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Il grande dittatore (USA - 1940, riediz. 2002)

Titolo originale: The Great Dictator
Regia e sceneggiatura:
Charles Chaplin   
Fotografia: Karl Struss, Roland Totheroh
Musiche: Charles Chaplin, Meredith Willson
Montaggio: Willard Nico
Scenografia: J. Russell Spencer

Produzione: Charles Chaplin Productions
Distribuzione: United Aatistst (1945), BIM (2002)
Durata: 126'
Genere: Commedia
Interpreti:Charles Chaplin, Jack Oakie

Note: Prima proiezione: 15 ottobre 1940, Capitol e Astor theatres, New York. Nel 2002 ne e' stata fatta una riedizione integrale restaurata a cura della cineteca di Bologna che comprende le scene con la "signora Napaloni" tagliate in Italia nell'edizione del 1961 per non urtare la suscettibilita' di Rachele Mussolini.

Un barbiere ebreo che in seguito a ferite riportate nella guerra mondiale del 1915-18 aveva perso la memoria, dopo molti anni di degenza in un ospedale ritorna nella sua città in Germania dove riapre il suo negozio. Egli capita però in un periodo in cui il dittatore che governa il Paese, ha iniziato una feroce lotta contro gli ebrei ed il malcapitato deve subire una marea di soprusi. Aiutato da una povera fanciulla sua correligionaria per la quale nutre dei sentimenti di affetto, egli fa subire spesso ai ridicoli ed inumani sgherri del dittatore - il quale viene tratteggiato con sapida caricatura - dei gustosi smacchi.

Che cosa potevano avere in comune Charlie Chaplin e Adolf Hitler? Il primo dava la vita a Charlot, magnifico grande ometto con i pantaloni sformati e la bombetta. Quello che così metteva in scena era un io multiplo, un io in continuo movimento, come se nessuna identità potesse contenere tutta la sua umanità. Proprio in questo inarrestabile transitare da un io all'altro Dolf Sternberger (Ombre del mito, il Mulino) indica il cuore della sua comicità. E a noi pare che qui stiano anche il suo amore per la ricchezza della vita e la sua capacità di suscitare quello stesso amore in milioni di altri piccoli uomini e piccole donne. Hitler, invece, era refrattario al comico. I suoi collaboratori - tra le testimonianze c'è anche quella di Albert Speer - non ricordavano d'averlo mai visto ridere. E infatti non amava dare la vita, ma la morte. Quanto a sé, si era imprigionato in un io ipertrofico e di pietra, in un "io in uniforme", come se in ogni momento temesse di perdersi nella ricchezza del mondo, nelle sue belle dissonanze. Qualunque mutamento lo terrorizzava, che si trattasse di visi e di lingue, o anche solo di abitudini e di vestiti. Come osserva James Hillman (Il codice dell'anima, Adelphi), il mondo era per Hitler di ghiaccio, morto e rigido al pari del ghiaccio. Infatti, al contrario di quella di Chaplin, la sua "messa in scena" rendeva di ghiaccio e riduceva in uniforme l'anima di milioni di piccoli uomini e di piccole donne, e li immiseriva. Quest'uomo - scrive di lui Günlter Anders nel 1928, attirandosi l'ironia dei molti che lo consideravano niente più che un "imbianchino" folcloristico -, quest'uomo, dunque, parla e scrive «in modo così volgare da diventare irresistibile per chi è volgare e attirerà chi non è volgare, tanto da renderlo volgare». Durante le riprese di The Great Dictator, poi uscito a New York il 15 ottobre del 1940, anche per studiare e imitare la voce e i gesti di Hitler, Chaplin guardava e riguardava i Cinegiornali nazisti. E si infuriava. E imprecava. Più d'ogni altro lo "affascinava" e lo mandava in collera quello famoso che mostra il Führer nel giorno della resa francese, il 22 giugno del 1940 a Compiègne. Appena sceso dal treno Hitler «pareva accennare a un passo di balletto»: così racconta David Robinson (Chaplin. La vita e l'opera, Marsilio) che però con singolare leggerezza storiografica, anticipa il fatto di circa otto mesi. Lo stesso cinegiornale è ricordato da Erich Fromm, in uno studio dedicato alla distruttività e alla necrofilia di Hitler, oltre che, appunto, alla sua totale mancanza di senso del comico (Anatomia della distruttività umana, Mondadori). Il Führer, scrive, aveva una strana espressione da «annusatore», «come se sentisse costantemente dei cattivi odori». La cosa è testimoniata «da parecchie fotografie, sulle quali non mostra mai una risata franca, aperta». E proprio a Compiègne - conclude Fromm, in sintonia implicita con Chaplin e quasi indicando i motivi profondi della sua collera -, appena sceso dal treno e al colmo della felicità, «Hitler eseguì una piccola "danza", battendosi con le mani sulle cosce e sulla pancia con una brutta smorfia, come se avesse appena inghiottito la Francia». Che cosa avevano in comune, dunque, il comico innamorato della vita e il dittatore innamorato della morte? Niente, a parte la propensione alla messa in scena e la data di nascita quasi identica (il 16 e il 20 aprile 1889). E però, ripensandoci, c'erano anche quei loro balletti tanto simili : volutamente comici nell'uno, involontariamente grotteschi nell'altro. In ogni caso, e non solo a ragione di quei balletti, finisce per manifestarsi una sorprendente "comunanza" proprio fra Adenoid Hynkel - isterico Führer di Tomania, in combutta con il chiassoso Benzino Napaloni, vanaglorioso duce di Bacteria - e il piccolo barbiere ebreo (Chaplin non era ebreo ma, di proposito, solo dopo la guerra smentì la voce contraria che s'era diffusa anche a causa del film). Transitando una volta di più di io in io, dunque, alla fine di Il grande dittatore Charlot entra nell'io di pietra di Hynkel/Hitler. Cosi, il "grande ometto" con i pantaloni sformati e la bombetta vince il "piccolo ometto" imprigionato nel ghiaccio dell'uniforme. E poi, quasi uscendo dal film, Charlie Chaplin si carica dell'angoscia del suo tempo e pronuncia parole che, 62 anni dopo, ancora invocano la vita contro la morte.
Roberto Escobar