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Note:
Premio per la migliore interpretazione maschile a Olivier
Gourmet al 59° festival di Cannes 2002
Chi
è quel ragazzo di nome Francis? Se Olivier si rifiuta di
prenderlo nella sua officina, perché ha cominciato a seguirlo
nei corridoi del centro di formazione, per le strade, nel suo
palazzo? Perché è così interessato a lui? Perché sembra
così dispiaciuto per lui? Per tenere a bada la disperazione
Oliver da anni trasmette a ragazzi che potrebbero essere suoi
figli la sua abilità nella falegnameria. Perchè la paternità
è anche questa sapienza trasmessa e se a Oliver manca un figlio
a Francis manca un padre.
Luc
e Jean-Pierre Dardenne sono il cinema europeo alla massima
espressione di serietà, rigore e fondamento. La finzione, con
loro, non è mai stata così vera, il cinema, con loro, non è
mai stato, da dieci anni a questa parte, così profondamente
legato all'etica dello sguardo e al rigore del dramma. Il
figlio, l'ultima prova dei registi belgi dopo La promessa e
Rosetta, ruota intorno a un doppio pedinamento. Un falegname,
Olivier, che lavora con minori "a rischio" appena
usciti dal riformatorio e che si prova a reintegrare nel mondo
del lavoro (e, attraverso questo, nel mondo della vita fuori dal
carcere) incomincia a pedinare ossessivamente, dentro e fuori la
falegnameria, uno dei ragazzi che gli sono affidati, Francis. Il
secondo "pedinatore" è la macchina da presa, lo
sguardo dei Dardenne, e attraverso questo il nostro. La macchina
segue "a pochi centimetri" Olivier, il falegname: lo
scruta, lo inquadra di lato, di spalle, dietro la nuca, lo
minaccia, lo controlla. Ma che rapporto c'è tra il falegname e
il ragazzo? Quale il motivo di tanta curiosità? Quali le
risposte che il falegname cerca? Montato come un thriller, Il
figlio è la storia di questo rapporto e dei tanti che questo
immediatamente suscita, fino a quando, poco a poco, si disvela
il reale motivo di tanto pedinare, di tanto cercare e cercarsi:
Francis, anni prima, ha ucciso il figlio di Olivier mentre
cercava di rubare un'autoradio. Non c'è odio in Olivier, né
voglia di vendetta, né particolari, borghesi tormenti. E non
c'è neanche l'intento di rieducare il "deviato". C'è
solo un padre - un proletario di un hinterland spaesante che
oggi in Europa, solo i Dardenne sanno ancora rappresentare senza
infingimenti - con la sua concretissima voglia di elaborare il
proprio lutto, parlando con l'assassino, conoscendolo. Tutto
qua. L'occhio dei Dardenne è lucido, scarno, realista sino
all'estremo: di un realismo che è la pura e semplice realtà, e
mai poetica del realismo. E l'elaborazione del lutto, o la
conoscenza di ciò che è stato banalità del male, non passa
mai attraverso una predisposizione pedagogica. La natura del
loro rapporto è tutta in quell'“insegnami un mestiere” che
Francis chiede a Olivier: un rapporto attraversato dal legno e
dalla sua lavorazione, dalle sue venature e dai rumori del suo
taglio. Nella materialità e nel tempo del lavoro come chiavi di
una "distanza" che si prova ricomporre è il rigore
del film dei Dardenne: la trasmissione di un mestiere è
trasmissione di valori minimi, umani. … il luogo di un
incontro (o re-incontro) anche per la più lacerata delle
distanze: quella tra un baby-assassino e il padre della vittima.
Non ci sono, nel cinema e nella letteratura europea, opere che
abbiano con una pari moralità trattato questo dramma. Viene in
mente il bellissimo libro dell'inglese Blake Morrison, Come se,
saggio-reportage che provava a darsi delle risposte a partire da
un altro caso di banalità e infantilità del male: quello dei
due baby-Killer di Liverpool che avevano ucciso un bambino di
pochi anni più piccolo. Ma ne "Il figlio" il figlio
è assente e l'attenzione è posta, più che sull'altro
ragazzino, sul padre: sui suoi gesti, i suoi occhiali, il suo
corpo, il suo lavoro, i suoi silenzi. Non abbiamo timore a dire
che quella del film dei Dardenne è un'etica proletaria,
un'etica che viene dal senso delle cose e dal farsi di una
relazione, al di là della colpa, al di là delle risposte da
dare al male, al di là di questo stesso male. Il cinema europeo
ha un bisogno urgente di questi film, di immagini di un mondo,
anche dolente, ma libero da false rappresentazioni di
cause-effetto. Ne sono altri esempi Garrone con L'imbalsamatore,
Cedrik Kann con Roberto Succo e ora i Dardenne. Sono film che
hanno in comune la forza degli "effetti" e la libertà
dalle "cause".
Dario Zonta

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