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Interpreti:
Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Lando Buzzanca, Pino Caruso,
Tony Bruno, Antonietta Scalisi Bonetti, Gregorio Napoli, Tatti
Sanguineti, Giuseppe Cipri', Francesco Puma, Lino Banfi, Pippo
Baudo, Bernardo Bertolucci, Alberto Castellano, Nino D'angelo,
Mario Monicelli
Note:
- Presentato fuori concorso alla 61ma mostra internazionale del
cinema di Venezia
Film
documentario, con immagini d'epoca e numerose testimonianze,
sulla carriera del celebre duo comico nato per le strade di
Palermo all'inizio del dopoguerra e cresciuto tra gag,
spettacoli musicali e macchiette indimenticabili del cinema e
della tv degli anni '70 e '80.
Sono
passati ormai dodici anni dalla scomparsa di Franco Franchi, e
un anno e mezzo da quella di Ciccio Ingrassia, e il loro mito
sembra rinnovarsi stagione dopo stagione. Non passa anno senza
che la televisione riproponga in massa i loro film degli anni
Sessanta e Settanta; nel mese di giugno ogni cinefilo che si
rispetti ben sa che l'estate, il paradiso delle repliche, sarà
costellata delle opere di Franco e Ciccio.
Non era ancora accaduto, però, che il cinema stesso riservasse
un omaggio a due dei suoi più grandi talenti comici, una coppia
che ha girato oltre un centinaio di film, contrassegnando
un'epoca e parodiando opere più "serie" (usiamo
questo termine a malincuore) con titoli ormai entrati
nell'immaginario, e ancor più nel linguaggio, nazionale
(Sedotti e bidonati, Per un pugno nell'occhio, Le spie
vengono dal semifreddo ne sono esempi celeberrimi). Ci ha
pensato, e riflettendo attentamente la cosa non stupisce,
un'altra coppia di registi e autori televisivi, quei Ciprì e
Maresco che da anni segnano il cinema italiano con film
provocatori e ricchi di umorismo, spesso a sfondo scatologico e
che attinge a piene mani dai luoghi comuni, eppure mai volgare.
Sono omaggi al cinema e alla sua storia, quelli di Ciprì e
Maresco. Omaggio al cinema era Il ritorno di Cagliostro, e
omaggio al cinema è anche Come inguaiammo il cinema italiano
(parafrasi di Come inguaiammo l'esercito, del 1965). Un
documentario che, nelle intenzioni, dovrebbe forse raccontare la
vicenda umana e artistica di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia,
ma che, di fatto, lascia che siano i due personaggi, attraverso
un uso massiccio degli spezzoni dei loro film, a raccontare se
stessi, a raccontarsi a noi.
I due registi (siciliani come i nostri beniamini) costruiscono
un documentario che ripercorre le tappe salienti della vita di
Franco e Ciccio, dalla nascita agli esordi nell'avanspettacolo
(per Ciccio) e sulle strade (per Franco), gli incontri
determinanti con Domenico Modugno, che per primo intuì il loro
talento comico, e Lucio Fulci, che li diresse in quelli che sono
stati forse i loro film più riusciti. Prosegue nel racconto
degli anni di maggior successo, nella metà degli anni Sessanta,
quando la coppia arrivò a girare fino a diciassette film
all'anno, quindi nella cronaca (più sfumata) delle
incomprensioni che portarono a una serie di rotture, durante le
quali entrambi cercarono una carriera "solista" che,
va detto francamente, non raggiunse mai i vertici di quelle in
coppia. L'ultima parte è dedicata alla conclusione della loro
parabola artistica, con le sempre più fugaci apparizioni al
cinema e quelle sempre più frequenti nella televisione
(soprattutto) commerciale negli anni Ottanta, fino alla morte
per malattia di Franco nel 1992.
Ne emerge un ritratto appassionato e divertito, a tratti
malinconico, di due personaggi a loro modo straordinari,
profondamente diversi tra loro, che proprio in virtù e a causa
di questa diversità trovarono forse l'alchimia segreta che
seppe unirli per così tanti anni ma furono anche, con il
passare del tempo, sempre più divisi nelle scelte
professionali. Un racconto guidato da una voce fuori campo
equilibrata e mai didascalica, che accompagna le immagini senza
soffocarle e permettendo loro di mostrare in modo limpido e
puntuale i due attori, il loro talento, le loro emozioni.
Massiccio, come si è detto, il ricorso a spezzoni di film (se
ne contano almeno una trentina), apparizioni televisive e
interviste, quasi a significare la non volontà di entrare in
modo eccessivo nella vicenda di Franco e Ciccio, ma limitandosi
a eseguire un morbido contrappunto, tanto necessario quanto
discreto. E poiché un personaggio vive anche attraverso le
parole di chi lo ha conosciuto, ecco il ricorso alle interviste
a coloro i quali furono vicini ai due attori nel corso della
loro vita, dai parenti (sorelle, figli) a noti personaggi
televisivi e cinematografici.
Come inguaiammo il cinema italiano diverte, ma, risultato di una
scelta stilistica ed estetica coerente e acuta, diverte
soprattutto grazie a loro, a Franco, alla sua mimica facciale e
corporea, al suo talento di improvvisatore, a Ciccio, alla sua
serietà dissimulata, alla sua eleganza scenica, e alla loro
unione, che è soprattutto un accostamento di diversità che
inevitabilmente generano la liberatoria risata, un attrito che
genera scintille: esemplare, in questo senso, la scena in cui
entrambi si rinfacciano a vicenda di essere soltanto una
"spalla", che è anche emblema del desiderio di
sentirsi, tra i due, quello più in vista, della
difficoltà/impossibilità di coesistere per troppo tempo allo
stesso livello di importanza, in un'estenuante e ridondante
coazione a ripetere produttiva. Ma sono loro che guidano lo
spettatore alla scoperta della loro comicità, non i critici
cinematografici, che Ciprì e Maresco non disdegnano di
irridere; come nella reazione sdegnata che si verifica quando il
giovane critico definisce Lucio Fulci un
"artigiano", o nelle continue interruzioni che
costellano le seriose spiegazioni del critico Gregorio Napoli.
Come inguaiammo il cinema italiano è, lo ripetiamo, un omaggio
vero, sincero, alla purissima arte della recitazione,
dell'improvvisazione, della comicità immediata, che Franco e
Ciccio seppero interpretare così bene. Questa è forse la
lezione che ci hanno lasciato, la stessa che il film cerca di
trasmetterci. Il resto, le incomprensioni, i disagi, le rotture
e le riappacificazioni, contano molto meno; noi li ricorderemo
sempre per la loro inesauribile vena comica, la loro
spontaneità, la loro capacità di essere sempre uguali e sempre
diversi. E per i loro tanti film. Il resto non conta, né ha mai
contato.
C’è
un elemento costante nel cinema di Ciprì e Maresco, che è la
ricerca sul medium. Una ricerca passata attraverso tutte le
possibili forme di contaminazione di generi e di formati
audiovisivi.
Ciprì e Maresco fanno cinema da quando, in televisione,
proponevano il progetto Cinico Tv; da quando cioè, girando con
un’impossibile U-matic bassa banda, producevano un
cortocircuito mediatico terrificante. Mentre l’Italia
celebrava se stessa attraverso la rappresentazione falsificante
della Milano da bere, negli anni dei Duran Duran, a Palermo i
due registi siciliani disponevano inquadrature mirabili
(equilibrio pittorico della composizione, rigore della camera
fissa, degradé, un bianco e nero ricco di scale di grigio) e
raccontavano la periferia diroccata della città, i personaggi,
i suoni, la luce. Il loro registro cinematografico è un lirismo
che incrocia amore e disprezzo; amore della radice e disprezzo
per l’immobilismo canceroso che la divora. C’è la bellezza
sfiorita della morte nel loro cinema, a partire dalla negazione
assoluta della donna, corpo assente e oggetto rimosso, cosa
inutilmente desiderata.
E quando Ciprì e Maresco cominciano a usare il 35mm non cambia
nulla. La stessa ricercatezza calligrafica dell’immagine dà
figura alla miseria umana. E c’è una spietata malinconia nel
tono, una rabbia silenziosa che cova nei tempi morti, nei buchi
della rappresentazione.
Tutto questo torna anche nell’ultimo lavoro, Come inguaiammo
il cinema italiano − la vera storia di Franco e Ciccio. Un
film composito e sfrangiato, che costruisce su una falsa cornice
documentaria un viaggio, tutto interiore, nella memoria di una
Palermo che non c’è più. Il cinema di Franco e Ciccio c’entra
solo un po’; è un discorso sul Mercato del Cinema, sull’Industria
dello Spettacolo che conduce due sottoproletari dalla Sicilia
affamata del dopoguerra a Mezzanotte e dintorni di Marzullo. È
la storia di una rinuncia progressiva alla propria identità,
per una declinazione totale e totalizzante nell’intrattenimento
cinetelevisivo: dall’avanspettacolo canterino con Modugno alla
televisione di Pippo Baudo, dal cinema di Fulci a quello di
Nando Cicero, da Fellini a Mike Buongiorno. Franco e Ciccio ci
sono, sono dovunque e comunque, fino a smettere di esserci, di
essere se stessi. Allora c’è come una nostalgia tenera in
questo film, per chi si è saputo proporre e improvvisare, per
chi ha conosciuto la fame e la fama, per chi veniva dalla
posteggia, dalla strada, dalla vitalità feroce e sincera di
Palermo. E si è integrato, dissolvendosi nell’acido corrosivo
delle aspirazioni borghesi, alienando a se stesso l’immagine
di sé. Per questo il film di Ciprì e Maresco, si chiude con i
due funerali, perché racconta di una fine, di un dopo, di un
silenzio. Un tempo morto, rubato, che è un buco nella ripresa,
nella rappresentazione, un errore del narratore saccente
Gregorio Napoli, un fuori fuoco di Tatti Sanguinetti, una
ricerca attenta e conchiusa di Emiliano Morreale (nei titoli di
coda, il sostegno filologico). Si parla di ciò che non c’è
più, con amore. Con Rabbia.
alessandro de filippo.

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