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Titolo
originale: L'emploi du temps
Regia: Laurent
Cantet
Sceneggiatura:
Robin Campillo, Laurent Cantet
Fotografia: Pierre Milon
Montaggio: Robin Campillo
Musica: Jocelyn Pook
Scenografia: Romain Denis
Produzione:
Haut & Court - Arte France Cinema - Rhone-alpes cinema -
Havas images
Distribuzione: Mikado
Durata: 132'
Genere: drammatico |
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Interpreti:
Aurelien Recoing, Karin Viard, Serge Livrozet, Monique Mangeot,
Jean-Pierre Mangeot
Note:
Presentato in concorso alla 58ma mostra del cinema di Venezia
(2001) nella sezione "cinema del presente". ha
ricevuto il premio "leone dell'anno".
Non
avendo avuto il coraggio di rivelare alla famiglia ed agli amici
di aver perduto ormai da settimane il lavoro da consulente,
Vincent si è creato una vita professionale parallela fatta di
trasferte all'estero e riunioni di lavoro. Mentire diviene
un'occupazione a tempo pieno e la voglia di evitare lo sguardo
della moglie Muriel e dei suoi tre figli lo porta sempre più
lontano. Per mantenere il tenore di vita raggiunto in passato
convince gli amici a fare oscuri investimenti. Ma la tensione
crescente lo lascia senza via d'uscita.
Titolo
ambivalente, l'impiego è il 'posto' ma anche l'utilizzazione
del tempo, per un film che ha prosciugato di ogni elemento di
cronaca nera la doppia vita del personaggio reale cui il suo
protagonista si ispira.
Paolo D'Agostini
Non tutto è perfettamente risolto, ma il gioco delle psicologie
è così sapiente e sfumato che il film è anche una perfetta
metafora del tradimento, della simulazione, dell'inganno e dell'autoinganno.
Di quel gioco pericoloso e oggi sempre più diffuso che consiste
nel fingere una vita che non è la propria.
Fabio Ferzetti
Realistico, attento a particolari quotidiani, interpretato da
facce autentiche, 'A tempo pieno' è un film più complesso
delle apparenze: lo attraversa una disperazione oscura, il
rimpianto, più che il senso di rivolta, per il modo in cui
abbiamo stravolto le nostre vite cedendo tutto il tempo e le
energie al lavoro. E risulta tanto più convincente perché non
si sceglie un eroe anarchico, ma un uomo perfettamente normale:
però così espressivo, nel suo male di vivere, che le ultime
inquadrature sul suo volto restano tatuate nella memoria
Roberto Nepoti
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