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Interpreti:
Osman Elkharraz, Sara Forestier,
Sabrina Ouazani, Nanou Benhamou
Hafet Ben-Ahmed, Aurelie Ganito
In
una piccola città nei sobborghi di Parigi vive Lydia, una
ragazza bella e sognatrice. Dopo essere stata scelta per
recitare nello spettacolo di fine anno ispirato al testo
"Gioco del caso e dell'amore" di Marivaux, decide di
comprare per l'occasione un bellissimo vestito da principessa
del Settecento. Lydia sa che è un costume di scena ma non
riesce a resistere alla tentazione: lo indossa e con
disinvoltura cammina per le strade del suo quartiere come una
vera diva. La gente che la vede, anziché prenderla per matta,
ne resta incantata, così come Krimo, il bulletto della zona che
si innamora di lei al primo sguardo. Da una parte, il ragazzo
vorrebbe confessare i suoi sentimenti, dall'altra vorrebbe
mantenere la reputazione di duro che ha tra i suoi amici. Alla
fine deciderà di accettare una parte nello spettacolo e, grazie
alle battute del suo personaggio, riuscirà finalmente ad
esprimerle il suo amore.
"Il
gioco dell'amore e del caso" ("Le jeu de l'amour et du
hasard", 1730) di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux e
i ragazzi di una banlieue (2003); l'incontro di due linguaggi
diversi (la lingua del settecento dal vivace ritmo del Nouveau
Théâtre Italien, ossia la commedia dell'arte italiana in
Francia, e quella degli adolescenti dell'estrema periferia
francese odierna) e il parallelo tra vicende che finiscono per
somigliarsi.
La storia in sintesi: l'innamoramento di un timido adolescente
d'origine araba, Krimo, il cui padre è in carcere e esso stesso
coinvolto in iniziatici furti insieme al suo gruppo di amici,
per una compagna di classe bianca, Lydia, dalla vita comune a
molti suoi coetanei banlieue o non banlieue. Entrambi nati e
vissuti nello stesso quartiere (dove tutti si conoscono), Lydia
e Krimo fanno parte di due diversi modi di vivere; li accomuna
il linguaggio aggressivo e pieno di improperi con cui esprimono
le loro emozioni, la loro rabbia.
Nella commedia di Marivaux Sylvie, la padrona, si cambia di
posto con Lisette, la cameriera, per conoscere il suo promesso
sposo Dorante, il quale a sua volta per lo stesso motivo e
all'insaputa di tutti, si cambia di ruolo con il suo servo
Arlecchino. Nonostante tutto, i servi si innamoreranno dei servi
e i padroni dei padroni. Quando Krimo vede Lydia vestita con
l'abito settecentesco della falsa Sylvie, ne rimane colpito come
se vedesse per la prima volta la sua conoscente di sempre,
impegnata insieme ai suoi amici nelle prove della commedia
organizzata dalla scuola. Di chi si innamora Krimo? Non di
Lydia, ma di quella che crede sia Sylvie, s'innamora di una
ragazza diversa dalle altre, una "civettuola
settecentesca" affascinante per i suoi modi ricercati
impossibili da paragonare con la propria esperienza, insomma
perde la testa per qualcuno che non esiste e che crede di
ritrovare anche nella Lydia senza costume. Una messa in scena,
peraltro dai toni buffi, presa sul serio al punto da indurre
Krimo a chiedere a Rachid (gruppo Lydia e interprete di
Arlecchino/Dorante) di cedergli il ruolo previo pagamento in
oggetti rubati. Il gioco delle parti è qui responsabilità di
adolescenti alla scoperta di sé.
E' una banlieue anomala quella che il tunisino Kechiche ci
presenta in La Schivata (parola gergale che sottende il modo con
cui difendersi da un'aggressione), un luogo in cui convivono
anime spesso molto diverse, lontano dall'iconografia divenuta
classica con il bellissimo L'Odio di Kassowitz. La violenza, se
c'è, si esprime tramite un codice comune, una lingua espressa
con una loquacità esasperata fatta perlopiù di insulti come in
una gara dove non è l'originalità il fine ma lo scambio, un
capirsi e spiegarsi fondamentale per sopravvivere in un
quartiere/villaggio/mondo a parte i cui unici contatti con la
città sembrano ridursi all'arrivo di una polizia priva di
scrupoli secondo cui i giovani abitanti della periferia
dimenticata equivalgono, secondo una drammatica equazione, a
delinquenti incalliti da maltrattare, prevaricare, ammanettare,
una tipologia criminale che non presuppone diversità.
Ma La Schivata è solo in parte un film sulle banlieue, e per
nulla il riscatto attraverso il teatro di ragazzini privi di
alternative (non è così nemmeno per gli amici di Krimo, che
accomunano il teatro e i suoi costumi ad un comportamento
ridicolo, da omosessuali e femminucce, eppure alfine presenti in
sala la sera della recita). Due i punti essenziali per leggere
La schivata: le differenze che trovano unione in una lingua
comune e nell'essere trattati dall'esterno in ugual modo
(l'arrivo della polizia è anche il punto di osservazione di
molti extra-banlieue); le stesse differenze come separazione
all'interno tra i ragazzi che potranno anche divenire amici ma
non amanti.
La differenza/unione è presto detta. A parte il
linguaggio/codice i ragazzi troveranno un reale e più profondo
legame all'indomani dell'arresto. Lì si rendono conto che le
loro diversità interne non sono visibili dall'esterno, per cui
potranno tentare di prevaricarsi a vicenda secondo ruoli
prestabiliti (l'aggressione dell'amica di Lydia da parte del
miglior amico di Krimo) eppure dovranno sempre fare i conti con
il mondo che li circonda. Ed ecco quanto poté fare l'esperienza
condivisa più del "teatro terapia".
La differenza/differenza è una faccenda più sottile.
Nell'amore, come nella commedia di Marivaux - anche se lì
entrano in gioco diversità sociali impossibili da superare -,
la diversità (di esperienze personali, di desideri, ecc.) crea
avvicinamenti ma raramente conduce all'amore. Per cui quando
Lydia si reca dal suo impacciato corteggiatore - non sappiamo
con quali intenzioni seppure si senta liberata dalla ex di Krimo
ora con un altro ragazzo -, "l'innamorato" non
risponde. Che sia un innamoramento fasullo esauritosi con la
conclusione della finzione teatrale oppure no, la storia di
Krimo e Lydia, scandalosa e fautrice di liti feroci, finisce a
causa di un mancato riconoscimento l'uno dell'altra.
Il ragazzo timido, in difficoltà quando deve prendere posizione
(nell'assordante chiacchiericcio del gruppo ad inizio film, in
cui si parla di farla pagare a qualcuno, egli si defila con una
scusa), le cui pareti della stanza sono tappezzate da disegni di
barche e navi a vela realizzati dal padre carcerato, non riesce
ad andare oltre se stesso, come gli suggerisce l'insegnante
quando tenta di farlo recitare mentre si ostina nel pronunciare
a memoria parole cui non riesce a dare senso. Camera a mano,
fotografia come si suol dire povera, frutto di un linguaggio
(stavolta cinematografico) essenziale e corrispondente ad uno
stile originatosi dall'interno della storia, ossia una scrittura
richiesta dalla vicende, una scelta precisa voluta per essere
espressione e non visione di una situazione, La Schivata, i cui
interpreti sono dei non professionisti bravissimi (su tutti Sara
Forestier, Lydia), è infine una storia che riesce a proporre un
ambiente (di)sconosciuto tutto da scoprire e dove la varia
umanità non si racconta per estremi, come in genere sono soliti
proporre i media.
"L'aggressività, spesso, nasconde timidezza e fragilità,
più che vera violenza", afferma Kechiche, ma più che le
parole fece il film.
© 2005 reVision, Emanuela Liverani

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