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Interpreti:
Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre, Sabine Haudepin, Marie
Dubois, Boris Bassiak, Danielle Bassiak, Anny Nielsen,
Christiane Wagner, Kate Noelle, Vanna Urbino
Note:
La canzone “Le tourbillon” di Boris Bassiak è cantata da
Jeanne Moreau
Parigi,
1907. Nel quartiere di Montparnasse, due studenti, uno
austriaco, Jules, e uno francese, Jim, sono legati da una
profonda amicizia, perchè accomunati dagli stessi gusti
artistici e letterari. L'incontro casuale con Caterina, una
giovane in cui ritrovano lo strano sorriso di una statua che li
aveva molto colpiti, non rompe la loro amicizia, anche se la
donna, pur sentendosi legata ad ambedue, sposa Jules. Durante la
guerra Jules e Jim sono costretti a combattere sui due fronti
opposti, ma appena questa è terminata, Jules e Caterina, che
vivono in uno chalet delle Alpi austriache, invitano l'amico a
tornare con loro. Jim accetta, e accortosi che l'amore tra i
due, benché sia nata una bambina, è diminuito per il carattere
insoddisfatto e passionale di Caterina, a poco a poco ne diventa
l'amante. Jules è al corrente di questa situazione, ma si
rassegna. Ma questa impossibile vita a tre ha un finale tragico.
Ormai
è un archetipo, al punto che se in un film si racconta di una
donna che ama contemporaneamente due uomini non si sa più se
sia una sua citazione o il ricorso a un modello già classico e
"astratto" (come recentemente si è visto nelle
recensioni da Cannes a Marie-Jo et ses deux amours di
Guédiguian, in cui appunto vi è una vicenda "alla Jules e
Jim").
Ma il vero Jules e Jim, che all'epoca fece scalpore, e in Italia
faticò ad uscire proprio per quello scandaloso amore a tre - e
che ora riappare in una riedizione "rimasterizzata" ma
senza "bonus" o "extra", lunga uguale, bella
uguale, così come François Truffaut lo fece e lo volle allora
- non è solo una storia di libertà e spregiudicatezza. E' una
storia d'amore o d'amori, certo, ma anche di guerra (quella
1914-18, il che dimostra fra l'altro che si poteva fare
"nouvelle vague" anche in costume e senza
obbligatoriamente stare nell'attualità). E' una storia d'arte e
di artisti: scrittori, pittori, appassionati di letteratura e
archeologia e forse anche dell'amare inteso come opera d'arte.
E' una storia di amicizia e solidarietà fra persone diverse ma
attratte dagli stessi valori e dalle stesse bellezze. E anche
una storia di morte, perché apertura mentale e anticonformismo,
quando dal mondo delle idee entrano nella vita e nella carne,
fanno male e possono essere insopportabili.
Ma anche quando diventa più angoscioso, quando più i suoi
personaggi soffrono, o comunque quando propone una morale come
minimo problematica, Jules e Jim trasmette sempre sensazioni di
freschezza e di leggerezza. Quelle che avevano colpito il
giovanissimo Truffaut in un romanzo d'esordio scritto da un
signore di settantasei anni, da cui aveva pensato di trarre un
film ancor prima di iniziare I quattrocento colpi. Leggerezza
che egli riprodurrà in questo suo terzo film e accentuerà con
la disinvoltura, tutta nouvellevaguista appunto, del suo stile,
che unisce una veloce e "fredda" voce narrante a
dialoghi brillantissimi, filmati di repertorio, ricostruzioni
d'ambiente e squarci en plein air, buffonerie e momenti di
riflessione, senza che mai si avvertano fratture o salti di
tono, trasportati come si è da un'onda narrativa ed emotiva
continua e inarrestabile, attraverso gli anni, i confini, i
paesaggi, le traversie dei personaggi. I quali, anche per chi si
voglia leggere poi il romanzo di Pierre-Henry Roché (allora
Oscar Mondadori, adesso Adelphi) sono ormai indissociabili dagli
attori del film, quegli attori a cui Truffaut teorizzava doversi
adeguare i personaggi, all'opposto di quanto previsto dalle
tradizionali pratiche di regia. Attori che
"funzionano" più che per bravura per simpatia: col
sorriso triste del biondo Oskar Werner, la motilità nervosa del
francese Henry Sarre e soprattutto la sfuggevolezza e
l'enigmatica bellezza, insieme da statua greca e da garçonne
parigina, di Jeanne Moreau, la "femme fatale qui me fut
fatale" come lei stessa canta, con la sua voce appena roca,
in 'Le tourbillon de la vie', la splendida canzone di Bassiak
che del film è come un sottotitolo sonoro, la perfetta sintesi
di forme e contenuti.
Alberto Farassino
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