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Una
giornata qualunque di un liceo americano di Portland. Per ognuno
degli studenti il liceo rappresenta un'esperienza diversa,
arricchente e amicale per alcuni, solitaria o difficile per
altri.
Accade
di rado che un film conquisti, in occasione di un festival, il
premio principale e quello per la miglior regia. Questo
privilegio è stato attribuito al Festival di Cannes 2003 a
Elephant di Gus Van Sant, regista che torna a riflettere sulle
inquietudini delle giovani generazioni dopo film come Drugstore
Cowboy e Belli e dannati, che avevano segnato la prima parte
della sua produzione.
Elephant (il titolo deriva da una parabola secondo la quale
alcuni ciechi esaminano parti diverse di un elefante, ma nessuno
riesce a riconoscerlo come tale - metafora dell'impossibilità
per gli adulti di comprendere il mondo giovanile) non affronta
un tema nuovo. Il tema, anzi, è lo stesso del fortunato Bowling
a Columbine di Michael Moore; il film è infatti ispirato alla
strage che, alcuni anni fa, ebbe luogo in una scuola
statunitense: due adolescenti, armati di tutto punto, irruppero
nel loro liceo e uccisero una dozzina di persone tra insegnanti
e compagni di scuola.
Perché Van Sant abbia scelto proprio questo tema non è dato
sapere. Esso dimostra però, se mai ve ne fosse bisogno, il
ruolo e la pericolosità che le armi da fuoco hanno assunto
nella società americana. Quando il cinema comincia a
interrogarsi su un problema, significa che esso è davvero
impellente, e richiederebbe una soluzione immediata.
Ma ciò che è più interessante, e che probabilmente ha
motivato la scelta della giuria di Cannes, è il modo in cui
questo film affronta il tema delle armi da fuoco. Elephant non
è un film come gli altri. L'ovvietà dell'affermazione può
essere smentita considerando che è raro, davvero raro,
assistere a un film che presenti, contemporaneamente, una
profonda complessità concettuale e di intenti mostrata
attraverso una semplicità tecnica quasi elementare, da saggio
di fine corso accademico.
Van Sant lavora prima di tutto sulla scansione temporale (ma
forse bisognerebbe dire sulla "disarticolazione
temporale"), creando un puzzle di scene che si accavallano
e si intersecano come in un gioco a incastri. Intervallate da
brevi didascalie che illustrano i nomi dei personaggi, le scene
(spesso lunghi piani sequenza, girati con grande maestria)
mostrano le medesime situazioni da differenti punti di vista.
Ciò che in un primo tempo si vede come se a viverlo fosse un
determinato personaggio, in un secondo momento (e senza che ci
sia una precisa consequenzialità a regolare questa successione)
lo si vede da un punto di vista completamente ribaltato. Il
risultato è una frantumazione dell'impressione di realtà, uno
scardinamento scientemente programmato del continuum
spazio-temporale che allontana irrimediabilmente ogni
possibilità di creare un flusso in cui la fabula scorra in modo
univoco, senza intoppi.
Lasciano stupefatti un tale rigore, una tale evidente
consapevolezza dei propri mezzi e l'abilità dimostrata da Van
Sant nel gestire con equilibrio tecnica e attori e amalgamarli
insieme. È come se il regista volesse rispettare le regole
autoimposte di un personalissimo "dogma" (come il
Dogma 95 di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg). Elephant,
infatti, è quasi un monumento alla semplificazione e
all'essenzialità della regia: macchina a mano, artifici
scenografici pressoché nulli, veri studenti liceali impiegati
come attori, troupe ridotta al minimo indispensabile e riprese
effettuate in soli ventuno giorni. Gli elementi narrativi sono
così ridotti, e così poco importanti nell'economia del film,
che sembra quasi di assistere a un documentario sulla vita degli
studenti in un qualsiasi liceo americano.
Per gran parte del film, oltretutto, succede poco o nulla. Gli
studenti sono sì seguiti in ogni loro mossa, e quasi sempre
ripresi alle spalle, con un teleobiettivo esasperato che
mantiene a fuoco soltanto loro sfocando tutto quanto sta
intorno, isolandoli dalla realtà con una forza espressiva
impressionante, ma non fanno nulla di particolare. Vivono
l'ordinaria esistenza di un comune giorno scolastico; si muovono
per i corridoi del liceo senza che nulla, davvero, lasci
presagire alcunché di anormale; parlano del più e del meno, di
loro stessi, della loro vita. Come il più maniacale degli
entomologi, Van Sant studia movimenti, atteggiamenti, sguardi
con cura estrema, minuziosa, asfissiante; imprigiona gli
studenti nei propri corpi e nello spazio ristretto
dell'inquadratura, soffocandoli e soffocando, al contempo, la
possibilità dello spettatore di uscirne, di guardare cosa c'è
al di là. Van Sant mostra ma non giudica, è stato detto; è
certamente esatto, ma si potrebbe dire di più: lascia che i
personaggi si muovano liberamente nello spazio, senza
interferire con i loro movimenti, limitandosi a incalzarli un
metro appena dietro di loro.
Forse proprio perché non è stata in qualche modo
"preparata", non c'è stata cioè una progressione
costante verso di essa, appare ancora più disturbante e
sconvolgente la parte finale. I pochi intermezzi mostrati fino a
quel momento, in cui si vedono i due ragazzi assassini guardare
in televisione scene di marce naziste, sparare contro cataste di
legno, entrare nella scuola in tute mimetiche non sono
sufficienti ad attenuare la terrificante esplosione di violenza
che caratterizza gli ultimi minuti del film. Tutto accade
all'improvviso, un sussulto dopo l'altro, uno sparo lacerante
dopo l'altro.
Ma, ancora una volta dimostrando grande intelligenza e
lucidità, Van Sant mostra pochissimo di quello che accade. Si
sofferma sui volti, soprattutto, come se essi soli bastassero a
contenere la cieca follia di gesti senza senso, che si
susseguono in una coazione a ripetere che diventa, di minuto in
minuto, sempre più esasperante.
Non c'è spiegazione, non ci sono ragioni. C'è soltanto un
microcosmo squassato dall'odio e da una spietata ansia di
distruzione e annullamento. Alla fine si esce sgomenti, muti e
impassibili da un film che tronca se stesso seccamente, in
maniera netta, ma lasciando ben intatta dietro di sé una
vibrante e incancellabile sequenza di corpi, cadaveri, sangue,
il cupo viaggio dentro una schizofrenia ossessiva e perturbata.
Nulla di cui ci si possa liberare con comoda facilità.
Paola Turroni

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