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Interpreti:
Dario Grandinetti, Goya Toledo, Fernando Guillen, Eric Bonicatto,
Blanca Apilanez
Note:
Tratto dall'opera teatrale di Jordi Galceran. Presentato al
festival di Taormina 2003
Ramon,
un professore universitario, viene contattato da due poliziotti,
il commissario Espinosa e l'ispettore Sanchez, che stanno
indagando sulla sparizione della sua ex-moglie Laura, una
psichiatra trentenne. Ramon dichiara di non vedere Laura da
diverso tempo, ma i due poliziotti sono in possesso di una serie
di prove che dimostrano la violenza e la scarsa sanità mentale
dell'uomo. Messo alle strette, Ramon confessa di aver rinchiuso
la moglie in uno scantinato, di averla costretta a guardare un
video in cui le confessava di essere un serial-killer e di
averle offerto la libertà se lei avesse accettato la sfida a un
gioco di parole, ma dichiara anche che alla fine, nonostante lei
avesse commesso un errore, l'ha lasciata libera e da allora non
l'ha più vista. I due poliziotti non credono alla sua versione
della storia e non gli danno tregua finché Ramon, ormai allo
strenuo delle forze mentali e fisiche, confessa la sorprendente
verità.
Almodóvar,
in Parla con lei, aveva sfruttato il volto tirato di
Darìo Grandinetti per mettere in scena, attraverso il
personaggio del giornalista, due amori: quello - probabile - per
Alicia, appena uscita dal coma, e quello impossibile del quale
lo stesso personaggio era fatto oggetto dall'infermiere della
ragazza. Laura Mañá - attrice a metà tra i trenta e i
quarant'anni, passata per la seconda volta dietro la cinepresa
dopo l'inedito in Italia Sexo por compasión - promuove ancora
Grandinetti a protagonista di storie d'amore, stavolta
palesemente deviate dai binari della normalità e deragliate sul
confine tra lucidità e follia: ma bara sul genere,
sovrapponendo thriller e melodramma e costruendo prove false.
Fin dalla prima sequenza si è richiamati con solerzia ad un
ruolo di voyeur, testimoni di sevizie psicologiche da parte di
un aguzzino - nella vita normale professore di estetica - nei
confronti di una donna. Ma la vera vittima di quello che
lentamente si delinea come un possibile omicida seriale è
proprio lo spettatore: la Mañá gli punta addosso tutte le armi
appartenenti all'arsenale dei maniaci dell'immagine - la
videocamera, il televisore, il videoregistratore, la fotografia
- facendole tornare ciclicamente in campo, in modo da calcare la
percezione di essere osservatori involontari di una perversione.
Il set tetro e teatrale, protagonista dell'inizio assieme al
duetto vittima/carnefice, lascia poi spazio al montaggio
parallelo di vicende accadute in "altrovi" spaziali e
temporali, finché la dialettica vero/falso prende il
sopravvento, sostituendo la relazione tra vessatore e vessata e
determinando il senso del film: il quale - ammesso ce ne sia uno
- non può essere altro che le immagini (il cinema), lontano
dall'essere "documenti", non sono capaci di verità.
Un finale che omaggia Michael Powell riscatta l'ingenuità del
pretesto narrativo, abbandonato dopo la prima mezz'ora e
costituito dal gioco che dà il titolo originale al film: le
spade, è certo, feriscono (ed uccidono) ben più delle lingue.
Umberto Martino

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