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Note:
È il primo film diretto da kitano fuori dal Giappone.
Presentato fuori concorso alla 57° mostra di Venezia (2000). Il
regista Takeshi Kitano e' accreditato tra gli attori come beat
Takeshi.
Un
gangster della Yakuza, la cui famiglia è stata sterminata in
una guerra tra bande, parte per Los Angeles alla ricerca del
fratello. In un mondo che gli è estraneo stringe amicizia con
un giovane truffatore con il quale ingaggia una lotta violenta
per il controllo del traffico di droga nella città
Giappone.
Dopo un sanguinoso scontro tra due famiglie della Yakuza,
Yamamoto, sconfitto, cerca rifugio in America dal fratello
minore, fuggito anni prima a Los Angeles con l’intenzione di
studiare. Il gangster, appena giunto in città, s’imbatte in
Danny, un ragazzo di colore che tenterà ingenuamente di
derubarlo e rimedierà invece una ferita all’occhio. Ci vorrà
del tempo, ma Yamamoto riuscirà infine a rintracciare il
fratello, e scoprirà che questi è in realtà un piccolo
spacciatore di droga di cui Danny è casualmente complice. Nasce
allora, in lui, un sogno: preparare il terreno ad una gang di
cui egli stesso sarà il capo. Il resto è riservato ai vostri
sensi.
Se è vero, come fa lucidamente notare Giona A. Nazzaro, che nel
cinema di Kitano "il vuoto diventa l’elemento primario
nel quale inscrivere gesti o un insieme reiterato di gesti"
(Cineforum 397; "Lo spazio vuoto e l’arte del
vedere") in questo film, come già in "Hana-Bi",
lo spazio perde i suoi riferimenti cardinali e si dilata,
colmandosi, in un teatro della coscienza. Kitano, ancora una
volta, riconduce l’atto del filmare al principio puro e
centrale di un viaggio poetico: il silenzio è voce della
coscienza e l’immagine, a sua volta, voce di quel silenzio
cristallizzato in un isolamento imprescindibile, uno spazio
occultato dove lo spettatore è chiamato a partecipare,
intimamente. Forse per questo, come spesso nei suoi film, Kitano
ci riporta al mare da cui il suo cinema sembra provenire,
orizzonte catartico dove lo sguardo scopre il suo carattere
incoerente, nel disperato tentativo di trovare un punto su cui
fissare il suo fuoco, di cogliere un segno, costretto a
condividere l’inafferrabilità di un tempo caduto in una
sospensione illusoria e a vagare sulla pelle dell’acqua senza
coordinazione, senza direzione, spaventato e confuso da quell’armonia
che non può condividere.
Così è lui, così è il suo spettatore, così è l’animo
umano e tutte le cose che ad esso partecipano, così sono le
immagini, fragili punti di non ritorno dello sguardo, vincolate
ad una leggera geometria ed esili come i fili intrecciati di una
ragnatela, capaci di racchiudere in un movimento perpetuo e
sinfonico il rapporto d’eleganza che esiste tra violenza e
passione, solitudine e smarrimento. Traspare, in questo maestro,
il percorso di un’arte che tenta di slegarsi, emanciparsi dal
metalinguaggio, lasciando sullo schermo tracce di pittura che
rimandano, forse involontariamente, alla poesia e alla fisicità
di Pablo Neruda. E infine il vuoto; il vuoto dedicato all’immaginazione
di chi osserva ed è teso nello sforzo di rianimare la propria
fantasia, condotto per mano dal talento di un autore. Si
prepari, chi non ha mai incontrato Takeshi Kitano, a scrutare
forme che si sfiorano senza mai scontrarsi; all’esperienza di
uno spettacolo che non ha bisogno di chi, come noi, tenta
timidamente di raccontarlo.
Francesco Russo

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