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La ville est tranquille (Francia - 2000)

Titolo originale: La ville est tranquille
Regia e sceneggiatura: Robert Guédiguian
Fotografia: Bernard Cavalié
Montaggio: Bernard Sasia
Musica: Jacques Menichetti
Genere: Drammatico

Produzione: Gilles Sandoz, Michel Saint
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 154’

Interpreti: Ariane Ascaride, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin, Jacques Boudet, Pascale Roberts, Gérard Meylan, Alexandre Ogou

Marsiglia, ai giorni nostri. Michèle, operaia al mercato ittico, ha una figlia che si droga ed è disposta a tutto pur di non vederla soffrire. Paul è uno scaricatore di porto che tradisce i compagni durante uno sciopero per poter permettersi di comprare un taxi. Gerard un maneggione che fu legato a Michéle ed ora opera come factotum per la malavita. Abderamane un nero che è stato in prigione ed ha deciso di 'fare la cosa giusta', ostacolato dai razzismi incrociati intessuti tra bianchi ed extra- comunitari. Viviane una musicista che non sopporta più l'intellettualismo vuotamente di sinistra del marito architetto di successo. I destini dei personaggi si incrociano in modo vario, sotto la cappa di una destra che avanza trovando campo sempre più libero e permettendosi inauditi gesti di violenza La città è tranquilla solo in apparenza, gli ideali di sinistra - di qualunque sinistra - un ricordo lontano e inaridito.

Dai tempi di Marius e Jannette Guédiguian è diventata una sorta di icona del cinema impegnato. I motivi, almeno ad un esame superficiale, paiono esserci: adesione evidente alla vita degli strati più bassi della società, sincera indignazione nei confronti degli aspetti più rivoltanti di un vivere civile sempre meno civile, critica di certa sinistra fatuamente impegnata a guardarsi l'ombelico. Intenti senz'altro lodevoli, se il risultato non fosse però lo stesso stigmatizzato dal regista nei suoi film. Non eravamo tra gli estimatori della pellicola appena citata, grondante retorica e buonismo di maniera nei confronti di una fantasmatica 'classe operaia' destinata infallibilmente al paradiso: non lo siamo di questa pellicola, la cui esibita disperazione non ci convince. Per carità, che un regista si occupi di registrare lo stato delle cose di un mondo sempre più consegnato al diritto del più forte - si tratti di potentati economici o delle varie mafie che infestano Marsiglia come qualunque città italiana - può solo far piacere. Ma non basta fare un film 'giusto' per fare un buon film. Specie se la retorica è tanto nei temi quanto nel tipo di linguaggio cinematografico utilizzato. Quanto ai primi, è francamente difficile non sentire un certo disagio a fronte di battute come 'Le puttane non possono essere amate?' o agli imbarazzanti dialoghi tra Viviane e il marito, che rimandano immediatamente alla parodia del film italiano medio inserita da Moretti in Caro Diario. Per quel che riguarda la seconda, la scena in cui Michèle va a cercare la droga per la figlia accompagnata da una canzone di Janis Joplin fa sinceramente venir voglia di uscire prima della fine, convinti di aver visto tutto. Certo, il regista filma benissimo la sua città, dal centro alle più degradate periferie, ricorrendo a panoramiche e carrelli di notevole efficacia. Certo, gli attori - sempre gli stessi e sempre più bravi, con una Ascaride non indegna per passionalità e maschera della Magnani - convincono a proseguire nella visione. Ma non basta a far dimenticare il disagio di debordanti luoghi comuni e simbolismi (si veda il finale, incredibile nella sua retorica) che lasciano il tempo che trovano. Guédigian è un Ken Loach in sedicesimo: se volete un consiglio, ritornate all'originale. Non avrete a pentirvene.
Marco Cavalieri