando
il nano, folle d’amore, non finisce ucciso da una pistola: la
stessa con la quale cerca disperatamente di costringere il
giovane ad una fuga che insieme avevano premeditato e con la
quale tenta di strapparlo ad una convivenza famigliare che gli
altri due avevano già iniziato nella città del nord.
Garrone allestisce con esotica fascinazione questo “crime
movie” melò, circondato da un ambiente dove tutto, dalle
discariche ai ristoranti sgarrupati, dai night pieni di trans e
Johnny Walker ai palazzoni di cemento nel deserto, sembra un
paesaggio archeologico dove chissà quale inutile civiltà si è
estinta da secoli. Le inquadrature dall’angolo estremo come
gli interni museali, cavernosi o imbevuti di un lusso cianotico
e funereo, sembrano i riflessi di un occhio fossile attratto
dalle tracce di vita come un movimento o un tepore in una landa
lavica pietrificata.
La forza e le intensità del film, però, stanno nel modo in cui
istruisce la spietatezza dell’uso strumentale dei sentimenti
tipica del noir, smarcandosi dal suo caratteristico cinismo.
Ogni personaggio possiede l’istinto involontario di una
innocenza con la quale insegue l’appagamento disperato di un
desiderio prima che la sopraffazione. Inutilmente. Gli attori
sono, una volta tanto, più che convincenti, innanzitutto
Ernesto Mahieux (il piccolo imbalsamatore, che ha alle spalle
decenni di teatro e una lunga militanza nella sceneggiata, a
fianco di Mario Merola), ma anche i due giovani (Valerio Foglia
Manzillo ed Elisabetta Rocchetti), che esibiscono sul loro corpo
le increspature intermittenti del perenne conflitto tra affetto
e ambizione, ricerca dell’attenzione degli altri e angoscia
della sopravvivenza, felicità e riconoscenza. E’ un attrito
sottile e invisibile che percorre e alimenta l’intero film e
che forse avrebbe meritato un finale meno sommario e definitivo:
la passione per l’arte di dar forma alla morte di cui i due
protagonisti maschili sono appassionati come adolescenti riempie
la loro vita, il desiderio di trovare un posto e una persona nel
mondo con cui vivere, li ossessiona tutti fino a scatenare la
morte.
Mario Sesti

|