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Interpreti:
Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Edith Scob, Jean-François
Stévenin, Pascal Parmentier, Isabelle Petit-Jacques, Edith Scob
Note:
Presentato in concorso alla 59ma mostra del cinema di Venezia
(2002)
Uno
sconosciuto arriva in un villaggio dell'Ardèche: il suo nome è
Milan. Fa conoscenza con Manesquier, un insegnante in pensione
e, nonostante siano molto diversi, fanno amicizia. Milan avrebbe
voluto vivere la vita tranquilla di Manesquier, mentre lui ha
sempre desiderato fare l'avventuriero come Milan. Nel giro di
tre giorni per entrambi accadrà un evento importante: Milan
deve rapinare la banca del luogo e Manesquier deve sottoporsi ad
un intervento...
L’homme
du train è la celebrazione del Caso e del Destino, la storia
dell’incontro impossibile e poetico di due vite totalmente
diverse che si attraggono l’una verso l’altra con la quieta
furia di un magnetico fascino discreto.
La storia si svolge in un’anonima città di provincia, al di
là di una stazione ferroviaria che, con i suoi treni in
continuo passaggio, crea, nello spettatore come nei personaggi,
la costante impressione di un “altrove” lontano, esotico,
eppure così apparentemente a portata di mano che basterebbe la
spesa di un biglietto per poterlo afferrare. Dall’ultimo di
questi treni, un locale, scende Milan, un uomo dallo sguardo
stanco, con una borsa logora e le scarpe consumate dal troppo
aver viaggiato. Anzi il Viaggio è a tal punto radicato nel
personaggio (e non possiamo non rintracciare in questa
dimensione delle connotazioni quasi simenoniane nel tratteggio
psicologico dello stesso) che aderisce sul suo volto e sul suo
corpo stanco come fosse uno strato di seconda pelle, privandolo
di ogni forma di passato, di ogni tipo di radice: egli viene dal
nulla e al nulla sembra destinato a fare ritorno.
L’uomo che ha il progetto di rapinare la banca locale, ha
sempre vissuto di espedienti, conducendo un’esistenza
borderline che non gli è mai appartenuta davvero. Da qualche
parte, sepolta nel suo cuore c’è sempre stata l’impressione
che una vita diversa era possibile: una vita medio borghese e
rassicurante, consumata nel rito di una pipa serale, fumata
sedendo su una calda poltrona, indossando comode pantofole e
accompagnando, magari, oziosi pensieri con un buon bicchiere di
porto.
In città Milan incontra Manesquier (Jean Rochefort,
straordinario nel suo ruolo), un professore di letteratura in
pensione che ha sempre sognato avventure di ogni tipo, ma ha
sempre avuto paura di quel piccolo passo che conduce sulla porta
sulla soglia di casa e mette in strada.
Tra i due nasce un’amicizia silenziosa che scopre, al di là
delle differenze palesi, un comune desiderio per una vita
diversa e, confusamente dappincipio, ma poi in maniera via via
più consapevole, i due cominciano a sognare di avere l’uno la
vita dell’altro.
Nell’incontro assolutamente improbabile (come di norma in
tutti i film del regista francese) tra due personaggi che sono
escherianamente (o, se preferite, borgessianamente) l’uno il
sogno dell’altro, Leconte racconta tutto il rimpianto che
prova una persona costretta a vivere una vita che non riesce a
sentire realmente sua e tutta la paura che deriva dal rendersi
conto che basterebbe così poco per cambiare le carte che il
destino ci ha messo tra le mani. Ed in questa descrizione
trepida ed appassionata troviamo sicuramente uno degli aspetti
migliori di tutta questa pellicola, certo affascinante, ma con
un sapore di troppo calcolata poesiada non apparire, purtroppo,
frutto di un piano appositamente studiato a tavolino.
In ogni caso l’autore conduce il racconto con mano raffinata,
memore, da una parte, delle atmosfere del grande noir francese (Prevert
e Simenon la fanno da padroni) e, dall’altra parte, di certi
strattismi simbolici che vorrebbero ricordare certe esperienze
bunueliane, ma che paiono più imparentate con certe tele di
Magritte.
Ne viene fuori un racconto metaforico a tratti molto felice
(merito, soprattutto, dello splendido cast impegnato) a tratti
troppo meditato.
In una trama fitta di rimandi al cinema del passato, stupisce,
comunque, la straordinaria carica musicale del racconto,
impostato veramente quasi fosse uno splendido concerto solista
con due personaggi-strumenti che si inseguono tra le righe del
pentagramma. Una sorta di sonata per pianoforte a quattro mani
in cui, secondo le regole arcane del contrappunto, le mani dei
due esecutori, finiscono per intrecciarsi, per un solo, breve
momento, in un accordo di aerea bellezza.
Alessandro Izzi

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