|
Titolo
originale: Ano natsu, ichiban shizukana umi
Regia e sceneggiatura: Takeshi Kitano
Musiche: Jo Hisaishi
Montaggio: Takeshi Kitano
Produzione:
Masayuki Mori; Takio Yoshida
Durata: 101'
Genere: Romantico - commedia
Interpreti:
Kuroudo Maki, Hiroko Oshimo, Sabu Kawahara
Nenzo Fujiwara
Note:
Per la prima volta Kitano non appare in veste di attore.
Shigeru
è un ragazzo sordomuto che lavora part time presso il Servizio
Sanitario. Per caso, un giorno trova una vecchia tavola da surf
e comincia così ad appassionarsi a questo sport. Impressionato
dalla determinazione di Shigeru, il proprietario di un negozio
di surf lo iscrive ad una gara molto importante. Per ironia
della sorte il giovane viene squalificato perché non risponde
alla chiamata. Ma l'amore della sua ragazza Takako e la grande
passione per il surf gli danno la forza di continuare e di
ottenere un buon risultato in un'altra competizione.
Il
Kitano che non ti aspetti. Avete presente l’umorismo
demenziale di Getting any?? Dimenticatelo. Ricordate le
esplosioni di violenza improvvisa in Hana-Bi e nel recente
Brother? Qui sono assenti. Il silenzio sul mare è, come si
suole dire in questi casi, un film estremo. E’ praticamente un
film muto: le parole latitano e, comunque, sono meno importanti
dei silenzi. Lo si potrebbe definire, in modo un po’ ardito,
una poesia filmata. Lo stile del regista nipponico qui tende all’astrazione
e raggiunge vette di lirismo inconsuete nel cinema attuale; l’accostamento
più pertinente è quello con il cinema di Akira Kurosawa.
In fin dei conti, in tutte le pellicole di Kitano, anche in
quelle che si fanno ricordare soprattutto per le scene di
violenza, troviamo dei momenti di poesia in cui il suo cinema si
fa più “intimo”. Qui però non c’è contaminazione, nel
senso che non vi è alternanza tra registri diversi (il comico e
il drammatico) e neppure contaminazione tra generi
cinematografici, due elementi solitamente presenti nel suo
cinema. Il silenzio sul mare è, semplicemente, un melodramma. E
del melodramma ha tutte le componenti classiche: si racconta una
passione bruciante, un amore che fin dal principio appare
impossibile, c’è l’handicap fisico che affligge il
protagonista (ricordate Ada di Lezioni di piano di Jane Campion?)
e il finale ineluttabilmente tragico.
L’amore impossibile qui raccontato è quello di un ragazzo per
il mare. Non potrà mai essere un campione di surf in quanto non
può sentire il fischio dell’arbitro che dà il via, e
tuttavia non si darà per vinto e verrà aiutato dalla sua
ragazza che lo seguirà preoccupata e nello stesso tempo
compiacente. Già, il mare. E’ “il” luogo del cinema di
Kitano, la sua ossessione e la fonte d’ispirazione per scene
indimenticabili che si svolgono sui litorali. Sonatine e Hana-Bi
contengono scene di poesia (e di morte) ambientate in riva al
mare che rimangono impresse. Ma in tutti i suoi film c’è
almeno una scena sulla spiaggia. Kitano è affascinato dal mare
per la sua grandiosità, lo rispetta e ne ha paura. Lui stesso
ha ammesso pubblicamente che non farebbe mai un bagno in mare,
terrorizzato com’è dall’idea di morire affogato tra i
flutti. E, nello stesso tempo, filma scene ambientate al mare
per esorcizzare la sua paura.
Quanto al soggetto del film e al tono scelto, Il silenzio sul
mare ricorda il successivo Kids return in cui sono protagonisti
due ragazzi appassionati di un altro sport, la boxe. E,
curiosamente, le due opere sono accomunate dal fatto che Kitano
non figura nel cast. Tanto il Kitano regista è eclettico e
mutevole, tanto il Kitano attore è costretto in un clichet.
Impossibile immaginarlo in una veste diversa da quello dello
yakuza (il mafioso giapponese), sia che si tratti del suonato
criminale di mezza tacca de L’estate di Kikujiro, sia che
impersoni l’efferato delinquente in trasferta americana (Brother).
Kitano attore – è la sua forza e la sua dannazione - ha una
tale inespressività (accentuata ancora di più dal recente
incidente motociclistico, che gli ha procurato cicatrici e
ulteriore rigidità facciale), che non può che essere una “maschera”
ingabbiata in un ruolo e in un genere (l’hard boiled). Perciò
in film “diversi” è inevitabile che Kitano rimanga solo
dietro la macchina da presa, un po’ come fa Woody Allen e come
farebbe Moretti se un giorno si decidesse di fare un film “diverso”.
E’, in pratica, quello che capita agli autori che fanno un
cinema personale e personalizzato.
Ancora rispetto al soggetto, possiamo notare una curiosa
analogia tra il protagonista del film che stiamo analizzando ed
ilprotagonista del controverso film di Joao Pedro Rodrigues, O
fantasma, attualmente nelle sale d’Italia. Al centro delle due
pellicole figura un povero spazzino, solo e sfortunato. Stesso
soggetto per due film diversissimi. Ma, mentre il lavoro di
Kitano è una lezione di stile in funzione di una storia
raccontata con una fotografia folgorante e con il rumore della
risacca del mare a fare da sottofondo e da voce narrante, la
pellicola portoghese è tutta forma (brutta) al servizio di una
storia che non c’è. E poi non dite che è tutta questione di
sceneggiatura se un film viene bene o male. Il merito del
regista e le sue scelte stilistiche e di narrazione dove le
mettete?
Alberto Marini

|