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Come inguaiammo il cinema italiano
la vera storia di Franco e Ciccio
(Italia - 2004)

Regia: Daniele Cipri', Franco Maresco
Sceneggiatura:  Daniele Cipri', Franco Maresco, Tatti Sanguineti, Claudia Uzzo
Fotografia: Daniele Cipri'
Musiche: Salvatore Bonafede
Montaggio: Daniele Cipri', Franco Maresco, Claudia Uzzo
Scenografia: Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza

Produzione: Giuseppe Bisso, Andrea Occhipinti per Lucky Red, Cinico Cinema, Istituto Luce con la Collaborazione di Rai Cinema
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 98'
Genere: Documentario

Interpreti: Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Lando Buzzanca, Pino Caruso, Tony Bruno, Antonietta Scalisi Bonetti, Gregorio Napoli, Tatti Sanguineti, Giuseppe Cipri', Francesco Puma, Lino Banfi, Pippo Baudo, Bernardo Bertolucci, Alberto Castellano, Nino D'angelo, Mario Monicelli

Note: - Presentato fuori concorso alla 61ma mostra internazionale del cinema di Venezia

Film documentario, con immagini d'epoca e numerose testimonianze, sulla carriera del celebre duo comico nato per le strade di Palermo all'inizio del dopoguerra e cresciuto tra gag, spettacoli musicali e macchiette indimenticabili del cinema e della tv degli anni '70 e '80.

Sono passati ormai dodici anni dalla scomparsa di Franco Franchi, e un anno e mezzo da quella di Ciccio Ingrassia, e il loro mito sembra rinnovarsi stagione dopo stagione. Non passa anno senza che la televisione riproponga in massa i loro film degli anni Sessanta e Settanta; nel mese di giugno ogni cinefilo che si rispetti ben sa che l'estate, il paradiso delle repliche, sarà costellata delle opere di Franco e Ciccio.
Non era ancora accaduto, però, che il cinema stesso riservasse un omaggio a due dei suoi più grandi talenti comici, una coppia che ha girato oltre un centinaio di film, contrassegnando un'epoca e parodiando opere più "serie" (usiamo questo termine a malincuore) con titoli ormai entrati nell'immaginario, e ancor più nel linguaggio, nazionale (Sedotti e bidonati,  Per un pugno nell'occhio, Le spie vengono dal semifreddo ne sono esempi celeberrimi). Ci ha pensato, e riflettendo attentamente la cosa non stupisce, un'altra coppia di registi e autori televisivi, quei Ciprì e Maresco che da anni segnano il cinema italiano con film provocatori e ricchi di umorismo, spesso a sfondo scatologico e che attinge a piene mani dai luoghi comuni, eppure mai volgare. Sono omaggi al cinema e alla sua storia, quelli di Ciprì e Maresco. Omaggio al cinema era Il ritorno di Cagliostro, e omaggio al cinema è anche Come inguaiammo il cinema italiano (parafrasi di Come inguaiammo l'esercito, del 1965). Un documentario che, nelle intenzioni, dovrebbe forse raccontare la vicenda umana e artistica di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma che, di fatto, lascia che siano i due personaggi, attraverso un uso massiccio degli spezzoni dei loro film, a raccontare se stessi, a raccontarsi a noi.
I due registi (siciliani come i nostri beniamini) costruiscono un documentario che ripercorre le tappe salienti della vita di Franco e Ciccio, dalla nascita agli esordi nell'avanspettacolo (per Ciccio) e sulle strade (per Franco), gli incontri determinanti con Domenico Modugno, che per primo intuì il loro talento comico, e Lucio Fulci, che li diresse in quelli che sono stati forse i loro film più riusciti. Prosegue nel racconto degli anni di maggior successo, nella metà degli anni Sessanta, quando la coppia arrivò a girare fino a diciassette film all'anno, quindi nella cronaca (più sfumata) delle incomprensioni che portarono a una serie di rotture, durante le quali entrambi cercarono una carriera "solista" che, va detto francamente, non raggiunse mai i vertici di quelle in coppia. L'ultima parte è dedicata alla conclusione della loro parabola artistica, con le sempre più fugaci apparizioni al cinema e quelle sempre più frequenti nella televisione (soprattutto) commerciale negli anni Ottanta, fino alla morte per malattia di Franco nel 1992.
Ne emerge un ritratto appassionato e divertito, a tratti malinconico, di due personaggi a loro modo straordinari, profondamente diversi tra loro, che proprio in virtù e a causa di questa diversità trovarono forse l'alchimia segreta che seppe unirli per così tanti anni ma furono anche, con il passare del tempo, sempre più divisi nelle scelte professionali. Un racconto guidato da una voce fuori campo equilibrata e mai didascalica, che accompagna le immagini senza soffocarle e permettendo loro di mostrare in modo limpido e puntuale i due attori, il loro talento, le loro emozioni.
Massiccio, come si è detto, il ricorso a spezzoni di film (se ne contano almeno una trentina), apparizioni televisive e interviste, quasi a significare la non volontà di entrare in modo eccessivo nella vicenda di Franco e Ciccio, ma limitandosi a eseguire un morbido contrappunto, tanto necessario quanto discreto. E poiché un personaggio vive anche attraverso le parole di chi lo ha conosciuto, ecco il ricorso alle interviste a coloro i quali furono vicini ai due attori nel corso della loro vita, dai parenti (sorelle, figli) a noti personaggi televisivi e cinematografici.
Come inguaiammo il cinema italiano diverte, ma, risultato di una scelta stilistica ed estetica coerente e acuta, diverte soprattutto grazie a loro, a Franco, alla sua mimica facciale e corporea, al suo talento di improvvisatore, a Ciccio, alla sua serietà dissimulata, alla sua eleganza scenica, e alla loro unione, che è soprattutto un accostamento di diversità che inevitabilmente generano la liberatoria risata, un attrito che genera scintille: esemplare, in questo senso, la scena in cui entrambi si rinfacciano a vicenda di essere soltanto una "spalla", che è anche emblema del desiderio di sentirsi, tra i due, quello più in vista, della difficoltà/impossibilità di coesistere per troppo tempo allo stesso livello di importanza, in un'estenuante e ridondante coazione a ripetere produttiva. Ma sono loro che guidano lo spettatore alla scoperta della loro comicità, non i critici cinematografici, che Ciprì e Maresco non disdegnano di irridere; come nella reazione sdegnata che si verifica quando il giovane critico definisce  Lucio Fulci un "artigiano", o nelle continue interruzioni che costellano le seriose spiegazioni del critico Gregorio Napoli.
Come inguaiammo il cinema italiano è, lo ripetiamo, un omaggio vero, sincero, alla purissima arte della recitazione, dell'improvvisazione, della comicità immediata, che Franco e Ciccio seppero interpretare così bene. Questa è forse la lezione che ci hanno lasciato, la stessa che il film cerca di trasmetterci. Il resto, le incomprensioni, i disagi, le rotture e le riappacificazioni, contano molto meno; noi li ricorderemo sempre per la loro inesauribile vena comica, la loro spontaneità, la loro capacità di essere sempre uguali e sempre diversi. E per i loro tanti film. Il resto non conta, né ha mai contato.

C’è un elemento costante nel cinema di Ciprì e Maresco, che è la ricerca sul medium. Una ricerca passata attraverso tutte le possibili forme di contaminazione di generi e di formati audiovisivi.
Ciprì e Maresco fanno cinema da quando, in televisione, proponevano il progetto Cinico Tv; da quando cioè, girando con un’impossibile U-matic bassa banda, producevano un cortocircuito mediatico terrificante. Mentre l’Italia celebrava se stessa attraverso la rappresentazione falsificante della Milano da bere, negli anni dei Duran Duran, a Palermo i due registi siciliani disponevano inquadrature mirabili (equilibrio pittorico della composizione, rigore della camera fissa, degradé, un bianco e nero ricco di scale di grigio) e raccontavano la periferia diroccata della città, i personaggi, i suoni, la luce. Il loro registro cinematografico è un lirismo che incrocia amore e disprezzo; amore della radice e disprezzo per l’immobilismo canceroso che la divora. C’è la bellezza sfiorita della morte nel loro cinema, a partire dalla negazione assoluta della donna, corpo assente e oggetto rimosso, cosa inutilmente desiderata.
E quando Ciprì e Maresco cominciano a usare il 35mm non cambia nulla. La stessa ricercatezza calligrafica dell’immagine dà figura alla miseria umana. E c’è una spietata malinconia nel tono, una rabbia silenziosa che cova nei tempi morti, nei buchi della rappresentazione.
Tutto questo torna anche nell’ultimo lavoro, Come inguaiammo il cinema italiano − la vera storia di Franco e Ciccio. Un film composito e sfrangiato, che costruisce su una falsa cornice documentaria un viaggio, tutto interiore, nella memoria di una Palermo che non c’è più. Il cinema di Franco e Ciccio c’entra solo un po’; è un discorso sul Mercato del Cinema, sull’Industria dello Spettacolo che conduce due sottoproletari dalla Sicilia affamata del dopoguerra a Mezzanotte e dintorni di Marzullo. È la storia di una rinuncia progressiva alla propria identità, per una declinazione totale e totalizzante nell’intrattenimento cinetelevisivo: dall’avanspettacolo canterino con Modugno alla televisione di Pippo Baudo, dal cinema di Fulci a quello di Nando Cicero, da Fellini a Mike Buongiorno. Franco e Ciccio ci sono, sono dovunque e comunque, fino a smettere di esserci, di essere se stessi. Allora c’è come una nostalgia tenera in questo film, per chi si è saputo proporre e improvvisare, per chi ha conosciuto la fame e la fama, per chi veniva dalla posteggia, dalla strada, dalla vitalità feroce e sincera di Palermo. E si è integrato, dissolvendosi nell’acido corrosivo delle aspirazioni borghesi, alienando a se stesso l’immagine di sé. Per questo il film di Ciprì e Maresco, si chiude con i due funerali, perché racconta di una fine, di un dopo, di un silenzio. Un tempo morto, rubato, che è un buco nella ripresa, nella rappresentazione, un errore del narratore saccente Gregorio Napoli, un fuori fuoco di Tatti Sanguinetti, una ricerca attenta e conchiusa di Emiliano Morreale (nei titoli di coda, il sostegno filologico). Si parla di ciò che non c’è più, con amore. Con Rabbia.

alessandro de filippo.