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Regia:
Daniele Gaglianone
Sceneggiatura:Giaime Alonge, Daniele Gaglianone
Fotografia: Gherardo Gossi
Musiche: Monica Affatato, Daniele Gaglianone,
Massimo Miride, Giuseppe Napoli
Montaggio: Luca Gasparini
Scenografia: Valentina Ferroni
Produzione:
Gianluca Arcopinto, Tele+
Distribuzione: Pablo
Durata: 90'
Genere: Storico
Interpreti:
Virgilio Biei, Piero Franzo,
Giuseppe Boccalatte
Note:
Presentato al Torino Film Festival 2000. In concorso a Cannes
2001 nella "quinzaine des realisateurs". Il film e'
stato girato in Val Chiusella (Piemonte).
Alberto
e Natalino sono due anziani che, durante l'ultima guerra, hanno
condiviso l'esperienza delle brigate partigiane sulle montagne
del Piemonte. Oggi Natalino vive da solo in montagna, in un
borgo disabitato, mentre Alberto è ricoverato in un pensionato
dove entra in confidenza con Umberto. Quando, un giorno, i
fantasmi della guerra riaffiorano nella sua mente, Alberto
scopre che Umberto è un ex ufficiale fascista colpevole di un
massacro di cui il vecchio partigiano si sente ancora colpevole.
L'unico modo per placare i sensi di colpa è quello di uccidere
Umberto.
Piemonte,
ai giorni nostri. Alberto e Natalino sono due ex partigiani. Il
presente non è felice: Natalino vive in montagna lontano e
dimenticato da tutti tranne che da due giovani documentaristi
con cui sfoga la sua amarezza, Alberto si ricovera in una casa
di riposo. Ma proprio qui incontra Umberto che, per quanto
devastato da un ictus, è pur sempre il feroce repubblichino che
più di cinquant'anni fa massacrò - oltre ad altri compagni -
il miglior amico dei due, e nei cui confronti hanno giurato
vendetta. Ma l'età è quella che è, l'epopea ormai è un
lontano ricordo. Varrà la pena di porre in atto l'antico
progetto? E, data per scontata la risposta positiva, saranno in
grado di portarlo a termine?
Non capita spesso, per cui quando succede conviene segnalarlo:
finalmente un bell'esordio nel cinema italiano. Esordio per modo
di dire, naturalmente - Gaglianone è in realtà una vecchia
conoscenza per chi si prenda la briga di visionare i
cortometraggi dei festival italiani - ma comunque primo
lungometraggio di un trentaquattrenne che ha solide radici nel
passato. E lo dimostra con un film povero, non semplice e mal
distribuito, ma che merita senz'altro la visita. Non solo per i
temi che tratta ma anche per il modo di trattarlo. Non c'è
epica in quanto ci viene raccontato, semmai un'attenzione
inusuale a rendere il senso di una stagione in qualche modo
perduta. Ecco allora il racconto filmico intervallato da tutta
una serie di inserti in sgranato super - 8, un montaggio sonoro
che anticipa o contraddice le immagini, una fotografia - assai
bella - che alterna momenti tecnicamente squisiti ad altri quasi
documentaristici. Il tutto per raccontare di una tragedia
italiana - quella Resistenza che i più si affrettano di questi
tempi a delegittimare - che ha lasciato cicatrici più in chi vi
partecipò che nella memoria collettiva. Il centro del film è
probabilmente nel dialogo che vede i due ex partigiani davanti a
un falò rimpiangere di essere sopravvissuti: la stagione che
doveva cambiare tutto non ha cambiato nulla, il potere è
rimasto saldamente nelle mani antiche. E la tardiva vendetta che
i protagonisti vorrebbero porre in essere, oltre a non riuscire
nei fatti, è probabilmente impossibile. Di fronte alla
considerazione che tutti i morti sono uguali si ha un
bell'opporre che non si può dire lo stesso per i moribondi: l'
obiezione cade nel vuoto, gli ideali di un tempo sono
dimenticati. E i due improbabili angeli della vendetta sono due
poveri vecchi, incapaci persino di controllare che nella pistola
ci siano i proiettili necessari alla progettata esecuzione. Il
che però non implica - come dimostra il bel finale, stranamente
commovente - che si debba comunque dimenticare. Alberto e
Natalino non riusciranno a portare a termine il loro progetto,
ma il loro incedere dignitoso nella sequenza finale vale più di
qualunque dichiarazione sulla necessità di ridare alla memoria
il peso che merita. Attenzione, non tutto è perfetto. Il ritmo
non è di quelli alti, e alcune sottolineature retoriche - si
veda l'episodio nel bar, coi due vecchi che si contrappongono
istintivamente a un giovane maleducato - lasciano il tempo che
trovano. Quasi che il regista abbia timore che il messaggio non
passi e ricorra ad artifici un po' sospetti. Ma almeno una
pellicola nostrana che ha il coraggio di schierarsi e che lo fa
con la forza degli argomenti più che con i soldi spesi per
metterli in mostra. Non siamo di fronte a un'opera capitale: ma
a una buona occasione per riflettere su certe pagine di una
storia troppo spesso denegata senz'altro. Non tanto per non
dimenticare, semplicemente per ricordare…
Marco Cavalleri

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