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Interpreti:
Juan Villegas, Walter Donado, Rosa Valsecchi, Mariela Díaz,
Sabino Morales, Claudina Fazzini
Juan Villegas, meccanico tuttofare
viene licenziato dalla stazione di servizio in cui lavora dopo
vent'anni. Ha la passione per l'intaglio e crea bellissimi
coltelli intarsiati e realizzati con legna dalla provenienza più
varia e pittoresca. Ma gli affari vanno male. Il caso lo porta a
trovare un amico, Bombon, un dogo argentino, razza canina molto
giovane (il primo esemplare fu incrociato negli anni '20) ma
altrettanto pregiata. La bestiola, quasi strumento della
fortuna, introduce Juan in un mondo che non conosceva, nel
business delle esposizioni di cani. Ma non tutto va per il verso
giusto.
L'Argentina
non è solo Buenos Aires e Carlos Sorin trova ancora una volta
in Patagonia qualche segreto da svelare, nel suo ultimo film
Bombon, el perro (Mikado), epopea minima ma efficace. Non si
tratta di un innocuo sottogenere per l'infanzia di cui abbiamo
una sterminata filmografia, ma di una riflessione arguta sui
mali di un paese e i motivi per cui sono stati risolti. In
quella solitudine sterminata, ma non per questo priva di
significati si può leggere la storia del paese, la conquista,
la ricchezza da primato, i suoi miti e i successivi tracolli.
Una terra venduta agli stranieri per migliaia di chilometri, ad
esempio per sfruttare il gas naturale che rendeva indipendente
il paese dal punto di vista energetico, culla della mitologia
del gaucho, ma più drammaticamente dello sterminio dell'indio.
Un film così ricco di materiale, appare vivificante in una
cinematografia che potrebbe rischiare il manierismo
generazionale, anche con tutta la sua effervescente vitalità e
i numerosissimi premi ricevuti (il film di Sorin ha ottenuto il
premio Fipresci della Critica a San Sebastian).
Juan «Coco» Villegas, il
protagonista è stato un addetto alla pompa di benzina per
vent'anni ed ora che è stata venduta a una multinazionale lo
hanno licenziato. Cerca di sopravvivere fabbricando coltelli dal
manico di legno, proprio come è sopravvissuto il popolo
argentino, a cui hanno venduto tutto, con l'arte di arrangiarsi
e la creatività (chi ha bisogno di dati e immagini eloquenti di
ciò che è successo non perda la Memoria del saqueo di Solanas
che sarà nelle sale il 23). Coco è un uomo timido e gentile,
di origini non certo europee, per niente aggressivo (nella realtà
è il guardiano della casa di produzione di Sorin), ama il suo
paese e percorre la Patagonia da Bahia Blanca a Santiago del
Estero a Tucuman cercando di vendere i suoi coltelli che parlano
di favolose storie di navi naugrafate nell'800 o di alberi che
si trovano solo in una zona particolare. Nella pulizia e
semplicità dell'inquadratura compaiono i grandi temi del paese:
la vendita delle risorse, la povertà diffusa a tutti i livelli
accompagnata da una grande umanità e fratellanza, il baratto
come soluzione immediata. Juan ripara una macchina e in cambio
riceve un Dogo argentino, molosso creato nella provincia di
Cordoba dal dr. Martinez nel 1928, cane definito «alegre,
franco, humilde, amigable» allegro, schietto, umile,
amichevole, sempre cosciente del suo potere, mai aggressivo,
buon cacciatore e perfetto per la monta. Un pendant del maschio
argentino di inizio secolo di origine inglese o francese, quelli
che si arricchirono con le miniere, le ferrovie, il bestiame,
con il culto della caccia e della forza. Ma che avranno in
comune il buon Coco e il grosso cane? Come uno spirito
protettore, dal momento che gli è accanto la sua vita cambia.
Totem, simbolo della Patagonia gli ridà fiducia arrivando terzo
all'esposizione canina. E, vedremo, anche se il paese comprende
un buon numero di cialtroni e fascisti (anche gli italiani hanno
fatto la loro parte, tuttavia c'è una forza nascosta e
interiore che parte dalle persone più semplici e che ha salvato
tutti dal disastro, proteggendo i bambini dalla morte per fame e
la gente dalla depressione con una gigantesca azione di
solidarietà. Non è certo il moralismo la forza del film, ma la
dignità e l'umorismo: mostrare il grande business canino, un
giro di affari miliardario mentre la gente muore di fame,
rendere protagonista un cane da difesa perfetto contro i
predatori. Anche se agli argentini
hanno tolto tutto, ci sono cose che nessuno può portar via, a
cominciare da un cinema inimitabile.
Silvana Silvestri (Il Manifesto) - 12/06/2006

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