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Interpreti:
Ariane Ascaride, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin,
Jacques Boudet, Pascale Roberts, Gérard Meylan, Alexandre Ogou
Marsiglia,
ai giorni nostri. Michèle, operaia al mercato ittico, ha una
figlia che si droga ed è disposta a tutto pur di non vederla
soffrire. Paul è uno scaricatore di porto che tradisce i
compagni durante uno sciopero per poter permettersi di comprare
un taxi. Gerard un maneggione che fu legato a Michéle ed ora
opera come factotum per la malavita. Abderamane un nero che è
stato in prigione ed ha deciso di 'fare la cosa giusta',
ostacolato dai razzismi incrociati intessuti tra bianchi ed
extra- comunitari. Viviane una musicista che non sopporta più
l'intellettualismo vuotamente di sinistra del marito architetto
di successo. I destini dei personaggi si incrociano in modo
vario, sotto la cappa di una destra che avanza trovando campo
sempre più libero e permettendosi inauditi gesti di violenza La
città è tranquilla solo in apparenza, gli ideali di sinistra -
di qualunque sinistra - un ricordo lontano e inaridito.
Dai
tempi di Marius e Jannette Guédiguian è diventata una sorta di
icona del cinema impegnato. I motivi, almeno ad un esame
superficiale, paiono esserci: adesione evidente alla vita degli
strati più bassi della società, sincera indignazione nei
confronti degli aspetti più rivoltanti di un vivere civile
sempre meno civile, critica di certa sinistra fatuamente
impegnata a guardarsi l'ombelico. Intenti senz'altro lodevoli,
se il risultato non fosse però lo stesso stigmatizzato dal
regista nei suoi film. Non eravamo tra gli estimatori della
pellicola appena citata, grondante retorica e buonismo di
maniera nei confronti di una fantasmatica 'classe operaia'
destinata infallibilmente al paradiso: non lo siamo di questa
pellicola, la cui esibita disperazione non ci convince. Per
carità, che un regista si occupi di registrare lo stato delle
cose di un mondo sempre più consegnato al diritto del più
forte - si tratti di potentati economici o delle varie mafie che
infestano Marsiglia come qualunque città italiana - può solo
far piacere. Ma non basta fare un film 'giusto' per fare un buon
film. Specie se la retorica è tanto nei temi quanto nel tipo di
linguaggio cinematografico utilizzato. Quanto ai primi, è
francamente difficile non sentire un certo disagio a fronte di
battute come 'Le puttane non possono essere amate?' o agli
imbarazzanti dialoghi tra Viviane e il marito, che rimandano
immediatamente alla parodia del film italiano medio inserita da
Moretti in Caro Diario. Per quel che riguarda la seconda, la
scena in cui Michèle va a cercare la droga per la figlia
accompagnata da una canzone di Janis Joplin fa sinceramente
venir voglia di uscire prima della fine, convinti di aver visto
tutto. Certo, il regista filma benissimo la sua città, dal
centro alle più degradate periferie, ricorrendo a panoramiche e
carrelli di notevole efficacia. Certo, gli attori - sempre gli
stessi e sempre più bravi, con una Ascaride non indegna per
passionalità e maschera della Magnani - convincono a proseguire
nella visione. Ma non basta a far dimenticare il disagio di
debordanti luoghi comuni e simbolismi (si veda il finale,
incredibile nella sua retorica) che lasciano il tempo che
trovano. Guédigian è un Ken Loach in sedicesimo: se volete un
consiglio, ritornate all'originale. Non avrete a pentirvene.
Marco Cavalieri

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