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Jules e Jim (Francia - 1961, ried. 2002)

Titolo originale: Jules e Jim
Regia:
François Truffaut
Sceneggiatura: Jean Gruault
Fotografia: Raoul Coutard
Musiche: Georges Delerue
Montaggio: Claudine Bouché
Scenografia: Fred Capel

Produzione: Les films du carrosse – Sedif 
Distribuzione: Bim
Durata: 110'
Genere: Drammatico

Interpreti: Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre, Sabine Haudepin, Marie Dubois, Boris Bassiak, Danielle Bassiak, Anny Nielsen, Christiane Wagner, Kate Noelle, Vanna Urbino

Note: La canzone “Le tourbillon” di Boris Bassiak è cantata da Jeanne Moreau

Parigi, 1907. Nel quartiere di Montparnasse, due studenti, uno austriaco, Jules, e uno francese, Jim, sono legati da una profonda amicizia, perchè accomunati dagli stessi gusti artistici e letterari. L'incontro casuale con Caterina, una giovane in cui ritrovano lo strano sorriso di una statua che li aveva molto colpiti, non rompe la loro amicizia, anche se la donna, pur sentendosi legata ad ambedue, sposa Jules. Durante la guerra Jules e Jim sono costretti a combattere sui due fronti opposti, ma appena questa è terminata, Jules e Caterina, che vivono in uno chalet delle Alpi austriache, invitano l'amico a tornare con loro. Jim accetta, e accortosi che l'amore tra i due, benché sia nata una bambina, è diminuito per il carattere insoddisfatto e passionale di Caterina, a poco a poco ne diventa l'amante. Jules è al corrente di questa situazione, ma si rassegna. Ma questa impossibile vita a tre ha un finale tragico.

Ormai è un archetipo, al punto che se in un film si racconta di una donna che ama contemporaneamente due uomini non si sa più se sia una sua citazione o il ricorso a un modello già classico e "astratto" (come recentemente si è visto nelle recensioni da Cannes a Marie-Jo et ses deux amours di Guédiguian, in cui appunto vi è una vicenda "alla Jules e Jim").
Ma il vero Jules e Jim, che all'epoca fece scalpore, e in Italia faticò ad uscire proprio per quello scandaloso amore a tre - e che ora riappare in una riedizione "rimasterizzata" ma senza "bonus" o "extra", lunga uguale, bella uguale, così come François Truffaut lo fece e lo volle allora - non è solo una storia di libertà e spregiudicatezza. E' una storia d'amore o d'amori, certo, ma anche di guerra (quella 1914-18, il che dimostra fra l'altro che si poteva fare "nouvelle vague" anche in costume e senza obbligatoriamente stare nell'attualità). E' una storia d'arte e di artisti: scrittori, pittori, appassionati di letteratura e archeologia e forse anche dell'amare inteso come opera d'arte. E' una storia di amicizia e solidarietà fra persone diverse ma attratte dagli stessi valori e dalle stesse bellezze. E anche una storia di morte, perché apertura mentale e anticonformismo, quando dal mondo delle idee entrano nella vita e nella carne, fanno male e possono essere insopportabili.
Ma anche quando diventa più angoscioso, quando più i suoi personaggi soffrono, o comunque quando propone una morale come minimo problematica, Jules e Jim trasmette sempre sensazioni di freschezza e di leggerezza. Quelle che avevano colpito il giovanissimo Truffaut in un romanzo d'esordio scritto da un signore di settantasei anni, da cui aveva pensato di trarre un film ancor prima di iniziare I quattrocento colpi. Leggerezza che egli riprodurrà in questo suo terzo film e accentuerà con la disinvoltura, tutta nouvellevaguista appunto, del suo stile, che unisce una veloce e "fredda" voce narrante a dialoghi brillantissimi, filmati di repertorio, ricostruzioni d'ambiente e squarci en plein air, buffonerie e momenti di riflessione, senza che mai si avvertano fratture o salti di tono, trasportati come si è da un'onda narrativa ed emotiva continua e inarrestabile, attraverso gli anni, i confini, i paesaggi, le traversie dei personaggi. I quali, anche per chi si voglia leggere poi il romanzo di Pierre-Henry Roché (allora Oscar Mondadori, adesso Adelphi) sono ormai indissociabili dagli attori del film, quegli attori a cui Truffaut teorizzava doversi adeguare i personaggi, all'opposto di quanto previsto dalle tradizionali pratiche di regia. Attori che "funzionano" più che per bravura per simpatia: col sorriso triste del biondo Oskar Werner, la motilità nervosa del francese Henry Sarre e soprattutto la sfuggevolezza e l'enigmatica bellezza, insieme da statua greca e da garçonne parigina, di Jeanne Moreau, la "femme fatale qui me fut fatale" come lei stessa canta, con la sua voce appena roca, in 'Le tourbillon de la vie', la splendida canzone di Bassiak che del film è come un sottotitolo sonoro, la perfetta sintesi di forme e contenuti.
Alberto Farassino