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Il figlio (Belgio-Francia - 2002)

Titolo originale: Le fils
Regia e sceneggiatura:
Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne
Fotografia: Alain Marcoen
Montaggio: Marie-Helene Dozo
Scenografia: Igor Gabriel

Produzione: Les Films Du Fleuve, Archipel 35, Radio Television Belge Francofone
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 103'
Genere: Drammatico
Interpreti:Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Oupart, Nassim Hassaini

Note: Premio per la migliore interpretazione maschile a Olivier Gourmet al 59° festival di Cannes 2002

Chi è quel ragazzo di nome Francis? Se Olivier si rifiuta di prenderlo nella sua officina, perché ha cominciato a seguirlo nei corridoi del centro di formazione, per le strade, nel suo palazzo? Perché è così interessato a lui? Perché sembra così dispiaciuto per lui? Per tenere a bada la disperazione Oliver da anni trasmette a ragazzi che potrebbero essere suoi figli la sua abilità nella falegnameria. Perchè la paternità è anche questa sapienza trasmessa e se a Oliver manca un figlio a Francis manca un padre.

Luc e Jean-Pierre Dardenne sono il cinema europeo alla massima espressione di serietà, rigore e fondamento. La finzione, con loro, non è mai stata così vera, il cinema, con loro, non è mai stato, da dieci anni a questa parte, così profondamente legato all'etica dello sguardo e al rigore del dramma. Il figlio, l'ultima prova dei registi belgi dopo La promessa e Rosetta, ruota intorno a un doppio pedinamento. Un falegname, Olivier, che lavora con minori "a rischio" appena usciti dal riformatorio e che si prova a reintegrare nel mondo del lavoro (e, attraverso questo, nel mondo della vita fuori dal carcere) incomincia a pedinare ossessivamente, dentro e fuori la falegnameria, uno dei ragazzi che gli sono affidati, Francis. Il secondo "pedinatore" è la macchina da presa, lo sguardo dei Dardenne, e attraverso questo il nostro. La macchina segue "a pochi centimetri" Olivier, il falegname: lo scruta, lo inquadra di lato, di spalle, dietro la nuca, lo minaccia, lo controlla. Ma che rapporto c'è tra il falegname e il ragazzo? Quale il motivo di tanta curiosità? Quali le risposte che il falegname cerca? Montato come un thriller, Il figlio è la storia di questo rapporto e dei tanti che questo immediatamente suscita, fino a quando, poco a poco, si disvela il reale motivo di tanto pedinare, di tanto cercare e cercarsi: Francis, anni prima, ha ucciso il figlio di Olivier mentre cercava di rubare un'autoradio. Non c'è odio in Olivier, né voglia di vendetta, né particolari, borghesi tormenti. E non c'è neanche l'intento di rieducare il "deviato". C'è solo un padre - un proletario di un hinterland spaesante che oggi in Europa, solo i Dardenne sanno ancora rappresentare senza infingimenti - con la sua concretissima voglia di elaborare il proprio lutto, parlando con l'assassino, conoscendolo. Tutto qua. L'occhio dei Dardenne è lucido, scarno, realista sino all'estremo: di un realismo che è la pura e semplice realtà, e mai poetica del realismo. E l'elaborazione del lutto, o la conoscenza di ciò che è stato banalità del male, non passa mai attraverso una predisposizione pedagogica. La natura del loro rapporto è tutta in quell'“insegnami un mestiere” che Francis chiede a Olivier: un rapporto attraversato dal legno e dalla sua lavorazione, dalle sue venature e dai rumori del suo taglio. Nella materialità e nel tempo del lavoro come chiavi di una "distanza" che si prova ricomporre è il rigore del film dei Dardenne: la trasmissione di un mestiere è trasmissione di valori minimi, umani. … il luogo di un incontro (o re-incontro) anche per la più lacerata delle distanze: quella tra un baby-assassino e il padre della vittima. Non ci sono, nel cinema e nella letteratura europea, opere che abbiano con una pari moralità trattato questo dramma. Viene in mente il bellissimo libro dell'inglese Blake Morrison, Come se, saggio-reportage che provava a darsi delle risposte a partire da un altro caso di banalità e infantilità del male: quello dei due baby-Killer di Liverpool che avevano ucciso un bambino di pochi anni più piccolo. Ma ne "Il figlio" il figlio è assente e l'attenzione è posta, più che sull'altro ragazzino, sul padre: sui suoi gesti, i suoi occhiali, il suo corpo, il suo lavoro, i suoi silenzi. Non abbiamo timore a dire che quella del film dei Dardenne è un'etica proletaria, un'etica che viene dal senso delle cose e dal farsi di una relazione, al di là della colpa, al di là delle risposte da dare al male, al di là di questo stesso male. Il cinema europeo ha un bisogno urgente di questi film, di immagini di un mondo, anche dolente, ma libero da false rappresentazioni di cause-effetto. Ne sono altri esempi Garrone con L'imbalsamatore, Cedrik Kann con Roberto Succo e ora i Dardenne. Sono film che hanno in comune la forza degli "effetti" e la libertà dalle "cause". 
Dario Zonta