Logo

già fatto...già visto
 

   

   

   

   

   

L'imbalsamatore (Italia - 2002)

Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura:Matteo Garrone, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso
Fotografia: Marco Onorato
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Banda Osiris
Scenografia: Paolo Bonfini
Genere: Drammatico

Produzione: Fandango
Distribuzione: Fandango, Fandango Dvd
Durata: 101’

Interpreti: Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti, Lina Bernardi, Pietro Biondi, Bernardino Terracciano, Marcella Granito

Note: Rielaborazione di un fatto di cronaca nera. Presentato alla Quinzaine des Realisateurs, festival di Cannes 2002. David di Donatello 2003 per la miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista (Ernesto Mahieux).

Peppino, un uomo troppo piccolo, Valerio, un ragazzo troppo grande, e Deborah, una ragazza con le labbra rifatte, si incontrano per caso. Sembra un incontro destinato a non avere conseguenze invece ne scaturirà un amore tormentato. Peppino fa l'imbalsamatore, Valerio è un cameriere, Deborah passa da un lavoro all'altro. Hanno sogni e bisogni diversi ma tutti e tre sono naufraghi che tentano di attaccarsi alle certezze di un amore che dia tregua al loro male di vivere

Da Psycho in poi, l’arte dell’imbalsamazione (che era l’hobby preferito del protagonista del film di Hitchcock) sembra portare fortuna ai film, visto che L’imbalsamatore di Matteo Garrone, presentato con vivace successo a Cannes alla Quinzaine des Realizateurs, non si limita a confermare le qualità d’occhio e indagine dei precedenti film del regista italiano (come Terra di mezzo e Estate romana), ma libera sensazioni dense e allusive intorno ad un intreccio di attraente invenzione. Lontanamente ispirato ad un fatto di cronaca (a Roma, qualche anno fa, un giovane uccise un nano sostenendo di essere stato da questo plagiato), è un film da non perdere per chiunque creda ancora che in Italia si possano fare film, non solo fiction con attori e sceneggiature imbalsamati.
Nell’hinterland attiguo alla domiziana, nelle vicinanze di Caserta, un nano esercita la tecnica della tassidermia (l’imbalsamazione degli animali) come un cultore appassionato e un po’ maniacale, isolato dal mondo, che perfezioni all’infinito una dottrina fatta di destrezza manuale e conoscenza erudita. Quando trova un giovane, seducente, desideroso di apprendere e praticare la stessa disciplina, lo porta a vivere con sé e lo introduce nei segreti della sua esistenza e della sua arte fatte di operosità diurna e libertinaggio notturno.
L’equilibrio entra inesorabilmente in crisi quando a Cremona, dove si recano per portare a termini servizi per la Camorra – imbalsamare cadaveri umani farciti di cocaina – il ragazzo incontra una ventenne che lo cattura con la voluttà del predatore. Il trio cerca maldestramente un equilibrio fin quando il nano, folle d’amore, non finisce ucciso da una pistola: la stessa con la quale cerca disperatamente di costringere il giovane ad una fuga che insieme avevano premeditato e con la quale tenta di strapparlo ad una convivenza famigliare che gli altri due avevano già iniziato nella città del nord.
Garrone allestisce con esotica fascinazione questo “crime movie” melò, circondato da un ambiente dove tutto, dalle discariche ai ristoranti sgarrupati, dai night pieni di trans e Johnny Walker ai palazzoni di cemento nel deserto, sembra un paesaggio archeologico dove chissà quale inutile civiltà si è estinta da secoli. Le inquadrature dall’angolo estremo come gli interni museali, cavernosi o imbevuti di un lusso cianotico e funereo, sembrano i riflessi di un occhio fossile attratto dalle tracce di vita come un movimento o un tepore in una landa lavica pietrificata.
La forza e le intensità del film, però, stanno nel modo in cui istruisce la spietatezza dell’uso strumentale dei sentimenti tipica del noir, smarcandosi dal suo caratteristico cinismo. Ogni personaggio possiede l’istinto involontario di una innocenza con la quale insegue l’appagamento disperato di un desiderio prima che la sopraffazione. Inutilmente. Gli attori sono, una volta tanto, più che convincenti, innanzitutto Ernesto Mahieux (il piccolo imbalsamatore, che ha alle spalle decenni di teatro e una lunga militanza nella sceneggiata, a fianco di Mario Merola), ma anche i due giovani (Valerio Foglia Manzillo ed Elisabetta Rocchetti), che esibiscono sul loro corpo le increspature intermittenti del perenne conflitto tra affetto e ambizione, ricerca dell’attenzione degli altri e angoscia della sopravvivenza, felicità e riconoscenza. E’ un attrito sottile e invisibile che percorre e alimenta l’intero film e che forse avrebbe meritato un finale meno sommario e definitivo: la passione per l’arte di dar forma alla morte di cui i due protagonisti maschili sono appassionati come adolescenti riempie la loro vita, il desiderio di trovare un posto e una persona nel mondo con cui vivere, li ossessiona tutti fino a scatenare la morte.
Mario Sesti