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Note:
Prima proiezione: 15 ottobre 1940, Capitol e Astor theatres, New
York. Nel 2002 ne e' stata fatta una riedizione integrale
restaurata a cura della cineteca di Bologna che comprende le
scene con la "signora Napaloni" tagliate in Italia
nell'edizione del 1961 per non urtare la suscettibilita' di
Rachele Mussolini.
Un
barbiere ebreo che in seguito a ferite riportate nella guerra
mondiale del 1915-18 aveva perso la memoria, dopo molti anni di
degenza in un ospedale ritorna nella sua città in Germania dove
riapre il suo negozio. Egli capita però in un periodo in cui il
dittatore che governa il Paese, ha iniziato una feroce lotta
contro gli ebrei ed il malcapitato deve subire una marea di
soprusi. Aiutato da una povera fanciulla sua correligionaria per
la quale nutre dei sentimenti di affetto, egli fa subire spesso
ai ridicoli ed inumani sgherri del dittatore - il quale viene
tratteggiato con sapida caricatura - dei gustosi smacchi.
Che
cosa potevano avere in comune Charlie Chaplin e Adolf Hitler? Il
primo dava la vita a Charlot, magnifico grande ometto con i
pantaloni sformati e la bombetta. Quello che così metteva in
scena era un io multiplo, un io in continuo movimento, come se
nessuna identità potesse contenere tutta la sua umanità.
Proprio in questo inarrestabile transitare da un io all'altro
Dolf Sternberger (Ombre del mito, il Mulino) indica il cuore
della sua comicità. E a noi pare che qui stiano anche il suo
amore per la ricchezza della vita e la sua capacità di
suscitare quello stesso amore in milioni di altri piccoli uomini
e piccole donne. Hitler, invece, era refrattario al comico. I
suoi collaboratori - tra le testimonianze c'è anche quella di
Albert Speer - non ricordavano d'averlo mai visto ridere. E
infatti non amava dare la vita, ma la morte. Quanto a sé, si
era imprigionato in un io ipertrofico e di pietra, in un
"io in uniforme", come se in ogni momento temesse di
perdersi nella ricchezza del mondo, nelle sue belle dissonanze.
Qualunque mutamento lo terrorizzava, che si trattasse di visi e
di lingue, o anche solo di abitudini e di vestiti. Come osserva
James Hillman (Il codice dell'anima, Adelphi), il mondo era per
Hitler di ghiaccio, morto e rigido al pari del ghiaccio.
Infatti, al contrario di quella di Chaplin, la sua "messa
in scena" rendeva di ghiaccio e riduceva in uniforme
l'anima di milioni di piccoli uomini e di piccole donne, e li
immiseriva. Quest'uomo - scrive di lui Günlter Anders nel 1928,
attirandosi l'ironia dei molti che lo consideravano niente più
che un "imbianchino" folcloristico -, quest'uomo,
dunque, parla e scrive «in modo così volgare da diventare
irresistibile per chi è volgare e attirerà chi non è volgare,
tanto da renderlo volgare». Durante le riprese di The Great
Dictator, poi uscito a New York il 15 ottobre del 1940, anche
per studiare e imitare la voce e i gesti di Hitler, Chaplin
guardava e riguardava i Cinegiornali nazisti. E si infuriava. E
imprecava. Più d'ogni altro lo "affascinava" e lo
mandava in collera quello famoso che mostra il Führer nel
giorno della resa francese, il 22 giugno del 1940 a Compiègne.
Appena sceso dal treno Hitler «pareva accennare a un passo di
balletto»: così racconta David Robinson (Chaplin. La vita e
l'opera, Marsilio) che però con singolare leggerezza
storiografica, anticipa il fatto di circa otto mesi. Lo stesso
cinegiornale è ricordato da Erich Fromm, in uno studio dedicato
alla distruttività e alla necrofilia di Hitler, oltre che,
appunto, alla sua totale mancanza di senso del comico (Anatomia
della distruttività umana, Mondadori). Il Führer, scrive,
aveva una strana espressione da «annusatore», «come se
sentisse costantemente dei cattivi odori». La cosa è
testimoniata «da parecchie fotografie, sulle quali non mostra
mai una risata franca, aperta». E proprio a Compiègne -
conclude Fromm, in sintonia implicita con Chaplin e quasi
indicando i motivi profondi della sua collera -, appena sceso
dal treno e al colmo della felicità, «Hitler eseguì una
piccola "danza", battendosi con le mani sulle cosce e
sulla pancia con una brutta smorfia, come se avesse appena
inghiottito la Francia». Che cosa avevano in comune, dunque, il
comico innamorato della vita e il dittatore innamorato della
morte? Niente, a parte la propensione alla messa in scena e la
data di nascita quasi identica (il 16 e il 20 aprile 1889). E
però, ripensandoci, c'erano anche quei loro balletti tanto
simili : volutamente comici nell'uno, involontariamente
grotteschi nell'altro. In ogni caso, e non solo a ragione di
quei balletti, finisce per manifestarsi una sorprendente
"comunanza" proprio fra Adenoid Hynkel - isterico
Führer di Tomania, in combutta con il chiassoso Benzino
Napaloni, vanaglorioso duce di Bacteria - e il piccolo barbiere
ebreo (Chaplin non era ebreo ma, di proposito, solo dopo la
guerra smentì la voce contraria che s'era diffusa anche a causa
del film). Transitando una volta di più di io in io, dunque,
alla fine di Il grande dittatore Charlot entra nell'io di pietra
di Hynkel/Hitler. Cosi, il "grande ometto" con i
pantaloni sformati e la bombetta vince il "piccolo
ometto" imprigionato nel ghiaccio dell'uniforme. E poi,
quasi uscendo dal film, Charlie Chaplin si carica dell'angoscia
del suo tempo e pronuncia parole che, 62 anni dopo, ancora
invocano la vita contro la morte.
Roberto Escobar

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