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Una fotografia per raccogliere in uno scatto tutta
l'angoscia dell'esistenza. Nati nella parte sbagliata del mondo,
nel posto peggiore (un bordello), dove la tristezza è impressa
nei lineamenti del volto e il destino un'illogica certezza.
Oscar per il miglior Documentario nel 2005, Born into Brothels
si immerge con discrezione e disincanto nella sporcizia e nella
povertà del quartiere a luci rosse di Calcutta, raccontando le
fatiche di un gruppo di bambini costretti a confrontarsi
quotidianamente col loro peccato originale: essere nati in un
bordello, figli o fratelli di donne obbligate a prostituirsi per
sopravvivere alla miseria.
I bambini ci guardano. Anche dai
luoghi più lontani, disperati e dannati del pianeta. È
difficile, infatti, immaginare qualcosa di più infernale,
degradato e senza speranze di un bordello dei quartiere a luci
rosse di Calcutta. Eppure è proprio lì, in questi edifici dove
uomini e topi e donne incrociano le loro misere esistenze, che
vivono i figli delle prostitute protagonisti di questa storia
che ha giustamente conquistato l'Oscar 2005 per il miglior
documentario.
Circa novanta minuti di cinema importante, frutto del coraggio e
dell'intraprendenza di questa fotografa newyorkese, Zana Briski,
trasferitasi a vivere nei bordelli di Calcutta dove ha avuto
l'idea semplice e geniale di fare un corso di foto gialla ad un
gruppo di ragazzini ed affidare loro delle macchine
fotografiche. Un tentativo come un altro per tirarli fuori,
almeno per un po', dal degrado e dallo squallore in cui vivono
e, allo stesso tempo, uno strumento per denunciare, attraverso
gli «sguardi bambini», il vuoto di speranze delle loro madri e
delle loro vite, costrette negli scantinati dell'umanità.
Mentre è già nei cinema Water di Deepa Metha, altro affresco
drammatico sulla segregazione delle donne in India -in quel caso
le vedove-, qui, in Born into Brothels sono gli stessi ragazzini
a dire la loro attraverso i clik delle macchine.
Sono 8 i fotografi in erba, compresi tra i 10 e i 14 anni. C'è
chi come Gour, piccolo adulto tredicenne, è consapevole del
dramma del suo quotidiano e convinto di poterlo cambiare con la
fotografia, sperando pure di arrivare un domani all'università.
Oppure Suchitra dal sorriso contagioso che fa scatti da grande
professionista, catturando lo squallore del suo ambiente negli
oggetti che la circondano, tanto che le sue foto sono state
scelte per il calendario di Amnesty intemational del 2003. E
ancora Tapasi, undicenne che sogna di strappare a quella vita
suo fratello e la sorellina, usa le foto come schede di un
mosaico per raccontare la sua storia.
Eccoli tutti insieme i piccoli fotografi un giorno in riva al
mare durante una gita, pronti a impressionare quegli attimi di
sfogo e di libertà nella schiuma delle onde, nei loro sorrisi,
nei foulard delle ragazzine che svolazzano nel cielo. Oppure
ognuno di loro chiuso in quei pochi centimetri di bordello in
cui vivono, spesso, con nonna e madre entrambe prostitute. E sul
ballatoio comune dove sono quasi quotidianamente insulti,
scontri, violenze tra queste ultime dannate della terra, mentre
vediamo a tratti i clienti sgusciare via dietro tendaggi
angusti. Per le piccole «fotografe» il futuro difficilmente
sarà diverso da quello delle loro madri. A cercare di dar loro
una sterzata è stata proprio Zana Briski che si è anche
impegnata nell'inserire nei college alcuni di questi ragazzi. Ma
soltanto un paio dei già pochissimi che è riuscita a far
selezionare hanno continuato gli studi. Le ragazzine,
soprattutto, sono state «ritirate» dalle madri e riportate tra
i vicoli a luci rosse di Calcutta.
Alberto Crespi, da L'Unità, 13 ottobre 2006

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