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Killing words - Parole assassine
(Spagna - 2003)

Titolo originale: Palabras encadenadas
Regia:
Laura Mana'
Sceneggiatura: Fernando De Felipe, Laura Mana'
Fotografia: Xavi Gimenez
Montaggio: Luis De La Madrid
Musica: Francesc Gener
Scenografia: Lu Mascaro'
Genere: Thriller

Produzione: Julio Fernandez E Daniel Martinez De Obregon, Fantastic Factory (Filmax)
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 87’

Interpreti: Dario Grandinetti, Goya Toledo, Fernando Guillen, Eric Bonicatto, Blanca Apilanez

Note: Tratto dall'opera teatrale di Jordi Galceran. Presentato al festival di Taormina 2003

Ramon, un professore universitario, viene contattato da due poliziotti, il commissario Espinosa e l'ispettore Sanchez, che stanno indagando sulla sparizione della sua ex-moglie Laura, una psichiatra trentenne. Ramon dichiara di non vedere Laura da diverso tempo, ma i due poliziotti sono in possesso di una serie di prove che dimostrano la violenza e la scarsa sanità mentale dell'uomo. Messo alle strette, Ramon confessa di aver rinchiuso la moglie in uno scantinato, di averla costretta a guardare un video in cui le confessava di essere un serial-killer e di averle offerto la libertà se lei avesse accettato la sfida a un gioco di parole, ma dichiara anche che alla fine, nonostante lei avesse commesso un errore, l'ha lasciata libera e da allora non l'ha più vista. I due poliziotti non credono alla sua versione della storia e non gli danno tregua finché Ramon, ormai allo strenuo delle forze mentali e fisiche, confessa la sorprendente verità.

Almodóvar, in Parla con lei, aveva sfruttato il volto tirato di Darìo Grandinetti per mettere in scena, attraverso il personaggio del giornalista, due amori: quello - probabile - per Alicia, appena uscita dal coma, e quello impossibile del quale lo stesso personaggio era fatto oggetto dall'infermiere della ragazza. Laura Mañá - attrice a metà tra i trenta e i quarant'anni, passata per la seconda volta dietro la cinepresa dopo l'inedito in Italia Sexo por compasión - promuove ancora Grandinetti a protagonista di storie d'amore, stavolta palesemente deviate dai binari della normalità e deragliate sul confine tra lucidità e follia: ma bara sul genere, sovrapponendo thriller e melodramma e costruendo prove false.
Fin dalla prima sequenza si è richiamati con solerzia ad un ruolo di voyeur, testimoni di sevizie psicologiche da parte di un aguzzino - nella vita normale professore di estetica - nei confronti di una donna. Ma la vera vittima di quello che lentamente si delinea come un possibile omicida seriale è proprio lo spettatore: la Mañá gli punta addosso tutte le armi appartenenti all'arsenale dei maniaci dell'immagine - la videocamera, il televisore, il videoregistratore, la fotografia - facendole tornare ciclicamente in campo, in modo da calcare la percezione di essere osservatori involontari di una perversione. Il set tetro e teatrale, protagonista dell'inizio assieme al duetto vittima/carnefice, lascia poi spazio al montaggio parallelo di vicende accadute in "altrovi" spaziali e temporali, finché la dialettica vero/falso prende il sopravvento, sostituendo la relazione tra vessatore e vessata e determinando il senso del film: il quale - ammesso ce ne sia uno - non può essere altro che le immagini (il cinema), lontano dall'essere "documenti", non sono capaci di verità.
Un finale che omaggia Michael Powell riscatta l'ingenuità del pretesto narrativo, abbandonato dopo la prima mezz'ora e costituito dal gioco che dà il titolo originale al film: le spade, è certo, feriscono (ed uccidono) ben più delle lingue.
Umberto Martino