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Bombon - El Perro (Spagna, Argentina - 2004)

REGIA: Carlos Sorin
DURATA 97'
GENERE: Drammatico

 

 

Interpreti: Juan Villegas, Walter Donado, Rosa Valsecchi, Mariela Díaz, Sabino Morales, Claudina Fazzini

Juan Villegas, meccanico tuttofare viene licenziato dalla stazione di servizio in cui lavora dopo vent'anni. Ha la passione per l'intaglio e crea bellissimi coltelli intarsiati e realizzati con legna dalla provenienza più varia e pittoresca. Ma gli affari vanno male. Il caso lo porta a trovare un amico, Bombon, un dogo argentino, razza canina molto giovane (il primo esemplare fu incrociato negli anni '20) ma altrettanto pregiata. La bestiola, quasi strumento della fortuna, introduce Juan in un mondo che non conosceva, nel business delle esposizioni di cani. Ma non tutto va per il verso giusto.

 

L'Argentina non è solo Buenos Aires e Carlos Sorin trova ancora una volta in Patagonia qualche segreto da svelare, nel suo ultimo film Bombon, el perro (Mikado), epopea minima ma efficace. Non si tratta di un innocuo sottogenere per l'infanzia di cui abbiamo una sterminata filmografia, ma di una riflessione arguta sui mali di un paese e i motivi per cui sono stati risolti. In quella solitudine sterminata, ma non per questo priva di significati si può leggere la storia del paese, la conquista, la ricchezza da primato, i suoi miti e i successivi tracolli. Una terra venduta agli stranieri per migliaia di chilometri, ad esempio per sfruttare il gas naturale che rendeva indipendente il paese dal punto di vista energetico, culla della mitologia del gaucho, ma più drammaticamente dello sterminio dell'indio. Un film così ricco di materiale, appare vivificante in una cinematografia che potrebbe rischiare il manierismo generazionale, anche con tutta la sua effervescente vitalità e i numerosissimi premi ricevuti (il film di Sorin ha ottenuto il premio Fipresci della Critica a San Sebastian).

Juan «Coco» Villegas, il protagonista è stato un addetto alla pompa di benzina per vent'anni ed ora che è stata venduta a una multinazionale lo hanno licenziato. Cerca di sopravvivere fabbricando coltelli dal manico di legno, proprio come è sopravvissuto il popolo argentino, a cui hanno venduto tutto, con l'arte di arrangiarsi e la creatività (chi ha bisogno di dati e immagini eloquenti di ciò che è successo non perda la Memoria del saqueo di Solanas che sarà nelle sale il 23). Coco è un uomo timido e gentile, di origini non certo europee, per niente aggressivo (nella realtà è il guardiano della casa di produzione di Sorin), ama il suo paese e percorre la Patagonia da Bahia Blanca a Santiago del Estero a Tucuman cercando di vendere i suoi coltelli che parlano di favolose storie di navi naugrafate nell'800 o di alberi che si trovano solo in una zona particolare. Nella pulizia e semplicità dell'inquadratura compaiono i grandi temi del paese: la vendita delle risorse, la povertà diffusa a tutti i livelli accompagnata da una grande umanità e fratellanza, il baratto come soluzione immediata. Juan ripara una macchina e in cambio riceve un Dogo argentino, molosso creato nella provincia di Cordoba dal dr. Martinez nel 1928, cane definito «alegre, franco, humilde, amigable» allegro, schietto, umile, amichevole, sempre cosciente del suo potere, mai aggressivo, buon cacciatore e perfetto per la monta. Un pendant del maschio argentino di inizio secolo di origine inglese o francese, quelli che si arricchirono con le miniere, le ferrovie, il bestiame, con il culto della caccia e della forza. Ma che avranno in comune il buon Coco e il grosso cane? Come uno spirito protettore, dal momento che gli è accanto la sua vita cambia. Totem, simbolo della Patagonia gli ridà fiducia arrivando terzo all'esposizione canina. E, vedremo, anche se il paese comprende un buon numero di cialtroni e fascisti (anche gli italiani hanno fatto la loro parte, tuttavia c'è una forza nascosta e interiore che parte dalle persone più semplici e che ha salvato tutti dal disastro, proteggendo i bambini dalla morte per fame e la gente dalla depressione con una gigantesca azione di solidarietà. Non è certo il moralismo la forza del film, ma la dignità e l'umorismo: mostrare il grande business canino, un giro di affari miliardario mentre la gente muore di fame, rendere protagonista un cane da difesa perfetto contro i predatori. Anche se agli argentini hanno tolto tutto, ci sono cose che nessuno può portar via, a cominciare da un cinema inimitabile.
Silvana Silvestri (Il Manifesto) - 12/06/2006