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C'è
un vascello bianco che vola più leggero dell'aria su una
foresta pluviale, c'è un ingegnere aeronautico, Graham
Dorrington, a governarlo nel cielo e c'è un regista, Werner
Herzog, a trasformarlo in cinema. La magnifica ossessione del
volo, la natura e il cinema sono gli ingredienti di questo
documentario girato due anni fa nel cuore della Guyana,che
anticipa dello stesso autore il naturalistico Grizzly Man e il
fantascientifico L'ignoto spazio profondo.
Werner
Herzog, fra i Sessanta e gli Ottanta, è stato uno degli
esponenti più celebrati di quello che è stato definito il «Nuovo
Cinema Tedesco». Con opere in cui la visionarietà più accesa
splendidamente si accompagnava a costanti, geniali ricerche
sull'immagine. Bastino, a ricordarlo, titoli come Aguirre,
furore di Dio, L'enigma di Kaspar Hauser, Woyzeck. Da una
quindicina di anni, rinunciando al cinema di finzione, si è
dedicato, con impegni eguali, al documentario, girando il mondo,
raccontandolo e ricercando sempre al suo interno delle chiavi di
lettura incendiate dall'aspirazione poetica. Esattamente come
nel film di oggi che documenta un suo viaggio in Guyana insieme
con un ingegnere aeronautico, Graham Dorrington, ideatore di un
dirigibile adatto a sorvolare non solo le inviolate foreste
della zona ma una delle cascate più grandi del mondo, quella
del Kaieteur, così immensa e furiosa da rischiare di attrarre e
distruggere tutto quello, e tutti quelli, che riuscissero ad
avvicinarla. Herzog segue da vicino l'ardua impresa,
partecipandovi di persona con la sua macchina da presa. Non si
limita, però, e sarebbe già tanto, a riprendere dal dirigibile
il travolgente turbinare della cascata, ma esplora i progetti,
le reazioni e anche il passato del protagonista, l'ingegner
Dorrington, appunto, ascoltando i ricordi di altre sue
spedizioni meno fortunate di quella, con incidenti tragici, e
ricostruendogli attorno l'ambiente e i modi della popolazione
indigena - l'unica in Sudamerica che si esprime in inglese -
popolando il documento di personaggi tolti sempre con
asciuttezza dalla realtà di quei luoghi. Con il risultato di
narrare un evento, di evocarvi attorno una cornice - naturale e
di vita vissuta - facendo contemporaneamente cinema con immagini
che, oltre a riprodurre il vero, lo reinterpretano alla luce di
un preciso atteggiamento d'autore. Un atteggiamento che non
nasce solo dalla voce narrante dello stesso Herzog che espone
nel momento stesso in cui commenta, ma da una colonna sonora che
sottolinea i paesaggi e la gente con canti ripresi dal folclore
mediterraneo, non ultimo quello sardo. Dando sensi nuovi ad
immagini già traboccanti di sensi propri. Un film che è un
grido. Pronto a risuonare nei cuori.
Gian Luigi
Rondi - 09/06/2006
Sul
piccolo dirigibile a elio che trasvola la travolgente cascata di
Kaieteur, quattro volte quelle del Niagara, cui offrono
champagne, si sistema, con l' ing. Dorrington, l' autore 63enne
Werner Herzog. Che proclama «In celluloid we trust» e inizia
una delle sue mission impossible, nello spirito di Verne e
Fitzcarraldo: sorvola a bassa quota la foresta pluviale
amazzonica per carpirne gli ancestrali segreti e l' infinito del
tempo. È un gesto riparatore verso un operatore defunto in
passato, e il monologo su quella morte è un momento alto.
Milioni di rondoni, strani animali ma anche un galletto, un
indigeno con parenti in Europa, è un docu-fiction organizzato
dalla regia di un Herzog ispirato dal Dna dell' avventura, tra
meraviglie naturali e dello spirito nel regno misterioso di
qualcosa di incontaminato per un cinema stupefacente e più
grande della vita.
Una
fotografia per raccogliere in uno scatto tutta l'angoscia
dell'esistenza. Nati nella parte sbagliata del mondo, nel posto
peggiore (un bordello), dove la tristezza è impressa nei
lineamenti del volto e il destino un'illogica certezza. Oscar
per il miglior Documentario nel 2005, Born into Brothels si
immerge con discrezione e disincanto nella sporcizia e nella
povertà del quartiere a luci rosse di Calcutta, raccontando le
fatiche di un gruppo di bambini costretti a confrontarsi
quotidianamente col loro peccato originale: essere nati in un
bordello, figli o fratelli di donne obbligate a prostituirsi per
sopravvivere alla miseria.
I bambini ci guardano. Anche dai luoghi più lontani, disperati
e dannati del pianeta. È difficile, infatti, immaginare
qualcosa di più infernale, degradato e senza speranze di un
bordello dei quartiere a luci rosse di Calcutta. Eppure è
proprio lì, in questi edifici dove uomini e topi e donne
incrociano le loro misere esistenze, che vivono i figli delle
prostitute protagonisti di questa storia che ha giustamente
conquistato l'Oscar 2005 per il miglior documentario.
Circa novanta minuti di cinema importante, frutto del coraggio e
dell'intraprendenza di questa fotografa newyorkese, Zana Briski,
trasferitasi a vivere nei bordelli di Calcutta dove ha avuto
l'idea semplice e geniale di fare un corso di foto gialla ad un
gruppo di ragazzini ed affidare loro delle macchine
fotografiche. Un tentativo come un altro per tirarli fuori,
almeno per un po', dal degrado e dallo squallore in cui vivono
e, allo stesso tempo, uno strumento per denunciare, attraverso
gli «sguardi bambini», il vuoto di speranze delle loro madri e
delle loro vite, costrette negli scantinati dell'umanità.
Mentre è già nei cinema Water di Deepa Metha, altro affresco
drammatico sulla segregazione delle donne in India -in quel caso
le vedove-, qui, in Born into Brothels sono gli stessi ragazzini
a dire la loro attraverso i clik delle macchine.
Sono 8 i fotografi in erba, compresi tra i 10 e i 14 anni. C'è
chi come Gour, piccolo adulto tredicenne, è consapevole del
dramma del suo quotidiano e convinto di poterlo cambiare con la
fotografia, sperando pure di arrivare un domani all'università.
Oppure Suchitra dal sorriso contagioso che fa scatti da grande
professionista, catturando lo squallore del suo ambiente negli
oggetti che la circondano, tanto che le sue foto sono state
scelte per il calendario di Amnesty intemational del 2003. E
ancora Tapasi, undicenne che sogna di strappare a quella vita
suo fratello e la sorellina, usa le foto come schede di un
mosaico per raccontare la sua storia.
Eccoli tutti insieme i piccoli fotografi un giorno in riva al
mare durante una gita, pronti a impressionare quegli attimi di
sfogo e di libertà nella schiuma delle onde, nei loro sorrisi,
nei foulard delle ragazzine che svolazzano nel cielo. Oppure
ognuno di loro chiuso in quei pochi centimetri di bordello in
cui vivono, spesso, con nonna e madre entrambe prostitute. E sul
ballatoio comune dove sono quasi quotidianamente insulti,
scontri, violenze tra queste ultime dannate della terra, mentre
vediamo a tratti i clienti sgusciare via dietro tendaggi
angusti. Per le piccole «fotografe» il futuro difficilmente
sarà diverso da quello delle loro madri. A cercare di dar loro
una sterzata è stata proprio Zana Briski che si è anche
impegnata nell'inserire nei college alcuni di questi ragazzi. Ma
soltanto un paio dei già pochissimi che è riuscita a far
selezionare hanno continuato gli studi. Le ragazzine,
soprattutto, sono state «ritirate» dalle madri e riportate tra
i vicoli a luci rosse di Calcutta.
Maurizio
Porro (Il Corriere della Sera) - 19/06/2006

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