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Il ladro di orchidee (USA - 2002)

Titolo originale: Adaptation
Regia 
Spike  Jonze   
Sceneggiatura: Charlie  Kaufman, Donald  Kaufman
Fotografia: Lance  Acord
Musiche: Lou  Barlow,   Beck, Carter  Burwell, John  Davis
Montaggio: Eric  Zumbrunnen
Scenografia: K.K.  Barrett

Produzione: Beverly Detroit, Clinica Estetico, Good Machine, Magnet Productions, Propaganda Films, Intermedia
Distribuzione: Columbia Tristar Italia
Durata: 114'
Genere: Drammatico-Commedia
Interpreti:
Nicolas  Cage, Meryl  Streep, Chris  Cooper, Cara  Seymour

Note: "Il ladro di orchidee. Storia vera di un'ossessione" di Susan Orlean, edito in Italia da Rizzoli.
Golden Globe per il miglior attore non protagonista a Chris Cooper e per la migliore attrice non protagonista a Meryl Streep (2002). Premio Oscar 2003 per il miglior attore non protagonista (Chris Cooper). Il gemello "virtuale" di Charlie Kaufman, Donald, e' la prima persona immaginaria che ha ricevuto una nomination. Gran Premio della giuria al 53mo festival di Berlino (2003).

L'adattamento per il cinema del libro di Susan Orlean "Il ladro di orchidee" (storia di John Laroche, clonatore e venditore di orchidee rare da collezione) diventa occasione per parlare della vita dello sceneggiatore Charlie Kaufman - e del suo gemello Donald - autore dello script anche nella realtà.

Oltre il 50% dei film che vengono realizzati oggi, sono adattamenti (di romanzi, di drammi teatrali, racconti). Dato che sono più di 100 anni che il grande schermo non fa che saccheggiare la letteratura, non è difficile immaginare che il cassetto delle ricette con le quali ogni sceneggiatore tenta di trasformare uno sterminio di parole in una serie di immagini e suoni, sia pieno di formule abusate. Tutto questo è alla base della devastazione psicofisica alla quale va incontro il protagonista di Ladro di orchidee - Adaptation, Nicholas Cage, che indossa i panni di uno sceneggiatore di talento che si trova alle prese con la riduzione di un romanzo per lo schermo, tutt'altro che semplice. E' la storia, vera, di una giornalista di successo, interpretata da Meryl Streep, che vede sconvolta la propria vita dalla realizzazione di un proprio servizio: un reportage su un uomo arrestato per aver trafugato delle orchidee protette dalle paludi della Florida. Un uomo capace di tutto per ciò che ama, anche se i suoi amori cambiano con la stessa repentinità di un colpo di vento.
Charlie Kaufmann, il vero sceneggiatore del film, messosi in luce con uno dei soggetti più originali e brillanti delle ultime stagioni (quello di “Essere John Malkovich”), fa di tutto questo il resoconto inesorabile di una crisi creativa, alla quale si sovrappone la desolata solitudine del personaggio protagonista, illuminata solo qua e là da rassegnate pratiche di autoerotismo. Alla ricerca, nel proprio lavoro, di qualcosa che somigli davvero a quella mancanza di inseguimenti, serial killer, effetti speciali che è la vita, l'uomo è molestato da un fratello gemello che vuole diventare anch'egli uno sceneggiatore di successo, ma seguendo la via opposta. Grazie ad un guru dello script, il gemello produce un banalissimo copione su un serial killer che fa subito gola a qualche agente. Proprio mentre il protagonista annaspa nelle paludi del suo adattamento (e del suo allucinatorio desiderio di incontro amoroso).
Come si fa a catturare lo spirito di un romanzo in un film senza illustrarlo o copiarlo come uno specchio? Come si fa a scrivere di cinema senza ripetere quelle tre o quattro formule abusate che si usano dai tempi dei Lumiere (e che sembrano ancora oggi le stesse, necessarie ad afferrare un pubblico)? Cosa c'è da raccontare di così misterioso in un romanzo in cui una celebre cronista scopre l'aridità della propria vita conoscendo uno spiantato capace di finire in galera per catturare un fiore e la cui vita è stata funestata da fatalità atroci e rimosse? La soluzione di Kaufman è sufficientemente geniale da giustificare il ruminio ininterrotto del film, lo squallore domestico e patetico in cui è immerso, l’ossessività cerebrale e corporale registrate con dimesso stupore dal regista Spike Jonze - l'unico regista che sia diventato famoso grazie ai videoclip - il quale, grazie a dio, non faccia una sola inquadratura che somiglia ad un videoclip. Il tormento teorico è direttamente proporzionale allo humor tossico per il quale lo sceneggiatore, insieme al fratello (che, benché d'invenzione, compare anche nei titoli del film ed è stato candidato all'Oscar anche se non esiste), sarà costretto a subire nel finale quelle sequenze di violenza, inseguimento e thriller che detesta nel cinema: non c'è libro che non nasconda qualcosa di importante di cui tace così come non ci sono amanti che non nascondano qualcosa di segreto e non c'è vita ordinaria che non possa trasformarsi in un thriller dal momento all'altro.
Questo film strano, genialoide, un po’ sovrappeso come il suo personaggio, pieno di notazioni illuminanti e scene irresistibili - come quella in cui il protagonista viene brutalmente redarguito da Robert Mc Kee, il guru delle sceneggiature commerciali che ha fatto un sacco di danni anche in Italia - è un film su un romanzo strano e genialoide che viene voglia di leggere, il quale, a sua volta, ha come protagonista un tipo strano e genialoide che viene voglia di conoscere (o forse no). Ma prima di essere una riflessione su linguaggio e mondo, su finzione e realtà, Il ladro di orchidee, usa se stesso come paravento oltre il quale disvelare qualcosa di intimo, dolcemente sconvolgente: che la passione è uno strumento indispensabile di brutale semplificazione del mondo, che non è vero che pensare alla natura ti dà equilibrio e soprattutto che non bisogna dar retta a chi pensa che siano stati esauriti tutti i modi originali e nuovi per raccontare una storia. Quante ce ne raccontiamo per giustificare il nostro disperato bisogno di "adattamento" al mondo.
Mario Sesti