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Il diamante bianco (Gran Bretagna, Germania 2004)

REGIA: Werner Herzog.
DURATA 90'
GENERE: Documentario

 

 

C'è un vascello bianco che vola più leggero dell'aria su una foresta pluviale, c'è un ingegnere aeronautico, Graham Dorrington, a governarlo nel cielo e c'è un regista, Werner Herzog, a trasformarlo in cinema. La magnifica ossessione del volo, la natura e il cinema sono gli ingredienti di questo documentario girato due anni fa nel cuore della Guyana,che anticipa dello stesso autore il naturalistico Grizzly Man e il fantascientifico L'ignoto spazio profondo.

Werner Herzog, fra i Sessanta e gli Ottanta, è stato uno degli esponenti più celebrati di quello che è stato definito il «Nuovo Cinema Tedesco». Con opere in cui la visionarietà più accesa splendidamente si accompagnava a costanti, geniali ricerche sull'immagine. Bastino, a ricordarlo, titoli come Aguirre, furore di Dio, L'enigma di Kaspar Hauser, Woyzeck. Da una quindicina di anni, rinunciando al cinema di finzione, si è dedicato, con impegni eguali, al documentario, girando il mondo, raccontandolo e ricercando sempre al suo interno delle chiavi di lettura incendiate dall'aspirazione poetica. Esattamente come nel film di oggi che documenta un suo viaggio in Guyana insieme con un ingegnere aeronautico, Graham Dorrington, ideatore di un dirigibile adatto a sorvolare non solo le inviolate foreste della zona ma una delle cascate più grandi del mondo, quella del Kaieteur, così immensa e furiosa da rischiare di attrarre e distruggere tutto quello, e tutti quelli, che riuscissero ad avvicinarla. Herzog segue da vicino l'ardua impresa, partecipandovi di persona con la sua macchina da presa. Non si limita, però, e sarebbe già tanto, a riprendere dal dirigibile il travolgente turbinare della cascata, ma esplora i progetti, le reazioni e anche il passato del protagonista, l'ingegner Dorrington, appunto, ascoltando i ricordi di altre sue spedizioni meno fortunate di quella, con incidenti tragici, e ricostruendogli attorno l'ambiente e i modi della popolazione indigena - l'unica in Sudamerica che si esprime in inglese - popolando il documento di personaggi tolti sempre con asciuttezza dalla realtà di quei luoghi. Con il risultato di narrare un evento, di evocarvi attorno una cornice - naturale e di vita vissuta - facendo contemporaneamente cinema con immagini che, oltre a riprodurre il vero, lo reinterpretano alla luce di un preciso atteggiamento d'autore. Un atteggiamento che non nasce solo dalla voce narrante dello stesso Herzog che espone nel momento stesso in cui commenta, ma da una colonna sonora che sottolinea i paesaggi e la gente con canti ripresi dal folclore mediterraneo, non ultimo quello sardo. Dando sensi nuovi ad immagini già traboccanti di sensi propri. Un film che è un grido. Pronto a risuonare nei cuori.
Gian Luigi Rondi - 09/06/2006

Sul piccolo dirigibile a elio che trasvola la travolgente cascata di Kaieteur, quattro volte quelle del Niagara, cui offrono champagne, si sistema, con l' ing. Dorrington, l' autore 63enne Werner Herzog. Che proclama «In celluloid we trust» e inizia una delle sue mission impossible, nello spirito di Verne e Fitzcarraldo: sorvola a bassa quota la foresta pluviale amazzonica per carpirne gli ancestrali segreti e l' infinito del tempo. È un gesto riparatore verso un operatore defunto in passato, e il monologo su quella morte è un momento alto. Milioni di rondoni, strani animali ma anche un galletto, un indigeno con parenti in Europa, è un docu-fiction organizzato dalla regia di un Herzog ispirato dal Dna dell' avventura, tra meraviglie naturali e dello spirito nel regno misterioso di qualcosa di incontaminato per un cinema stupefacente e più grande della vita.
Una fotografia per raccogliere in uno scatto tutta l'angoscia dell'esistenza. Nati nella parte sbagliata del mondo, nel posto peggiore (un bordello), dove la tristezza è impressa nei lineamenti del volto e il destino un'illogica certezza. Oscar per il miglior Documentario nel 2005, Born into Brothels si immerge con discrezione e disincanto nella sporcizia e nella povertà del quartiere a luci rosse di Calcutta, raccontando le fatiche di un gruppo di bambini costretti a confrontarsi quotidianamente col loro peccato originale: essere nati in un bordello, figli o fratelli di donne obbligate a prostituirsi per sopravvivere alla miseria.
I bambini ci guardano. Anche dai luoghi più lontani, disperati e dannati del pianeta. È difficile, infatti, immaginare qualcosa di più infernale, degradato e senza speranze di un bordello dei quartiere a luci rosse di Calcutta. Eppure è proprio lì, in questi edifici dove uomini e topi e donne incrociano le loro misere esistenze, che vivono i figli delle prostitute protagonisti di questa storia che ha giustamente conquistato l'Oscar 2005 per il miglior documentario.
Circa novanta minuti di cinema importante, frutto del coraggio e dell'intraprendenza di questa fotografa newyorkese, Zana Briski, trasferitasi a vivere nei bordelli di Calcutta dove ha avuto l'idea semplice e geniale di fare un corso di foto gialla ad un gruppo di ragazzini ed affidare loro delle macchine fotografiche. Un tentativo come un altro per tirarli fuori, almeno per un po', dal degrado e dallo squallore in cui vivono e, allo stesso tempo, uno strumento per denunciare, attraverso gli «sguardi bambini», il vuoto di speranze delle loro madri e delle loro vite, costrette negli scantinati dell'umanità. Mentre è già nei cinema Water di Deepa Metha, altro affresco drammatico sulla segregazione delle donne in India -in quel caso le vedove-, qui, in Born into Brothels sono gli stessi ragazzini a dire la loro attraverso i clik delle macchine.
Sono 8 i fotografi in erba, compresi tra i 10 e i 14 anni. C'è chi come Gour, piccolo adulto tredicenne, è consapevole del dramma del suo quotidiano e convinto di poterlo cambiare con la fotografia, sperando pure di arrivare un domani all'università. Oppure Suchitra dal sorriso contagioso che fa scatti da grande professionista, catturando lo squallore del suo ambiente negli oggetti che la circondano, tanto che le sue foto sono state scelte per il calendario di Amnesty intemational del 2003. E ancora Tapasi, undicenne che sogna di strappare a quella vita suo fratello e la sorellina, usa le foto come schede di un mosaico per raccontare la sua storia.
Eccoli tutti insieme i piccoli fotografi un giorno in riva al mare durante una gita, pronti a impressionare quegli attimi di sfogo e di libertà nella schiuma delle onde, nei loro sorrisi, nei foulard delle ragazzine che svolazzano nel cielo. Oppure ognuno di loro chiuso in quei pochi centimetri di bordello in cui vivono, spesso, con nonna e madre entrambe prostitute. E sul ballatoio comune dove sono quasi quotidianamente insulti, scontri, violenze tra queste ultime dannate della terra, mentre vediamo a tratti i clienti sgusciare via dietro tendaggi angusti. Per le piccole «fotografe» il futuro difficilmente sarà diverso da quello delle loro madri. A cercare di dar loro una sterzata è stata proprio Zana Briski che si è anche impegnata nell'inserire nei college alcuni di questi ragazzi. Ma soltanto un paio dei già pochissimi che è riuscita a far selezionare hanno continuato gli studi. Le ragazzine, soprattutto, sono state «ritirate» dalle madri e riportate tra i vicoli a luci rosse di Calcutta.
Maurizio Porro (Il Corriere della Sera) - 19/06/2006