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Interpreti:
Leonor Watling (Elvira); Rosa Maria Sardà (Sofia); Marìa
Pujalte (Jimena); Silvia Abascal (Sol); Eliska Sirova (Eliska);
Chisco Amado (Miguel); Aex Angulo (Redattore); Aitor Mazo
(Psicanalista); Xabier Elorriaga (Carlos).
Libere,
moderne, emancipate, figlie del loro tempo… Le nostre tre
protagoniste sono proprio così, peccato che è difficile
restare fedeli allo spirito progressista quando una madre di
mezz’età si invaghisce di una ragazza che, oltre ad essere
bisognosa di affetto, pare anche necessitare di un cospicuo
sostegno economico. L’intenzione di Inés Parìs e Daniela
Fejerman, consumate sceneggiatrici, non è tanto quella di
parlare di omosessualità quanto di esplorare la famiglia e le
sue fragili, nonché complesse, relazioni e di vedere l’effetto
che fa l’irruzione del nuovo e dell’ "altro" in un
microcosmo che, per quanto bizzarro o difficile, conserva una
coerenza e uno status che gli sono propri.
Semplice
e spiazzante l'assunto della storia come lo raccontano le
registe Paris e Fejerman: "Nulla è più com'era prima.
Nessuno dei modelli tradizionali rappresenta più un punto di
riferimento, non resta che interrogare noi stessi".
Eliska, giovane come le figlie di Sofia, diventa così un
pericolo, e non perché è una donna che ama un’altra donna,
ma perché altera un meccanismo che sembrava ormai rodato e
inattaccabile, quello di un nucleo familiare dove padre, madre e
prole sembravano ricoprire un ruolo ben preciso. "Volevamo
una storia che raccontasse di genitori che rompono gli
schemi", dicono le due registe, che parlano con orgoglio
dei propri padri "eccezionali, due intellettuali di
sinistra coraggiosi e critici, e molto più progressisti di
noi". Ma "volevamo anche raccontare la condizione
delle donne oggi, e le esperienze in cui può declinarsi la vita
al femminile, a qualsiasi età". Con ironia e straordinaria
arguzia le due registe ci raccontano la "tempesta" di
emozioni e stordimenti che investe questo gruppo di
straordinarie protagoniste. Le tre sorelle, diversissime tra
loro sono, ciascuna a suo modo, vittime delle proprie nevrosi:
troppa insicurezza, troppa sicurezza, troppa trasgressione…
Non esiste un termine medio nelle vite di Elvira, Jimena e Sol
che, davanti alla relazione materna, vedono andare in frantumi
anche quelle scarse certezze che credevano di avere. La loro
libertà di pensiero è messa a dura prova da una situazione che
mette a nudo le più sopite e inconfessabili meschinità e
ipocrisie. Elvira (interpretata da una splendida Leonor Watling,
già poetico corpo addormentato in Parla con lei), Jimena e Sol
sono un concentrato esplosivo di comicità e
"scellerata" incoscienza in grado di cimentarsi con i
piani più folli per allontanare la madre dall’eterea Eliska.
Divertenti quanto paradossali le trovate di questo incredibile
trio che, supportato da dialoghi spumeggiati, seduce lo
spettatore, tentandolo con quella meraviglia che poco cinema
oggi è in grado di suscitare con garbo e intelligenza: la
risata. Ogni dramma, allora, si stempera in una giusta dose di
ironia che non diventa mai cinismo ma si libra leggera sulle
teste, matte e variopinte, delle tre sorelle.
Si sente Almodovar, ma anche Woody Allen, tuttavia il duo
registico riesce egregiamente a mostrare una personalità
narrativa e un proprio gusto per l’immagine che fanno di
questa commedia un piccolo gioiello a dimostrazione che il
cinema femminile non è sempre sull’orlo di una crisi di
nervi.
A mia madre piacciono le donne è stato accolto con favore in
Spagna e in Francia, e ha già ricevuto il Premio Lincoln al
Festival del cinema latino di Miami, il Premio Golden Prize come
miglior attrice a Leonor Watling, il Premio del pubblico al
Festival di Annecy.

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