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Interpreti:
Lola Neymark (Claire), Ariane Ascaride (Madame Mélikian), Marie
Felix, Thomas Laroppe (Guillaume), Arthur Quehen, Jackie
Berroyer (M.Lescuyer)
Note:
Presentato in concorso alla 43ma "semaine internationale de
la critique", Cannes 2004..
Claire
ha 17 anni ed è una ragazza timida e scontrosa. Quando scopre
di essere rimasta incinta cerca riparo nella bottega della
signora Melikian, ricamatrice di abiti di alta moda. Giorno dopo
giorno, ricamo dopo ricamo, tra le due donne s'instaura un
rapporto intenso in cui la ragazza apprende ad essere madre
Claire ha diciassette
anni, lunghi e ricci capelli rossi come il fuoco. Claire lavora
in un piccolo supermercato nella campagna francese. La ragazza
ha un segreto, che vuole mantenere tale: quando scopre di essere
incinta, lascia con una scusa l'impiego e va via dalla casa dei
genitori, piccoli proprietari terrieri. La sua intenzione è di
portare a termine la gravidanza e di dare il figlio in adozione.
Si adatta a vivere come può, dormendo e mangiando dove capita.
Finché trova lavoro come apprendista dalla signora Mélikian,
una vedova che ricama tessuti destinati all'alta moda parigina.
Claire è un'artista dell'ago e del filo e, giorno dopo giorno,
accanto alla donna, ritrova uno scopo per la sua esistenza.
Madame Mélikian, che porta con dignità i segni di un lutto
recente, la morte per un incidente di motocicletta del giovane
figlio, instaura con Claire un legame silenzioso e forte come la
trama di un tessuto dall'ordito perfetto, destinato a durare nel
tempo.
Se
volete l'azione in senso letterale, questa pellicola non è per
voi: qui non ci sono inseguimenti, lotte ed effetti speciali.
Tuttavia Le Ricamatrici ha un'azione vorticosa tutta interiore, un'evoluzione
nei caratteri delle protagoniste, che supera e precede il lento
movimento delle mani delle due donne intente a ricamare.
Eléonore Faucher ha debuttato alla regia di un lungometraggio
con Le Ricamatrici: vantava un passato di regista di cortometraggi, tra
cui il pluripremiato Les
toilettes de Belleville. Anche con Le
Ricamatrici ha ottenuto una messe di premi: il Grand
Prix della Semaine de la Critique nell'edizione 2004 del
Festival di Cannes, il premio France
Cinéma e il premio Miglior
opera prima del Sindacato dei Critici francesi.
La regia della Faucher, che con Gaëlle Macé ha scritto anche
la sceneggiatura, è un capolavoro di grazia, un equilibrio
raggiunto tra poesia e crudo realismo, tra i paesaggi solari
della campagna francese e gli interni in cui le donne creano le
loro opere d'arte. Ciò che colpisce è il senso perfetto della
misura dentro/fuori, tra i pensieri di queste due anime
tormentate e gli eventi esterni, nel quotidiano tran tran. La
fotografia di Pierre Cottereau e la suggestiva, talora
appositamente invasiva musica di Michael Galasso, contribuiscono
a creare un piccolo universo perfetto, di grande potere
suggestivo.
Le Ricamatrici
non è un film di parole: eppure lo spettatore è in grado di
interpretare ogni silenzio, ogni sguardo d'intesa. Dialoghi muti
ma senza interruzione che le due protagoniste, entrambe
bravissime, riescono a trasmettere al pubblico. La Ascaride (Marie-Jo
e i suoi due amori) dà una prova intensa e rigorosa, di
donna chiusa nel proprio dolore, con sorrisi e sguardi dignitosi
e rassegnati, complemento alla tormentata maternità di Claire,
cui la bravissima Lola Naymark (Monsieur
Ibrahim e i fiori del Corano), classe 1987, dona lo stupore,
la vergogna, l'accettazione e una tenera aria tra lo sfrontato e
l'imbronciato. Due sofferenze che si incontrano e si rispettano,
creando tra loro un legame filiale che resta inespresso a parole
in un'atmosfera di quieta contemplazione e intimità sognante.
Ci sono molte metafore nella pellicola: il filo che lega, punto
dopo punto, le due concezioni di maternità, in Claire
rifiutata, nella Mélikian strappata, inaccettabili per
entrambe. Possiamo ritrovarvi perfino una metafora del cinema,
secondo le stesse parole della regista: "quando
vediamo un film, ci immaginiamo il lavoro che ci sta dietro. La
stessa cosa accade quando vediamo sfilare una modella, ci
immaginiamo le ore di lavoro di piccole mani che hanno cucito
gli abiti in passerella". E continua: "Volevo
raccontare questa storia. Volevo che la regia, le immagini, il
suono, la musica rendessero con forza il lirismo, a volte
onirico, che fa da contrappunto alla severità dietro alla quale
queste due donne si proteggono e si celano".
Uno sguardo al femminile in un film per tutti, per sognare,
riflettere, abbandonarsi alle immagini.
Donata Ferrario

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