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Le ricamatrici (Francia - 2004)

Titolo originale: Brodeuses
Regia: Eleonore  Faucher
Sceneggiatura:Eléonore Faucher, Gaëlle Macé
Fotografia:
Pierre Cottereau
Montaggio: Joele  Van Effenterre
Musiche: Michael Galasso
Scenografia: Philippe  Van Herwijnen
Genere: Drammatico

Produzione: Alain Benguigui E Bertrand Van Effenterre Per Sombrero Productions, Mallia Films, Rhone-Alpes Cinema
Distribuzione: BIM
Durata: 88’

Interpreti: Lola Neymark (Claire), Ariane Ascaride (Madame Mélikian), Marie Felix, Thomas Laroppe (Guillaume), Arthur Quehen, Jackie Berroyer (M.Lescuyer)

Note: Presentato in concorso alla 43ma "semaine internationale de la critique", Cannes 2004..

Claire ha 17 anni ed è una ragazza timida e scontrosa. Quando scopre di essere rimasta incinta cerca riparo nella bottega della signora Melikian, ricamatrice di abiti di alta moda. Giorno dopo giorno, ricamo dopo ricamo, tra le due donne s'instaura un rapporto intenso in cui la ragazza apprende ad essere madre

Claire ha diciassette anni, lunghi e ricci capelli rossi come il fuoco. Claire lavora in un piccolo supermercato nella campagna francese. La ragazza ha un segreto, che vuole mantenere tale: quando scopre di essere incinta, lascia con una scusa l'impiego e va via dalla casa dei genitori, piccoli proprietari terrieri. La sua intenzione è di portare a termine la gravidanza e di dare il figlio in adozione. Si adatta a vivere come può, dormendo e mangiando dove capita. Finché trova lavoro come apprendista dalla signora Mélikian, una vedova che ricama tessuti destinati all'alta moda parigina. Claire è un'artista dell'ago e del filo e, giorno dopo giorno, accanto alla donna, ritrova uno scopo per la sua esistenza. Madame Mélikian, che porta con dignità i segni di un lutto recente, la morte per un incidente di motocicletta del giovane figlio, instaura con Claire un legame silenzioso e forte come la trama di un tessuto dall'ordito perfetto, destinato a durare nel tempo.

Se volete l'azione in senso letterale, questa pellicola non è per voi: qui non ci sono inseguimenti, lotte ed effetti speciali. Tuttavia Le Ricamatrici ha un'azione vorticosa tutta interiore, un'evoluzione nei caratteri delle protagoniste, che supera e precede il lento movimento delle mani delle due donne intente a ricamare.
Eléonore Faucher ha debuttato alla regia di un lungometraggio con Le Ricamatrici: vantava un passato di regista di cortometraggi, tra cui il pluripremiato Les toilettes de Belleville. Anche con Le Ricamatrici ha ottenuto una messe di premi: il Grand Prix della Semaine de la Critique nell'edizione 2004 del Festival di Cannes, il premio France Cinéma e il premio Miglior opera prima del Sindacato dei Critici francesi.
La regia della Faucher, che con Gaëlle Macé ha scritto anche la sceneggiatura, è un capolavoro di grazia, un equilibrio raggiunto tra poesia e crudo realismo, tra i paesaggi solari della campagna francese e gli interni in cui le donne creano le loro opere d'arte. Ciò che colpisce è il senso perfetto della misura dentro/fuori, tra i pensieri di queste due anime tormentate e gli eventi esterni, nel quotidiano tran tran. La fotografia di Pierre Cottereau e la suggestiva, talora appositamente invasiva musica di Michael Galasso, contribuiscono a creare un piccolo universo perfetto, di grande potere suggestivo.

Le Ricamatrici
non è un film di parole: eppure lo spettatore è in grado di interpretare ogni silenzio, ogni sguardo d'intesa. Dialoghi muti ma senza interruzione che le due protagoniste, entrambe bravissime, riescono a trasmettere al pubblico. La Ascaride (Marie-Jo e i suoi due amori) dà una prova intensa e rigorosa, di donna chiusa nel proprio dolore, con sorrisi e sguardi dignitosi e rassegnati, complemento alla tormentata maternità di Claire, cui la bravissima Lola Naymark (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano), classe 1987, dona lo stupore, la vergogna, l'accettazione e una tenera aria tra lo sfrontato e l'imbronciato. Due sofferenze che si incontrano e si rispettano, creando tra loro un legame filiale che resta inespresso a parole in un'atmosfera di quieta contemplazione e intimità sognante.
Ci sono molte metafore nella pellicola: il filo che lega, punto dopo punto, le due concezioni di maternità, in Claire rifiutata, nella Mélikian strappata, inaccettabili per entrambe. Possiamo ritrovarvi perfino una metafora del cinema, secondo le stesse parole della regista: "quando vediamo un film, ci immaginiamo il lavoro che ci sta dietro. La stessa cosa accade quando vediamo sfilare una modella, ci immaginiamo le ore di lavoro di piccole mani che hanno cucito gli abiti in passerella". E continua: "Volevo raccontare questa storia. Volevo che la regia, le immagini, il suono, la musica rendessero con forza il lirismo, a volte onirico, che fa da contrappunto alla severità dietro alla quale queste due donne si proteggono e si celano".
Uno sguardo al femminile in un film per tutti, per sognare, riflettere, abbandonarsi alle immagini.

Donata Ferrario