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Regia:
Marco
Tullio Giordana
Sceneggiatura:
Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Roberto Forza
Montaggio: Roberto Missiroli
Produzione:
Rai Cinema
Durata: 6h e 06'
Interpreti:
Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco,
Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Jasmine
Trinca, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Camilla Filippi, Greta
Cavuoti, Sara Pavoncello, Claudio Gioè, Paolo Bonanni, Riccardo
Scamarcio. |
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Note:
Vincitore della sezione "Un certain regard" al 56°
Festival di Cannes 2003. Premio "Città di Roma -
Arc-En-Ciel"
La
meglio gioventù racconta la storia di una famiglia italiana
dalla fine degli anni sessanta ad oggi. Angelo - il padre - è
genitore e marito affettuoso, anche se la sua esuberanza viene
vissuta dalla famiglia con tollerante degnazione, Adriana - la
madre - è insegnante moderna e irreprensibile, innamorata dei
suoi studenti come dei propri figli. Nicola e Matteo, fratelli
affini ma diversi, hanno vent'anni nel 1966. Ancora incerti
sulla strada da prendere nella vita, hanno deciso di passare le
vacanze estive insieme, in viaggio con due comuni amici verso
Capo Nord. Prima della partenza Matteo e Nicola decidono di
prendersi cura di Giorgia, una giovane paziente di una clinica
psichiatrica che Matteo ha conosciuto facendo volontariato:
quando questi si rende conto che i medici la sottopongono
all'elettroshock decide di 'rapirla'. Insieme a Nicola, i tre
partono alla ricerca della famiglia della ragazza. Il viaggio,
intenso e turbolento, segnerà profondamente la vita di
entrambi: Giorgia viene “ripresa” dalle istituzioni, Matteo
non ha più animo di viaggiare, lascia l'università e si
arruola in Polizia, mentre Nicola partito alfine da solo, arriva
in Norvegia, trova lavoro in una falegnameria, scopre l’esperienza
di un vivere diverso, libero e alternativo. Quando però, alla
televisione, vede le immagini dell’Arno che sommerge Firenze,
torna subito in Italia. Nel fango di Firenze Nicola conosce la
Giulia, algida pianista, che l'insana utopia della lotta armata
strapperà inesorabilmente al suo affetto e a quello della
figlioletta Sara.
Strano
paese, l’Italia. Capita che una fiction televisiva "d’autore",
proprio quando sembrava destinata a sprofondare nel limbo delle
opere invisibili e maledette, resusciti improvvisamente sotto
forma di film-fiume, suddiviso in due atti e destinato alle
sale. Non solo: questo strano oggetto, fiction riconfiguratasi
come film da sala, approda in pompa magna sulla Croisette,
guadagnandosi una vetrina di prestigio nella sezione "Un
certain regard". Ma una cosa è certa: La meglio gioventù
(titolo preso in prestito da una raccolta di poesie giovanili di
Pasolini) è un film che non meritava l’oblio al quale era
stato inopinatamente condannato.
Senza avanzare paragoni scomodi, anche se non del tutto fuori
luogo (Novecento, Heimat), il film di Marco Tullio Giordana
post- I cento passi è un affresco corale e transgenerazionale
di grande intensità e spessore. Muovendosi lungo l’arco di
trentasette anni di storia, intrecciando pubblico e privato,
vicende minimaliste e grandi eventi, il regista traccia un solco
che attraversa l’età adulta della Repubblica Italiana, dalle
illusioni presessantottesche alle deflagrazioni di rabbia degli
anni di piombo, dal riflusso degli anni Ottanta (se gli
americani hanno avuto i loro Sleeping Fifties, l’Italia ha
vissuto i suoi Sleeping Eighties) al disincanto un po’ cinico
dei Novanta, passando naturalmente per Tangentopoli. Un iter a
tappe obbligate, che non può fare a meno di sfiorare i grandi
temi che hanno attraversato la società italiana (ci sono anche:
l’alluvione di Firenze del 1966, gli scontri di piazza, il
delitto Moro, la crisi delle grandi industrie) determinandone
mutamenti nel costume e nelle abitudini. Nonostante ciò, la
sagacia del regista riesce a non rendere La meglio gioventù una
mera illustrazione enciclopedica di un periodo storico
circoscritto; anzi, il film è innanzitutto la storia di una
famiglia, di due fratelli e dei loro amici, delle loro amanti,
di brusche separazioni e fugaci ritorni.
Nicola e Matteo sono le due facce complementari di un discorso
unitario: il primo rappresenta il vitalismo e l’energia di chi
cerca con fatica la propria strada nel mondo, e si impegna per
fare della propria esistenza qualcosa di utile innanzitutto per
gli altri; il secondo, con qualche forzatura dostoevskijana di
troppo, è un’anima pervasa da un’inquietudine profonda, che
sfocia inevitabilmente nell’insoddisfazione frustrata: all’opposto
di Nicola, Matteo vive di sussulti, non cerca la pace né la
responsabilità, bensì il conflitto e al tempo stesso l’oblio,
al punto da spacciarsi per suo fratello, ingannando così la
solare Mirella, l’unica donna che lo abbia amato. I cammini di
Nicola e Matteo sono speculari e simmetrici: Nicola si impegna
in politica e nel sociale, Matteo invece entra nell’esercito
prima e in polizia successivamente per sfuggire alle
responsabilità, perché sia qualcun altro a prendere decisioni
in sua vece; Nicola cerca di preservare in ogni modo l’unità
familiare, Matteo rifiuta ogni contatto ravvicinato, coltivando
di fatto la solitudine. È attorno a questo doppio polo che la
sceneggiatura (dei veterani Sandro Petraglia e Stefano Rulli,
forse mai così ispirati) articola un racconto polifonico che
coinvolge altri personaggi. Un tessuto complesso e stratificato,
dunque, che vive di continue derive e si nutre ingordamente
delle emozioni dei propri personaggi. Giordana non cerca il
distacco, ma lavora sul pathos del racconto di stampo
ottocentesco, per garantire l’adesione del pubblico. Ma La
meglio gioventù è anche un film in cui Giordana dispiega un
apparato retorico e linguistico non banale; il regista sembra
rifiutare sdegnosamente un approccio improntato alla mera
illustrazione, e inventa cinema quasi ad ogni inquadratura: l’impianto
sembra classico, a tratti perfino televisivo (ma, vista la
destinazione primigenia del film, come potrebbe essere
altrimenti?), ma a ben guardare tale apparente semplicità, o
trasparenza, della messa in scena, è relativizzata dall’ostinazione
e dall’integralismo con i quali Giordana costruisce tale
impianto: attraverso l’uso di complessi movimenti di macchina,
l’abbondanza (o sovrabbondanza) di primi e primissimi piani,
un montaggio disteso e talvolta sorprendentemente asintattico
(ma sempre funzionale alla storia); La meglio gioventù non è
dunque un semplice album illustrato, ma l’interpretazione
accorata e personale di uno stralcio di storia, filtrato
attraverso figure emblematiche.
Più che a nobili ascendenze cinematografiche, Giordana (ben
servito da un gruppo di attori in stato di grazia) sembra così
richiamarsi a parenti più lontani nel tempo e nello spazio:
quasi come un novello Tolstoj, egli raccoglie la sfida di
mettere in forma una storia (tante storie) di gente comune
travolta dall’immanenza del proprio tempo, schiacciata dagli
eventi ma nonostante tutto indomita e generosa.
Sergio Di Lino

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