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Nazareth, sotto un aspetto di banale normalità cova la follia.
Sotto pressione per i suoi affari fallimentari, un uomo decide
di prendere in mano la situazione e prova a spezzare la spirale
delle meschine ostilità, rimanendone però colpito. L'uomo è
il padre di E.S.. Nasce una storia d'amore fra un palestinese di
Gerusalemme ed una palestinese di Ramallah. L'uomo, E.S., fa la
spola fra suo padre, sofferente, e l'amore della sua vita,
cercando di mantenere entrambi vitali. Ma a causa della
situazione politica la libertà di movimento della donna finisce
al check point israeliano fra le due città. Impossibilitati ad
attraversarlo, gli amanti si incontrano in un pezzo di deserto a
fianco del check point. I due amanti non possono sfuggire alla
realtà dell'occupazione, non possono preservare la loro
intimità dall'assedio. Una complicità di solenne desiderio
comincia a generare violente ripercussioni e contro tutti gli
ostacoli i loro cuori arrabbiati contrattaccano con scoppi di
spettacolare fantasia.
E’
lucido e silenzioso il film Intervento divino, del regista
palestinese Elia Souleiman, che sembra riunire la poesia e la
graffiante ironia di autori come Tati e Ioselliani, procedendo
verso una sempre maggiore stilizzazione della realtà. Si serve
delle piccole ossessioni quotidiane per amplificare
atteggiamenti e gesti e arricchire di significati un testo già
pregno di linee da seguire, di suggestioni che ci giungono,
naturalmente dal cinema e dall’attualità di fatti dolorosi.
Sono i set scelti, tra Gerusalemme e un posto di blocco nei
pressi di Rahmalla , a farsi protagonisti, osservatori
osservati, ma anche sostegno forte e immediato delle immagini.
Basta una strada scoscesa, una casa, uno slargo di terra e di
pietre, per connotare la situazione che si va via via
descrivendo; come se da quelle pietre accecate dal sole, dalla
polvere e dagli alberi solitari, affiorasse da sola la storia di
un luogo, che, poi, è indissolubilmente legata alle persone che
ci abitano, alla ripetizione di certi gesti sempre uguali, al
necessario e testardo appartenere a quegli stessi luoghi. Per
questo le parole non servono, anzi, se ne pronunciano pochissime
come a voler trattenere il fiato nell’attesa di qualcosa che
sta per accadere, e si affidano, invece, alla regolarità
pacifica e apparentemente serena di fogli appesi alle pareti di
una casa, in ordine geometrico e impeccabile, che da solo
contribuisce al denso sentimento di sospensione che si respira
in questo film.
Il tutto racchiuso dentro un rarefatto e irriverente fraseggio,
dove la narrazione pare continuamente interrompersi e
ricominciare, ogni volta, a partire da minimi indizi, tracce di
leggera ironia che sanno scavalcare i muri, le barricate, i
divieti, come un palloncino rosso che osa volare sui tetti di
una Gerusalemme assediata, noncurante delle regole, e andare a
posarsi sulla guglia più alta della sinagoga. Scherzi sottili,
giochi quasi banali, capaci, però, di essere idee affilate,
taglienti e dolorose, che difficilmente possono passare
inosservate.
Grazia Paganelli
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